Majella

Abbiamo ricevuto e pubblichiamo volentieri questi bei versi sulla “nostra montagna”, scritti da

Alessia Torosantucci, solo ieri studentessa del Liceo Scientifico.

MAJELLA       

di Alessia Torosantucci

Rotonda e materna
Bella tra le pleiadi.
Quando il vento dirada le nubi
E il cielo è terso, fai da cornice
allo sguardo di chi osserva dal mare
Terra di briganti
Scenario d’incontri
di sguardi, di valori, di sentimenti
Scrigno di storie, di amori, di fughe, di avventure
Scorci di paesi testimoni del tempo
Terra di vinti e vincitori
Terra di libertà
Sei bella vestita di fiori
Sei bella coperta di foglie
Sei bella bagnata dalla pioggia,
accarezzata dal vento
Sei bella ingiallita dal sole
Sei bella imbiancata dalla neve
Sei bella, Montagna madre.

La donna greca tra immagine e realtà


Qual era la reale condizione della donna all’interno della società della Grecia antica?
È di questo che ha discusso Elisabetta Di Mauro, docente dell’Università di Chieti, con i ragazzi delle classi prime del Liceo Scientifico “G. Galilei” di Lanciano lo scorso 2 aprile presso la sala convegni del Polo Museale, su invito della professoressa Grazia Contini.
La professoressa Di Mauro ha spiegato che purtroppo, all’interno dei libri di scuola, la figura femminile non è sempre raffigurata secondo realtà. Per fortuna, attraverso l’analisi di alcuni versi di famosi autori del passato, è stato possibile descrivere e ripercorrere l’autentica immagine della donna nella storia. “Ultimamente ci sono studi in contro-tendenza con quelli tradizionali, che vedono con un occhio diverso, più critico, l’immagine e il concetto di donna” ha aggiunto la docente. Infatti la figura femminile è sempre stata descritta come reclusa in casa, ma in realtà ha avuto già nella società greca un’importanza maggiore. Per questo occorre eliminare la distinzione tra donne eccezionali e donne che non hanno contato nulla, analizzando l’immagine femminile attraverso una prassi che rappresentava la normalità e non l’eccezionalità.

Nel XII-VIII secolo a.C., in epoca omerica, la donna era già raffigurata come persona ospitale. Nel VI libro dell’Odissea, infatti, Odisseo viene trovato sulla spiaggia dell’isola dei Feaci da Nausicaa e poi, al focolare, è proprio lei ad accoglierlo come ospite insieme ai sovrani. (vv. 304-315).
“La donna viene descritta come un incanto e viene rivalutata, infatti ha un ruolo di grande importanza e dietro ha anche due ancelle” ha precisato la docente riferendosi poi ad Arete, moglie di Alcinoo, re dell’isola dei Feaci, che è tra le prime donne ad essere descritte nella letteratura riproducendo, quindi, la reale condizione femminile nel passato.
Si parla della regina anche in altre due opere e la sua figura viene riportata in epoca ellenistica nelle “Argonautiche” di Apollonio Rodio (IV, 114-117) e nella “Biblioteca” di Apollodoro (I 9,25).
Prendendo invece in esame alcuni versi de “Le Eumenidi” di Eschilo, si è visto che, per Apollo, la donna nella procreazione non contava nulla ma accoglieva solamente il seme per il feto ed è “ospite dell’ospite” (secondo il dio la testimonianza è stata Atena), in contrapposizione dunque a quello che sarebbe per tradizione il suo ruolo prioritario e quasi esclusivo.
Seguendo la stessa linea, la docente ha poi parlato di altri studiosi, come Giampiera Arrigoni e Michael Grant, che hanno dato un contributo molto importante per ricostruire l’identità della donna greca. Commentando alcuni passi estrapolati dalle opere “Ecclesiazuse” di Aristofane e “Repubblica” di Platone, la prof.ssa ha precisato: ” Non vuol dire che solo perché gli uomini avevano frequenti momenti di convivialità, la donna fosse posta in secondo piano”.
Quello che è certo, invece, è che gli uomini avessero paura delle donne e di quello che potessero fare. “Dobbiamo, quindi, porre sullo stesso piano l’uomo e la donna sin dall’antichità” così ha concluso la docente al termine dell’incontro, facendo riemergere l’importanza della figura femminile nei secoli.


Cristiana Di Matteo I A

Scrittura creativa ed altro. Roberto Cotroneo incontra gli studenti.

Social network, fama, creatività. Sono alcuni dei temi trattati durante l’incontro con lo scrittore e giornalista Roberto Cotroneo, svoltosi a Lanciano in occasione del cinquantesimo anniversario del Liceo Scientifico Galileo Galilei. L’evento si è tenuto alla presenza della moderatrice professoressa Annamaria Mililli, della dirigente scolastica professoressa Eliana De Berardinis e di un folto pubblico di studenti e docenti.
Sul tavolo un e-book e un libro cartaceo. Da lì si è partiti per affrontare tematiche di stringente attualità, quali la radicale trasformazione della scrittura e della comunicazione. Cotroneo ha da subito suscitato la nostra attenzione con un riferimento alle classifiche editoriali che influenzano, ormai quasi esclusivamente, i lettori nelle loro scelte. Il pubblico, oggi più che mai, viene erroneamente attirato dal successo dei libri come se popolarità significasse inequivocabilmente “qualità”.
A questa riflessione è seguita quella sui social network , che rappresentano un’ulteriore rivoluzione della scrittura dopo quella degli sms. Essi vengono utilizzati da una parte con il tentativo di raggiungere notorietà e visibilità, dall’altra come un mezzo per esprimere in modo semplice ed immediato la propria creatività. Luci e ombre di uno strumento diffuso tra giovani e meno giovani che ne fanno un uso spesso eccessivo e inopportuno. I “social” esalterebbero dunque espressioni artistiche come la fotografia, ma inevitabilmente limitano le potenzialità della scrittura, semplificandola in modo eccessivo.
E’ stato proprio il tema della progressiva “semplificazione” e banalizzazione della lingua l’altro snodo tematico che ha suscitato vivo interesse tra i presenti.
Si è parlato infatti della “mortificazione” che la lingua italiana sta subendo, anche a causa della enorme diffusione di generi “leggeri” come il racconto giallo, spesso straniero, la cui traduzione tende in molti casi a banalizzare la complessità e il fascino della nostra lingua.
In conclusione si è riflettuto sul nostro tempo e su come esso stia subendo una veloce e inesorabile decadenza culturale.
Come l’ultimo libro di Roberto Cotroneo , intitolato “Niente di personale”, testimonia, siamo molto lontani dalla Parigi degli anni venti, o dalla Roma degli anni ’50, ma d’altronde la storia della civiltà, ha aggiunto l’autore, è stata sempre caratterizzata dall’alternarsi di fasi di splendore a momenti di transizione: non dimentichiamo che “l’Autunno del Medioevo”, come sostenuto dallo storico Huizinga, ha segnato l’inizio del nostro Rinascimento. Un finale che sicuramente ci ha regalato un barlume di speranza.

Valentina Di Cristofano IV D

Vincenzo Polidoro IV D


Premio Raiano 2019. CROCE E LA NATURA MONUMENTO.

Pubblichiamo il testo vincitore del secondo posto al Premio Raiano 2019 intitolato a Benedetto Croce, che nel paesino peligno soggiornò per lunghi periodi della sua vita.

Una interessante riflessione sul rapporto tra il grande filosofo e la terra d’Abruzzo scritto dalle alunne della IV E Erica Gismondi, Alessandra Mergiotti ed Eleonora Troilo.

Una donna di rosso velata che scende frettolosamente il pendio, gli occhi che la inseguono, la cercano, la bramano e dietro, in lontananza, appare la cima innevata che riflette la luce viva del sole e quasi si sostituisce ad essa. La Bella Addormentata si stacca dall’azzurrino del cielo ed è come se guardasse anche lei, curiosa, la figura sfuggente. La vetta candida, il pelo irsuto del cane pastore, la lana soffice, il verde intenso e profumoso del bosco, il profilo lontano del mare, la cima frastagliata.

Che si stia ammirando la “figlia di Iorio”, o che ci si affacci da uno dei tanti belvedere sparsi a macchia di leopardo nella valle del Sangro, l’immagine maestosa di una natura selvaggia travolge il viandante ramingo, e quasi lo “abetira” (istupidisce).

Forse fu questa la ragione che spinse Maia, la più bella delle Pleiadi a portare qui suo figlio ferito, oppure fu questa la ragione per cui Benedetto Croce cercò di innalzare questa terra di pastori e montagne a rango di parco nazionale.

La convinzione che il paesaggio non sia solamente natura ma storia; che in esso si rispecchi una nazione e i suoi ideali, che non si possa rischiare di danneggiarlo in nome del denaro e del profitto, spinsero l’allora Ministro della Pubblica Istruzione a voler vedere promulgata quella che sarà poi la legge 778, la prima vera norma italiana che definisse il paesaggio monumento nazionale, e lo salvaguardasse.

Seguendo l’esempio di Ruskin che “sorse in difesa delle quiete valli dell’Inghilterra, minacciate dal fuoco strepitante delle locomotive”, Croce si eresse a difensore della sua terra natale, lottando affinché i campi inariditi, “come il cranio di uno squallido vegliardo”, fossero tutelati.

Prima del 1922 erano comuni le battute di caccia all’orso, sì come lo sfruttamento dei boschi e del terreno.

Nel Grand Tour l’Abruzzo non era neanche menzionato, e anzi ritenuto una sorta di Britannia ai tempi dei Romani, popolato da briganti e animali feroci, circondato da alte montagne e privo di monumenti storici di vero interesse.

In questo luogo Benedetto Croce nacque e crebbe fino al terremoto che distrusse la sua famiglia. Novello Leopardi, Croce prese a considerare, dopo l’infausto evento, la natura una sorta di matrigna disinteressata, meccanicamente determinata e lontana dalle frustrazioni dell’uomo. Sebbene questa concezione andò mutando nel tempo, l’immagine dell’immensità silenziosa della realtà continuò ad opporsi alla piccolezza rumorosa dell’uomo.

Sulla scorta dei provvedimenti attuati da Theodore Roosvelt, oppure da quelli messi in cantiere da Vienna durante il primo decennio del XX secolo, Croce si adoperò affinché “il dissidio fra i nuovi bisogni del senso estetico più raffinato e del godimento materiale eccitatore di una produzione più intensa” non producessero paesaggi industriali, o propriamente artificiali.

Non stupisce che sia stato un abruzzese uno dei primi ambientalisti del secolo. Questa terra circondata da monti e da sempre semi sconosciuta, conserva ancora qualcosa del rapporto ancestrale che un tempo intercorreva tra l’uomo e la realtà; una sorta di archetipo nella complessità dell’esistenza, un marchio che diventa più appariscente ogni volta che si osserva il profilo formoso della Majella o quello frastagliato del Gransasso.

Questo amore per la semplicità e per la naturale bellezza, questa impronta indelebile che lascia l’esseri nati in questa terra di pecore e pastori, questa visione della natura specchio degli umani eventi, prova lampante della finitudine dell’uomo, modellarono l’anima del filosofo di Pescasseroli, creando un uomo pieno di stupore e meraviglia per tutto ciò che lo circondava. Rifletteva che se ogni quadro, ogni brano musicale è arte, cosa fa in modo che la natura non lo sia? In essa si rispecchia la ciclicità della vita umana, il desiderio frustrato di onnipotenza dell’uomo, la stessa identità di un popolo.

Cosi come si coltiva il microcosmo dell’anima è necessario anche proteggere il macrocosmo specchio di essa, senza farsi fuorviare da falsi dei. Questa convinzione spinse Croce a lottare e a vogare contro una corrente politica che credeva alla proprietà privata in pericolo, affinché oggi anche noi possiamo ammirare, sospirando, la cima innevata del Monte Amaro.

Scrittori si diventa: i consigli di Alessio Romano.

In occasione della terza edizione del Certame Letterario, concorso di scrittura riservato agli alunni delle scuole superiori di Abruzzo e Molise, la casa editrice Carabba ha organizzato un webinar con Alessio Romano, autore pescarese di romanzi e racconti tra I quali l’ultimo “D’amore e baccalà”, racconto di viaggio alla scoperta del Portogallo, tra amore e gastronomia, sogno e realtà.

Questa sorta di lezione online aveva lo scopo di aiutare i partecipanti al Certame ad interpretare il tema del “viaggio” da sviluppare per il concorso. La consegna prende spunto da una citazione di Anatole France: “Viaggiare non significa tanto spostarsi da un luogo all’altro quanto cambiare opinioni e pregiudizi”.

Partendo da qui lo scrittore ha ripercorso i secoli, spiegando che l’intera storia dell’umanità può considerarsi un viaggio e ha citato la Bibbia, l’Odissea e viaggiatori come Marco Polo, Dante, a suo modo, e Cristoforo Colombo, e le loro importanti scoperte, arrivando fino ad oggi.

Ha precisato che in un viaggio non è importante cosa venga guardato, ma chi guarda e il suo personalissimo punto di vista, aggiungendo che per raccontare bisogna accendere il “pc dei sensi” per arricchire le descrizioni, leggere quello che è stato scritto da chi prima di te ha visitato quel posto e soprattutto avere una capacità empatica per descrivere gli incontri.

Dopo questa introduzione Alessio Romano si è mostrato molto disponibile verso chi volesse porgergli delle domande, anche tecniche, sulla scrittura. Agli studenti ha dato consigli riguardo gli stili, che possono variare soprattutto in corrispondenza dei passaggi tra i vari blocchi di descrizione, dialogo, divagazione o narrazione. Ha spiegato che un racconto sul viaggio è più bello se narrato in prima persona, anche utilizzando vari punti di vista, in modo da inserire diverse idee e pensieri. Infine ha sottolineato che non c’è un solo tipo di linguaggio da usare, basta che esso risulti chiaro e semplice, e che il viaggio può essere raccontato sotto forma di diario, lettera, magari immaginando anche una corrispondenza, sotto forma di social network, il “diario di viaggio” dei cosiddetti influencer, o come semplice testo narrativo.

Ci ha salutato con una raccomandazione: affinché un racconto di viaggio venga apprezzato deve trasmettere emozioni vere e autentiche, solo così il lettore potrà provarle assieme al suo scrittore.

Martina Ciancetta II D