JACQUELINE

Durante l’ultima assemblea d’istituto, quindici ragazzi hanno ricordato e narrato il massacro di Bullenhuser Damm (20 aprile 1945).
Venti bambini, 10 maschi e 10 femmine, assassinati dalla furia delle SS nella scuola di Bullenhuser Damm (Amburgo)dopo essere state cavie umane per gli esperimenti folli voluti da Kurt Heyssmerier, uno “medico” tedesco che sperava in questo modo di ottenere una cattedra universitaria.
Tra i bambini c’era Jacqueline. La sua storia è stata narrata da Roberta Casalanguida (5C) che l’ha poi personalmente rivisitata. Noi la pubblichiamo su “Il Cannocchiale”, perché crediamo nei valori della narrazione e della memoria.

1928.

Dalla Bessarabia rumena, Karl e Leopold Morgenstein arrivano a Parigi, giovani e già provati dalle violente ondate antiguidaiche.

Parigi, 1939.

Karl, o meglio Charles (aveva cambiato il nome per sentirsi francese, per sentirsi a casa), e suo fratello Leopold gestiscono un salone di parrucchieri, vivono tranquilli, sereni, ignari di ciò che stava per accadere.
Leopold è già innamorato di sua moglie Dorothea.
Charles, si innamorerà di una donna francese, Suzanne, con cui, il 26 maggio 1932 condivide la gioia per la nascita della loro primogenita, Jacqueline.
Così piccola e così preziosa, i suoi occhi chiari incantavano la vita. I suoi riccioli brillavano al sole, non si poteva non amarli.

1940, i tedeschi, vincitori, entrano a Parigi.

1943, luglio, i fratelli Morgenstein cedono “per loro spontanea volontà” la loro attività ad un uomo francese, un ariano.

1943, settembre, Charles, Suzanne e Jacqueline riescono a raggiungere Marsiglia.

Comincia l’incubo.
A Marsiglia vengono catturati, portati al campo di Drancy: in realtà, “un soggiorno” di appena pochi mesi, il 20 maggio 1944 saliranno sul convoglio 74, diretto ad Auschwitz.
564 uomini, 630 donne, 191 bambini. Tutte vite incrociate, intrecciate, unite, legate indissolubilmente dalla paura, dalla speranza, dalla morte.
All’arrivo al campo, la famiglia viene divisa, Charles da un lato, Suzanne e Jacqueline dall’altro. Un ultimo sguardo. Una lacrima.
Suzanne cerca di far sopravvivere Jacqueline come poteva, donandole la sua misera razione di cibo. Così facendo, l’avrebbe lasciata sola prima del dovuto.
Suzanne, viene selezionata per le camere a gas.
Un abbraccio, un ultimo sguardo, una lacrima.
Charles sopravviverà ad Auschwitz, giungerà a Dachau e ringrazierà Iddio per avergli concesso almeno per qualche ora ancora il sapore della libertà sulla secca bocca, si butterà sulle sue ginocchia scheletriche, deboli, e ringrazierà gli alleati, gli americani.
Morirà il 23 maggio del 1945: la furia nazista lo aveva comunque ucciso.
Quei dolci occhi chiari, Jacqueline, senza una mamma, senza un angelo custode, viene selezionata per il progresso, mandata al Block 11, la baracca dei bambini.

I suoi riccioli, di colpo, non brillarono più.

Amedeo Colanero: l’ultimo reduce.

Martedì 28 gennaio la Proloco di Frisa ha organizzato un incontro per celebrare la Giornata della Memoria: sono intervenuti l’ultimo reduce combattente, il sig.Amedeo Colanero e il prof. Luciano Biondi.  La serata, molto emozionante, è iniziata con la proiezione di due video che raccontavano in breve la storia di Sami Modiano, uno dei pochissimi sopravvissuti alla Shoah.

Classe 1921, Amedeo Colanero all’età di 19 anni fu costretto a lasciare la sua famiglia, i suoi amici, e il suo paese d’origine per servire come soldato “la sua patria”.

 “Quando sono tornato dalla guerra nel 1946, amici e parenti mi abbracciavano senza sapere del mio dolore, delle mie pene” inizia così il signor Colanero. “Vivevo di ricordi! Il mio paese dopo i bombardamenti e le cannonate era diventato macerie. Tutto era distrutto.

La mia casa non c’era più.

Ho chiesto a mia madre dei miei cinque fratelli. Mio padre invece  era morto dopo 8 anni di guerra; è stato difficile andare avanti senza nulla da mangiare. Mia madre zappava la terra tutto il giorno per continuare a vivere con sei figli. Ci era stato donato un pezzo di terra da un signore e chiesi subito dove fosse per seminarci un po’ di grano”.

“Oggi” conclude Amedeo “i soldati d’Italia ottantenni e novantenni hanno il dovere di far sapere ai giovani le sofferenze sopportate in quei momenti […], i giovani però spesso non vogliono sentire, sembrano disinteressati, sempre con il cellulare tra le mani …; non c’è nulla di più sacro del valore della Memoria che ricorda la nostra storia e le nostre sofferenze”.

La parola è poi passata al professor Biondi che ha innanzitutto letto un paio di pagine tratte da un libretto che ripercorre l’epopea vissuta da Camillo Lanci, un contadino di Frisa, durante gli anni della guerra: il suo arresto, la sua deportazione nei campi di concentramento e di lavoro in Germania, il suo ritorno a casa. Il prof. poi ha presentato il progetto, da lui promosso, ovvero quello delle pietre d’inciampo. Apparentemente semplici cubetti di pietra rivestiti di ottone, ognuno porta il peso di una storia incisa da mille sofferenze e da mille lacrime. Il 16 gennaio 2019 a Lanciano sono state ricordate 4 persone della famiglia Grauer, mentre il 7 gennaio 2020 a Castel Frentano sono state ricordate 5 persone di due famiglie diverse: i Nagler e i Fuerst. L’artista di questo museo all’aperto più grande al mondo sulla Shoah è Gunter Demnig, il quale posizionò i primi Stolpersteine (nome tedesco di queste pietre) nella città di Colonia all’inizio degli anni ’90.

Jessica Di Sciullo III F

Storpelsteine: intervento di Giulia D’Amico.

Si è da pochi giorni concluso il progetto sugli Stolpersteine (pietre d’inciampo) coordinato dal prof. Luciano Biondi che ha visto la partecipazione di 25 studenti del liceo scientifico e di altrettanti alunni delle scuole medie di Castel Frentano. Abbiamo già pubblicato qualche tempo fa la locandina che annunciava la manifestazione finale.

Quello che segue è l’intervento di Giulia D’Amico (5C) il 7 gennaio scorso tenuto in occasione della posa in opera di cinque pietre d’inciampo a Castel Frentano.

Gli Stolpersteine, in italiano definiti come Pietre d’inciampo, nascono da un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig volta a  depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. Si tratta di un semplice sampietrino il quale reca incisi sulla superficie superiore, rivestita di ottone, nome e cognome, data di nascita, data e luogo di deportazione nonché data di morte del deportato. Queste sorgono nei pressi dell’abitazione dei deportati, dai luoghi da cui sono stati strappati ai loro affetti e alle loro occupazioni, per essere uccisi senza nemmeno esser degni di sepoltura.

Gunter Demnig prepara ogni singolo Stolperstein e lo interra personalmente, pienamente consapevole della responsabilità che porta. Così dice: “Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo. Si parla di bambini, di uomini, di donne che erano vicini di casa, compagni di scuola, amici e colleghi. E ogni nome evoca per me un’immagine. Vado nel luogo, nella strada, davanti alla casa dove la persona viveva. L’installazione di ogni Stolperstein è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno.”

Il verbo stolpern della parola Stolperstein presenta nella sua forma attiva il significato di attivare la memoria, mentre significa inciampare nella forma passiva. Tutte e due queste valenze si riflettono pienamente nel nome stesso del progetto. Le Pietre d’inciampo sono poste là dove ebbe inizio la deportazione per tante categorie di perseguitati e, proponendo un concreto intreccio fra memoria e storia, indicano delle vere e proprie “ferite della città” che rinviano a loro volta a una dimensione più ampia, di ambito europeo, riguardante l’articolato quadro della repressione e delle vittime del nazismo.

Pensati nel 1993, due anni dopo furono installati per la prima volta senza autorizzazione nella città di Colonia; oggi gli Stolpersteine sono diffusi in centinaia città europee e in diciassette Stati, tra cui l’Italia, e ciascuno di essi, in modo transnazionale, partecipa alla costruzione di questo monumento diffuso, mosaico di memorie europee.

Oggi anche Castel Frentano entra a far parte di questo “mosaico” di memorie, divenendo la città con più pietre d’inciampo d’Abruzzo, ridonando la vita a due famiglie, a cinque persone, le cui storie si sono intrecciate proprio qui in questo luogo. Parliamo della famiglia Nagler e della famiglia Fuerst, entrambe provenienti da Trieste e i loro destini assunsero lo stesso colore a partire da questo piccolo paese.

La famiglia Nagler era composta da Salo, Adele e Giacomo, il loro unico figlio. Salo Nagler, ebreo, nacque a Sloboda, nell’attuale Ucraina, il 23 marzo 1886.  Adele Fitzer, sua moglie, a Stanislawow in Polonia, il 19 ottobre 1888. Il 19 luglio 1913 venne al mondo il piccolo Giacomo, sempre a Stanislawow, in Polonia. Nel maggio 1920 Salo si trasferì insieme alla sua famiglia a Trieste ed intraprese la carriera di commerciante avviando un negozio di ferramenta. Salo, Adele e Giacomo sarebbero dovuti partire per l’America nel luglio del 1940. I documenti erano pronti, tutto era pronto per raggiungere il fratello di Salo, Emanuele, che viveva a New York. Le cose però non andarono come sarebbero dovute andare. L’Italia entrerà il guerra il 10 giugno di quell’anno e la sorte della famiglia Nagler ne sarà irrimediabilmente segnata. Un mese dopo lo scoppio della guerra Salo fu arrestato e poi internato nel campo di concentramento di Casoli. I primi giorni dell’aprile del 1941 venne trasferito a Lanciano. Il 7 giugno di quello stesso anno arrivò nel campo di internamento di Castel Frentano, insieme alla moglie Adele. Il figlio Giacomo fu arrestato e poi internato nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia il 29 luglio 1940. Il 14 settembre fu trasferito nel campo di Casoli. Il 6 dicembre giunse nel campo di internamento di Castel Frentano, dove erano già i suoi genitori.

Per quanto riguarda la famiglia Fuerst sappiamo che era composta unicamente da moglie e marito, i quali nomi erano Betty ed Arturo. Arturo Fuerst, ebreo, nacque a Danzica, in Polonia, il 6 gennaio 1886. Betty Abrahamson, ebrea, nacque a Karthaus, in Germania, il 16 aprile 1892. Nel novembre del 1939 si trasferirono insieme a Trieste, città in cui Arturo intraprese anch’egli, come Salo Nagler, la carriera di commerciante. Arturo venne arrestato e poi internato nel campo di concentramento di  Casoli,  il 10 luglio 1940. Il 23 novembre fu trasferito a San Vito Chietino, dove venne raggiunto dalla moglie il 16 maggio 1941. Il 25 maggio 1941 si stabilirono nel campo di internamento di Castel Frentano.

Di queste due famiglie abbiamo pochissime notizie, ma è la più importante a non essere stata persa, la notizia che ci permette di ricucire la trama intrecciata delle loro storie, la notizia che ci permette di essere qui oggi a fare memoria di loro, qui in questo preciso luogo.

Salo, Adele, Giacomo, Arturo e Betty, dopo essere stati arrestati i primi di novembre del 1943 da Castel Frentano vennero trasferiti nel carcere di San Vittore a Milano, e poi caricati sul convoglio n.6  (binario 21) che li portò, il 6 febbraio 1944 nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Si tratta dello stesso convoglio che ospitò la famiglia Grauer, composta da Samuel, Rosa e i loro figlioli Tito e Marco, i cui nomi sono incisi sulle pietre d’inciampo posizionate a Lanciano lo scorso 16 gennaio 2019.

Vite che camminano all’unisono e che si fanno portatrici del vissuto di tante altre famiglie, che come loro hanno patito la “pena” di esser nati ebrei in un mondo che concepisce l’altro come diverso e non come fratello, amico o simile.  Anche oggi risentiamo di questa tendenza, in un momento storico in cui l’accoglienza, il confronto e l’uguaglianza dovrebbero essere valori ben radicati, visti gli errori commessi nel passato.

“ E voi, imparate che occorre vedere
e non guardare in aria; occorre agire
e non parlare. Questo mostro stava,
una volta, per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora non
cantiamo vittoria troppo presto:
il grembo da cui nacque è ancor fecondo.”
(Bertold Brecht)

Desidero lasciarvi con questa frase, la quale dovrebbe costituire per molti uno spunto di riflessione nei confronti di ciò che è accaduto e di ciò che sta accadendo oggi. Mi piacerebbe porre l’accento sul valore della memoria, memoria come arma contro l’oblio. Fare memoria è importante per non commettere gli stessi errori, per attualizzare il passato e trarne insegnamento, per costruire un mondo migliore, un mondo diverso. Spetta a noi giovani specchiarci sulle lamine d’oro di queste pietre d’inciampo, coglierne il senso più profondo e farci portatori di questo messaggio affinché l’uomo non si macchi più di simili orrori.

“The Haber_Immerwhar File”

Scienza e nazionalismo nel dramma di Fritz Haber, Nobel dimenticato

Dialogo teatrale a cura della compagnia L’aquila Signorina

Fritz Haber

Il 19 dicembre si terrà nel nostro liceo una rappresentazione teatrale riguardante la vita di Fritz Haber,  un chimico che cambiò radicalmente quella che era la visione delle tattiche militari. Haber ebbe una vita umana e professionale piena di luci ed ombre.  In lui si incarnano entrambe le facce della scienza. Il suo personaggio si intreccia con le vicende di entrambi i conflitti mondiali, ma anche e soprattutto con la storia della chimica e della chimica-fisica, ma vediamo meglio la sua storia

Chi era Fritz Haber?

Text Box:          Clara Immerwahr
Clara Immerwahr

Fritz Haber (1868-1934) fu un chimico tedesco di origini ebree, viene ricordato come premio Nobel per la chimica nel 1918 per aver sviluppato, insieme a Carl Bosch, il processo di sintesi dell’ammoniaca dai suoi elementi, utilizzando come catalizzatore il ferro. Ma partiamo dall’inizio. Studiò in diverse università, come quella di Heidelberg (sotto la direzione di Robert Bunsen), di Berlino e all’Ecolè technique di Charlottenburg, Ma, studiando sotto la guida di professori molto severi e metodici, perse molto del suo interesse per la chimica, e, prima di iniziare la sua carriera come chimico vero e proprio, provò ad imparare il mestiere del padre (produttore di tinte per tessuti), presso il politecnico di Zurigo. Durante gli anni di studio sposò la prima donna laureata in chimica in Germania, Clara Immerwahr, con la quale ebbe un figlio l’anno seguente. Negli anni immediatamente successivi a questo tentativo si trasferì a Karlsruhe, dove lavorò a quello che poi fu il motivo del suo Nobel. Con l’arrivo della prima guerra mondiale, Haber decide di unirsi agli altri intellettuali del tempo per firmare il Manifesto dei Novantatré (3 ottobre 1914, il manifesto smentiva la responsabilità della Germania nella prima guerra mondiale) e si arruolò come volontario. Ovviamente venne inserito nel settore scientifico per la ricerca di esplosivi con l’avvento della “Guerra chimica”. Haber convinse lo Stato Maggiore ad usare i gas tossici, nonostante l’adesione alla convenzione dell’Aia e, sotto la sua direzione, furono create le prime Gastruppe. Le sue ricerche resero possibile l’utilizzo dei gas Cloro e Fosgene. Il primo utilizzo fu nella battaglia ad Ypres, città belga. Haber scelse con cura come posizionare ogni singola bombola, ed il giorno dell’attacco furono liberate 150 tonnellate di gas cloro, prodotto dalle maggiori industrie farmaceutiche del tempo. Sua moglie, pacifista, qualche giorno dopo l’attacco a Ypres si sparò in testa nel giardino di casa, in segno di protesta, utilizzando proprio la rivoltella di servizio del marito, che non si presentò nemmeno al suo funerale dato che era preso dai festeggiamenti per la vittoria di Ypres. Alla fine della prima guerra mondiale, Haber fu incriminato a causa della violazione della convenzione dell’Aia, e fuggì in Svizzera. Nel periodo tra le due guerre Haber lavorò alla produzione dello Zyklon B, che doveva essere un’insetticida, ma che venne presto impiegato nei campi di sterminio nazisti.

Due soldati appartenenti alle prime Hastruppe

A causa delle leggi razziali Haber fu costretto a fuggire, nonostante le sue scoperte furono essenziali anche nella seconda guerra mondiale, ma morì durante il viaggio per un attacco cardiaco. Nel suo personaggio vediamo la genialità, ma anche quella che sua moglie definì “perversione della scienza”, che porta a riflettere sulla moralità di alcune ricerche scientifiche.
E noi, quindi, ci chiediamo “È giusto andare avanti a costo di fare del male? È moralmente corretto tutto ciò?” ma tuttora non si sa la risposta, è un dibattito ancora aperto, che non appartiene solo alle guerre mondiali, tanto attuale anche ai nostri giorni. Questo spettacolo, piuttosto insolito, ci offrirà sicuramente interessanti spunti di riflessione sul rapporto tra scienza ed etica.

Sara Di Marco (5F)