Il cinema incontra la letteratura: un kolossal degli anni ’20.

Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 nasce e si sviluppa in Europa una nuova forma d’arte : la cinematografia. La data della nascita del cinema è, convenzionalmente, il 28 dicembre 1895 con la prima proiezione pubblica del cortometraggio dei fratelli Lumière intitolato “La sortie des usines Lumière”. Personaggio eclettico e simbolo del cinema italiano è Giovanni Pastrone che nel 18 aprile 1914 realizza il più lungo e famoso kolossal del cinema muto italiano : Cabiria. Per la realizzazione di questa opera d’arte Pastrone chiede l’aiuto di Gabriele D’Annunzio e insieme riusciranno a creare un lungometraggio in cui si incontrano le innovative tecniche cinematografiche del maestro Pastrone e la sconfinata cultura del poeta abruzzese. La casa cinematografica “Itala film”, di cui fa parte Pastrone, chiama i migliori artisti per prendere parte al lavoro; fra questi c’è Ildebrando Pizzetti per le musiche e Segundo De Chomòn, pioniere del cinema spagnolo. Quando per la prima volta viene proiettato a Torino riscuote sin da subito un successo che lo porterà ad essere elogiato in tutta Europa, ma che purtroppo non coprirà l’investimento economico per la sua realizzazione. Il regista utilizza il nome di D’Annunzio per pubblicizzare il film e grazie a quest’ultimo nasceranno delle figure iconiche del cinema italiano come il forzuto Maciste. Pastrone fu un personaggio poliedrico che si appassionò a campi della cultura differenti e questo lo portò ad utilizzare lo pseudonimo di Piero Fosco per attribuire varie identità al suo operato. Nella realizzazione dell’opera “Cabiria” egli fu regista, sceneggiatore e produttore.

Mattia Casciato 5A

Piccole donne: una storia emozionante e moderna

Greta Gerwing, dopo il successo di “Lady Bird”, porta sul grande schermo una delle storie che più ha emozionato intere generazioni, “Piccole donne”, il romanzo di Louisa May Alcott del 1868.

“Piccole donne” narra le vicissitudini della famiglia March, dopo che il padre, Robert, fu costretto a partecipare alla guerra di secessione americana, lasciando la moglie, interpretata da Laura Dern e le quattro figlie,Meg, Jo, Beth ed Amy, ad affrontare gli ostacoli sociali ed economici dell’epoca.
A raccontarci la storia è Saoirse Ronan, nei panni di Jo, la sorella “anticomformista” della famiglia e lo fa attraverso numerosi flashback che rendono la storia dinamica ed avvincente.

Gli innumerevoli temi trattati, quali l’importanza dell’istruzione, il riscatto sociale ed economico, il matrimonio, che, come dice Amy (Florence Pugh), in quegli anni non poteva non avere un fine economico, si intrecciano ad un’attenta analisi del rapporto tra sorelle e tra uomo-donna.
Quella di “Piccole donne”, storia più che mai attuale, viene ulteriormente catapultata nel mondo contemporaneo, pur rimanendo fedele al grande classico, grazie alla particolare attenzione che la regista pone sulla figura femminile.
Il forte desiderio di affermazione delle donne, che non sono poi così “piccole”, sembra mandare un profondo messaggio ai giovani d’oggi, che non possono non scorgere quel filo sottile che lega la realtà dell’America della seconda metà dell’Ottocento a quella odierna.
La storia, alla quale fanno da sfondo le colline verdi del Massachusetts, in cui il tempo sembra essere scandito solo dall’alternarsi delle stagioni, potrebbe essere perfettamente collocata in una delle metropoli del XXI secolo, che troppo spesso si rivelano luoghi poco accoglienti, in cui le donne non sempre riescono ad essere protagoniste della loro stessa vita.
“Married or dead”, tristi quanto vere sono le parole pronunciate dalla zia March, interpretata da Meryl Streep, personaggio che descrive perfettamente la condizione della donna in quella società bigotta.

“Piccole donne”, però, non è una storia per sole ragazze; i pochi personaggi maschili, tra i quali spicca il fantastico Timothée Chalamet, nel ruolo di Laurie, sono descritti in modo positivo e del tutto nuovo. Viene abbandonata l’idea di uomo forte ed insensibile, per dar spazio ad una componente fragile ed insicura, come quella che viene fuori a causa di un amore, forse non ricambiato, che non sempre viene rappresentata.
E’ per questo che la storia che ci ha regalato Louisa May Alcott più di un secolo fa e che oggi torna a raccontarci Greta Gerwing, è destinata a durare in eterno.
Il suo messaggio è universale, vero, bello, senza spazio né tempo, è uno slancio vitale attraverso il quale la regista, durante la visione del film, fa sognare tutti noi, di diventare, un giorno, delle piccole donne.

Vincenzo Polidoro VD