Il musical di Mary Poppins: un’esperienza unica.

“Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti”.
William Shakespeare aveva proprio ragione quando secoli fa scriveva questa frase, che risulta essere valida tuttora. Proprio quest’anno ho avuto il piacere di partecipare ad un progetto meraviglioso proposto dal nostro Liceo: il musical di Mary Poppins.
È stata un’esperienza completamente nuova per me e decisamente emozionante. Il vento dall’ est portato da Mary ha coinvolto tutti rendendo l’atmosfera magica. Il meglio è arrivato sul palco, quando a fine spettacolo tra sorrisi e lacrime ci siamo uniti in un abbraccio… È incredibile come, anche conoscendoci da poco, tra noi si sia instaurato un legame unico e probabilmente indissolubile, perché il palco unisce tutti aldilà dei ruoli rivestiti.
Grazie ai nostri organizzatori, che ci hanno guidato pazientemente durante questo percorso, anche con qualche rimprovero, non dimenticherò mai le emozioni che il teatro ha suscitato in me. Ho visto un sogno realizzarsi e mai avrei immaginato di riuscire a salire su un palco, per di più di fronte ad un pubblico. E così anche tante altre persone, dopotutto è proprio Mary Poppins che dice che “tutto è possibile se ci credi”.
Il teatro è metafora della vita, infatti insegna l’importanza dell’unione e del lavoro di squadra, necessari per la riuscita dello spettacolo. Inoltre nessuno è inferiore ad un altro, anche se recita una parte che apparentemente potrebbe sembrare meno importante. Solo l’amore e l’affetto che accomunano gli attori possono trasmettere emozioni al pubblico.
Credo che non dimenticherò mai i preziosi legami che si sono creati, gli insegnamenti ricevuti e questa supercalifragilistichespiralidosa esperienza.

Rebecca Solazzo. V D

“Io, che ero ARGENTOVIVO”

“Argentovivo”, la nuova canzone di Daniele Silvestri, è stata candidata al festival di San Remo 2019 e ha vinto il premio della critica Mia Martini, quello intitolato a Lucio Dalla e quello come miglior testo. Il brano di Silvestri ha suscitato scalpore da parte di molti giornalisti e del pubblico, ma anche ammirazione soprattutto tra i giovani. Infatti molti teenager si sono sentiti rappresentati da “argentovivo”, poiché la canzone stessa vuole essere lo specchio del dramma adolescenziale. La canzone è la dichiarazione di un mondo giovanile che si sente alienato e che vuole far sentire la sua voce, un mondo in cui è difficile essere, ma conta l’ apparire. E’ un grido che si leva alto, è il grido dei giovani emarginati, soli, che non riescono a trovare un senso al Sistema. Lo stesso autore ha raccontato che si tratta di un brano che “urla di volersi far ascoltare”.

“Ho sedici anni
Ma è già da più di dieci che vivo in un carcere
Nessun reato commesso là
Fuori
Fui condannato ben prima di nascere
Costretto a rimanere seduto per ore
Immobile e muto per ore
Io, che ero argento vivo”.

E’ la storia di un sedicenne, che si sente condannato a non esprimere se stesso, a rimanere seduto dietro i banchi di scuola, costretto a stare al Sistema del quale anche la sua stessa famiglia fa parte. Lui che è argento vivo non è ascoltato, lui che è argento vivo si ritrova a chiudersi in se stesso rimanendo solo. Questa è la storia dell’ adolescente che gli adulti ignorano, che il mondo che lo circonda ignora.

“E mi mantengo sedato per non sentire nessuno
Tengo la musica al massimo
E volo
Che con la musica al massimo
Rimango solo”

Sì, rimane solo…non c’è spazio per lui. C’è solo un mischiarsi confuso di parole vane che è difficile comprendere, soprattutto da chi non crede più di poter avere un ruolo nella sua vita. Infatti l’ unico ruolo che può ricoprire è quello del “bambino che non stava mai fermo, che avete preso per metterlo davanti a uno schermo”.

“ Io che ero argento vivo, dottore
Io così agitato, così sbagliato
Con così poca attenzione
Ma mi avete curato
E adesso mi resta solo il rancore”.

La vera domanda da porsi è perché un bambino che non sta mai fermo deve essere messo da parte…Perché solo i vincenti devono andare avanti? Forse è per questo che il sedicenne si chiude in se stesso, per questo non accetta la società in cui vive, per questo il mondo è una prigione dalla quale non può fuggire, perché una prigione non può valorizzarlo… Non l’ha mai fatto e mai lo farà.
La realtà che lo circonda non lo apprezza, perché è un perdente e un perdente non può riuscire nella vita. Il perdente viene bullizzato, deriso, viene fatto sedere in fondo all’ultimo banco. Gli vengono tarpate le ali. Per questo non ascolta, perché non viene ascoltato. L’ unica cosa che sembra contare sono le prediche, a scuola, a casa…
Ma dov’è la scuola quando accade questo? E la famiglia? E no, “sono i ragazzi di oggi ad essere così”, oppure “ai nostri tempi queste cose non accadevano”. È facile mandare avanti il vincente, più difficile far risollevare il perdente. Proprio per questo il bambino iperattivo, dislessico, disabile, timido e disagiato deve sedersi all’ultimo banco, deve essere curato. Ma ci siamo mai chiesti se la vera differenza  possiamo farla noi? Abbiamo mai provato a porgere la mano all’ alienato, all’emarginato, al “forestiero” che siede accanto a noi? Abbiamo provato a mettere in pratica i valori di cui tanto parliamo? Abbiamo provato a non tarpare le ali all’ Albatros che si libra alto nell’aria, ma che superficialmente definiamo goffo e impacciato?
Smettiamola di parlare, parlare e parlare… A volte un gesto conta più di mille parole, di mille prediche. La canzone di Silvestri ci fa sbattere la faccia di fronte ad una realtà cruda che noi stessi abbiamo creato, di cui noi siamo responsabili e non ce ne rendiamo conto. Tutte le volte che giudichiamo, che puntiamo il dito costruiamo quella prigione dalla quale il “perdente”, il “vinto” non riesce a fuggire.

“Ti dico un trucco per comunicare
Trattare il mondo intero come un bambino distratto
Con un bambino distratto davvero è normale
Che sia più facile spegnere
Che cercare un contatto”.

È più facile spegnere che creare un contatto. È proprio questo l’ errore che spesso commettiamo, quello di spegnere, di mettere da parte. Apriamo gli occhi di fronte alla realtà, non rimaniamo fermi alla superficie, valorizziamo chi ne ha bisogno. Permettiamo al “sedicenne” di migliorarsi e di non fargli credere che la sua vita sia un errore, perché non lo è.

“Se c’è un reato commesso là
Fuori
È stato quello di nascere”.

Rebecca Solazzo V D

Segre. Come il fiume

Il 28 gennaio alla Sala Mazzini oltre 200 studenti del Liceo hanno assistito alla rappresentazione teatrale “Segre. Come il fiume”, del Teatro del Krak per la regia di Antonio Tucci.

Di seguito pubblichiamo tre articoli, il primo di Desara Haliti della 4F, il secondo di Alessia Torosantucci della 5H e il terzo di Elena Tupone della 4C.

L’attrice scrive su una lavagna il cognome di Liliana: Segre. E da lì traccia una linea curva, a fianco alla quale scrive il nome del padre, a cui la protagonista era molto legata
Tutto inizia quando Liliana ha otto anni.  A tavola le viene detto dal papà che era stata espulsa da scuola a causa delle leggi razziali fasciste. Solo allora Liliana si rese conto di essere ebrea, si accorse di una parte di sé, che in un’intervista chiama “quell’altra parte”, che tutt’oggi continua ad esistere. Inizialmente non riesce a comprendere a pieno la causa della sua espulsione, perché per ricevere una punizione del genere, doveva aver compiuto qualcosa di molto grave.
Assieme al padre e due cugini, prova a fuggire in Svizzera. I quattro però non riescono a raggiungere la libertà poiché vengono arrestati dalle guardie svizzere. Liliana dice di ricordare il momento in cui, mettendosi in ginocchio e abbracciando le gambe di una delle guardie, l’aveva scongiurata inutilmente di lasciarla libera. E’ proprio per questo motivo che sulla lavagna vengono scritti i nomi di tutte le persone che hanno fatto parte della vita di Liliana, tranne il nome di quella guardia, perché Liliana tutti ha perdonato, tranne quella guardia.
Viene trasferita, insieme al papà,  nel carcere di Milano.
Nel 1944 inizia il suo viaggio dal Binario 21 verso il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, un viaggio che durò sette giorni. Quando scese dal treno fu l’ultima volta che vide suo padre.
Superata la selezione le viene tatuato il numero di matricola 75190 sull’avambraccio, che fece diventare Liliana solo un numero, una persona senza identità.
Liliana è liberata il primo maggio del 1945, ma si sentirà veramente libera solo nel momento in cui riuscirà a perdonare chi le ha fatto tutto questo.
Dopo la liberazione andò a vivere assieme ai suoi nonni materni e dovette affrontare il  “ritorno alla vita”. Tutto questo non fu facile per lei, perché nessuno voleva ricordare gli anni passati, nessuno voleva ascoltare e sapere. Nessuno voleva credere.
Liliana dovette seppellire tutte le emozioni che aveva provato dentro di sé.
Nel 1948 conosce Alfredo Belli Paci, anch’egli reduce dei campi di concentramento nazisti. I due si sposano ed hanno tre figli: Alberto, il quale porta il nome del nonno, Luciano e Federica. Alfredo è la prima persona con cui Liliana sia riuscita a parlare, perché  l’unico in grado di comprendere le emozioni che Liliana aveva provato e l’unico che invece di compatirla, invece di provare pietà per lei, la incoraggiava a parlare, a raccontare.Lo spettacolo teatrale si chiude con la liberazione di Liliana da parte dei soldati dell’Armata Rossa. Sulla lavagna il disegno del campo in cui Liliana era stata prigioniera. Quel campo nel quale ha lasciato per sempre una parte di sé. (Desara Haliti)

Da tempo ormai conosco la storia della signora Liliana Segre, ma in una maniera così originale, sinceramente, non mi era mai stata presentata. Nasce tutto da una lavagna vuota, pulita, sulla quale viene scritta una parola, “Segre”, il nome appunto della senatrice, e da lì poi, come un fiume, si dispiega l’intera narrazione. Pian piano, lettera dopo lettera, parola dopo parola, la lavagna si riempie di nomi, di immagini. Papà Alberto e mamma Lucia, nonna Bianca e nonno Giuseppe, nonna Olga e Nonno Alfredo. Tutti lì insieme come erano prima che tutto accadesse, prima che ogni cosa cambiasse. Una polverosa linea di gesso che attraversa la storia e ci fa percorrere in poco  tempo un’intera vita. Si parla di amore, di matrimonio, di figli, di fughe e di amicizie, ma anche di odio, di morte e di sconforto. Non mancano coraggio, forza e speranza. Il tutto si conclude con un grande disegno, strano, apparentemente vuoto. É il campo di Auschwitz. La sua sagoma si intreccia con i nomi, li segna, irrimediabilmente. Il suo disegno arriva ad occupare l’intera lavagna. Si spengono le luci, alcune note di musica classica, leggera, a tratti malinconica, accompagnano gli applausi. (Alessia Torosantucci)

Una lavagna, un gessetto, uno sgabello e una donna. Poche e semplici cose per narrare una storia di silenzi, di grida, di dolore, di morte ma anche di perdono e di rinascita. In un racconto fatto di frammenti di memoria, è andata in scena la vita e la storia di Liliana Segre.
Liliana ricevette il suo primo schiaffo dall’indifferenza nel 1943, quando tentò la fuga in Svizzera accompagnata dalla sua famiglia, per evitare la deportazione; ed è proprio qui che un funzionario locale negò ai fuggitivi il sapore della libertà. Liliana dice: “… e quando pensavamo di avercela fatta un funzionario svizzero-tedesco, di cui mai ho voluto conoscere il nome, con totale assenza di umanità e sguardo colmo di disprezzo ci respinse”. Liliana aveva  soltanto 13 anni.
Quando l’Armata Rossa, quel primo maggio del 1945, entrò nel campo di Malchow, Liliana riuscì finalmente a vedere uno spiraglio di luce, a riassaporare il gusto della libertà. Le SS  abbandonavano in gran fretta le loro divise e vestivano abiti civili. Fu così anche per il comandante del campo che buttò ai piedi di Liliana persino la sua pistola. Lei per un solo e brevissimo istante pensò di vendicare tutto il male subito, tutta la sofferenza vissuta, tutte quelle morti ingiustificate ed ingiustificabili. Ma cosa avrebbe significato uccidere un uomo?
Liliana aveva scelto la vita e quando si fa questa scelta non si può togliere la vita a nessuno. Lei aveva scelto di “essere umana”, aveva scelto di differenziarsi dai suoi aguzzini. Solo allora Liliana si sentì libera, aveva ri-conquistato la libertà, quella stessa che l’avrebbe portata ad essere testimone degli orrori dello sterminio e memoria vivente di ciò che è stato. (Elena Tupone)

Una metafora della vita: ‘’Venuto al mondo’’ di Margaret Mazzantini

Venuto al mondo è un romanzo di Margaret Mazzantini (nata a Dubino, Irlanda, nel 1961), pubblicato nel 2008 dalla casa editrice “Mondadori”. Vinse il Premio Campiello nel 2009. Il libro narra la storia di Gemma, donna dall’incredibile sensibilità che in compagnia del figlio Pietro visita la città del suo passato: Sarajevo. Qui riincontra Gojko, amico storico e compagno di avventure che l’accompagnerà alla riscoperta della città dopo l’assedio (5 Aprile 1992 – 29 Febbraio 1996) che la distrusse. Il romanzo si apre con una telefonata di Gojko a Gemma, grazie alla quale la protagonista deciderà di partire insieme a Pietro per questo viaggio alla riscoperta di vecchie emozioni. Partirà lasciando Roma, città in cui vive, e Giuliano, suo marito. Gemma è diretta lì per una mostra fotografica di Diego, l’amore della sua vita noto come il ’’fotografo di pozzanghere’’. I due si erano conosciuti molti anni prima a Sarajevo grazie a Gojko e da subito si erano innamorati. A causa di questo amore Gemma aveva divorziato dal suo primo marito, Fabio. In questo viaggio tante sono le emozioni e soprattutto tanti i ricordi affiorati alla mente della protagonista, donna dalla personalità forte, temprata dalla sofferenza e dal dolore di una guerra che ha vissuto in prima persona. L’intero romanzo si snoda in un intreccio tra passato e presente che coinvolge il lettore a trecentosessanta gradi. Il perfetto incastro tra gli eventi passati e quelli presenti crea un clima particolare che invoglia alla lettura senza mai cadere nel banale. Allo stesso tempo il linguaggio semplice e molto diretto dell’autrice e il frequente utilizzo di dialoghi, rendono la narrazione dinamica e scorrevole senza che quest’ultima risulti noiosa. Il romanzo ruota intorno a diversi temi che sono stati sapientemente mescolati dalla scrittrice, dando vita ad una miscela emozionante e intensa di avventure. La guerra, l’amore, la morte, l’amicizia, la maternità e la paternità sono i capisaldi di questo libro intorno ai quali si snoda la vicenda. È un romanzo che porta all’immersione totale delle lettrici femminili che si sentono toccate nel profondo della loro natura di donne, natura che le rende spesso tanto fragili quanto capaci di affrontare il mondo che le circonda con estrema sicurezza e vitalità. Un libro che indaga la psiche della donna e che porta a comprendere quanto sia importante il suo ruolo nella società. Allo stesso tempo però il romanzo riesce a coinvolgere anche i lettori di sesso maschile portandoli a capire meglio il complesso universo delle donne che spesso risulta essere per loro incomprensibile. La figura dell’uomo e ancor meglio del padre, seppur in diverse prospettive, è stata minuziosamente esaminata dall’autrice. Il romanzo si presenta anche come un mezzo utile per poter riflettere su temi complessi e su realtà a tratti sconosciute, come ad esempio l’assedio di Sarajevo, avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Una frase in particolare di questo libro mi ha spinto a riflettere: “La vita e la morte non si decidono, in mezzo possiamo imboccare una strada più difficile, sfidare il destino, ma in fondo gli facciamo solo il solletico.” Ecco, questa a mio avviso racchiude l’intero libro, sottolineando l’impotenza dell’uomo davanti a determinati eventi come la morte, la guerra o sogni non sempre realizzabili. Noi uomini che abbiamo avuto un dono, la vita, ma oltre a questa anche un destino, il quale è stato scritto e non può essere cambiato. Noi uomini che spesso ci consideriamo così potenti da poter far tutto ma che in realtà di fronte alla grandezza della vita siamo come una piuma che può farci il solletico, ma non può muoverci in alcun modo. Noi uomini che pensiamo spesso di essere immortali ignorando la bellezza delle giornate che viviamo, trascurando gli affetti che ci circondano. Noi che dovremmo imparare ad inchinarci al cospetto della nostra vita, glorificandola giorno per giorno, nel bene e nel male.

Natalia Brighella IV D

L’istruzione: fondamento della libertà. La lezione di Elena Ferrante.

Lenù, la protagonista del romanzo “L’amica geniale” di Elena Ferrante, sapeva che l’istruzione le avrebbe permesso di evadere da quella realtà squallida, lurida, in cui la violenza era sinonimo di normalità. Lenù sapeva che anche lei, iscrivendosi alle scuole medie, avrebbe potuto scrivere un libro bello come “Piccole donne”, la sua prima lettura, la sua preferita in assoluto. Lenù aveva compreso presto che lo studio era l’unica strada percorribile per il riscatto sociale e quindi la scuola l’unico mezzo che l’avrebbe portata lontana dal grigiore del rione. E’ così che in questa storia l’istruzione rappresenta la fuga dall’analfabetismo, dalla miseria, dalla povertà. L’istruzione assume la sfumatura di “libertà”.

Essere liberi significa esporre senza timore il proprio parere, mostrare la propria opinione, significa agire liberamente, rispettando però i limiti della giustizia e del corretto vivere comune. Sebbene dunque ognuno di noi sia libero di agire e di esprimersi, e di acquisire gli strumenti adeguati per poterlo fare nel migliore dei modi, è necessario che ci venga dato un confine da non superare, un terreno all’interno del quale agire. E da chi viene posto questo limite? Cosa permette la pacifica e libera convivenza tra le persone? Questo compito non può che essere attribuito all’istruzione. La scuola non ha tanto la prerogativa di formare I ragazzi in modo da permettere loro di raggiungere gli obiettivi che si sono posti, quanto quello di far sì che la loro libertà non sia sopraffatta e non prevarichi quella degli altri.

E’ per questo che possiamo sovrapporre al termine “istruzione” quello di “educazione”.

L’educazione di tutti noi è iniziata il giorno in cui siamo nati, ci è stata data dalle nostre famiglie e dalla comunità in cui siamo cresciuti. All’età di sei anni, tuttavia, è iniziato il nostro ”ufficiale” percorso di formazione che continuerà ancora per molto tempo, un tempo lungo tutta la vita. Tutto è iniziato il primo giorno di scuola, quando abbiamo ricevuto il primo rimprovero per non aver svolto gli esercizi, quando abbiamo imparato a dare del “lei” agli sconosciuti, quando ci hanno insegnato a leggere e scrivere. E poi quando ci siamo ritrovati al liceo a studiare la filosofia, ad esporre un nostro pensiero in un testo argomentativo che esprimesse una visione critica e libera della realtà. Lo studio della letteratura ci permetterà di pensare autonomamente e grazie allo studio del latino e della matematica non ci fermeremo davanti al primo ostacolo, ma tenteremo di risolvere ogni tipo di problema che la vita ci presenterà.

Compito della scuola, allora, non è quello di formare giovani dalle conoscenze illimitate, ma quello di aiutare noi ragazzi a ragionare e ad applicare il ragionamento al futuro che ci aspetta.

Compito della scuola è però anche, e soprattutto, far sì che le nostre idee e quelle degli altri possano convivere e coesistere e noi possiamo sentirci veramente liberi. Saremo uomini liberi quando, varcato il suo portone, sapremo rispettare l’altro, quando aiuteremo una persona in difficoltà, quando daremo ad un nostro collega la possibilità di non essere d’accordo con quanto abbiamo affermato, saremo liberi quando in televisione non sentiremo più parlare di violenza sulle donne, di bullismo, di razzismo…

Solo quando la nostra libertà non andrà a limitare quella dell’altro, potremo definirci “uomini”e a quel punto ringrazieremo i nostri professori, i due in matematica, ringrazieremo la scuola con tutti coloro che ci lavorano, la maestra che all’asilo ci aveva insegnato a colorare e potremo dire che, sì, l’istruzione è la più valida difesa della libertà.

Vincenzo Polidoro IV D