Come si salvò San Giovanni in Venere

Come ogni anno, nel nostro liceo, gli insegnanti si impegnano a realizzare progetti nuovi ed interessanti invitando tutti noi studenti a partecipare.

Quest’anno in particolare, il prof. Impicciatore, docente di disegno e storia dell’arte e il prof. Biondi, docente di storia e filosofia, hanno dato vita ad un progetto che porta il titolo di “Come si salvò San Giovanni in Venere”. Con una serie di incontri legati all’aspetto storico di questa abbazia, fiore all’occhiello del territorio abruzzese, abbiamo avuto modo di conoscere la storia del monachesimo, le influenze subite dall’abbazia sia dal punto di vista artistico che religioso e tutto ciò che architettonicamente ha a che fare con la sua realizzazione.

Uno degli incontri più interessanti è stato, a parer mio, quello in cui abbiamo conosciuto il prof. Emiliano Giancristofaro, storico ed antropologo abruzzese, venuto qui a scuola a raccontarci della lunga battaglia condotta negli anni ’60 per salvare San Giovanni in Venere e il suo promontorio dalla speculazione edilizia, dalla cementificazione e anche dai cosiddetti “frati dinamitardi”, come lui li definisce in uno dei numeri della Rivista Abruzzese. Se non fosse stato per il prof. e per coloro che con lui si sono battuti,  oggi non potremmo godere del meraviglioso promontorio a ridosso sul mare sul quale si erge l’abbazia. Abbiamo anche avuto modo di dilettarci con il disegno dal vero in loco, girando qua e là, alla ricerca di qualche dettaglio che catturasse la nostra attenzione.

Il nostro progetto si è poi concluso con una visita guidata lì, a San Giovanni in Venere, organizzata proprio da noi studenti, ognuno con la sua parte. Chi si occupava della parte esterna, chi degli affreschi, chi dell’architettura. Io personalmente ho avuto il compito di aprire per così dire le danze, di rompere il ghiaccio, presentando al nostro pubblico, a coloro cioè che hanno deciso di trascorre con noi un pomeriggio d’amicizia, d’arte, di storia e di cultura, quello che è stato il nostro lavoro.

Sono molto felice di aver avuto la possibilità di partecipare a questo progetto e lo sono ancor più per aver scoperto quanto si cela dietro quelle mura, poggiate lì sul promontorio. Il mio invito, rivolto a tutti, è quello di conoscere e di interessarsi a queste meraviglie del nostro paese, della nostra storia e di viverle, non solo come semplici turisti, ma anche come ospiti, nel loro pieno rispetto.

Dobbiamo riconoscerci in quella “Repubblica” di cui si parla nell’articolo 9 della Costituzione. Una Repubblica che promuove la cultura e la ricerca e protegge e tutela il patrimonio artistico e storico di tutta la Nazione. E dobbiamo essere lungimiranti in questo. Nel salvaguardare le meraviglie del nostro paese per noi e ancor più per quelli che verranno dopo di noi.

Alessia Torosantucci 5°H

L’incendio di Notre-Dame. Meglio prevenire che curare.

L’incendio della cattedrale di Notre-Dame è stato un evento unico nella storia, non tanto per il fatto in sè, ma per l’attenzione mediatica che ha ricevuto e per la solidarietà mostrata da molti. Infatti, per la ricostruzione, il governo francese ha organizzato una raccolta fondi che ha raggiunto in pochissimo tempo la cifra di 1 miliardo di euro.
Nonostante la ricostruzione sia ormai assicurata, molte opinioni continuano ad esprimersi sulla questione.
Per quanto riguarda l’estero, in Francia ci si interroga sul come possa essere successa una tale catastrofe, e dalle ricerche effettuate emerge che la causa sia da cercare nel poco denaro stanziato per la manutenzione delle opere pubbliche, cosa che avrebbe portato alla scelta di lavoratori poco qualificati e di materiale non adatto.
In Italia, invece, sono sorte innumerevoli discussioni riguardanti l’intervento di Vittorio Sgarbi (noto critico d’arte e opinionista) che esce dal coro e riduce il fatto da tragedia a dramma, descrivendo l’attenzione mediatica sull’evento come una inutile alimentazione dello sgomento nelle persone. Motiva inoltre queste sue affermazioni ritenendo che non si sia perso alcun tipo di patrimonio artistico, in quanto la guglia andata in fumo è in realtà essa stessa una ristrutturazione avvenuta intorno al 1850 in seguito ai danni della Rivoluzione Francese, quindi null’altro che una pregevole imitazione fatta da Viollet-le-Duc (addetto ai lavori di ristrutturazione dal 1857 al 1871) dell’originale risalente al Medioevo.
Infine pone l’attenzione sul discorso fatto da Macron poche ore dopo il rogo: ”Ricostruiremo la cattedrale di Notre-Dame in 5 anni, ancora più bella, possiamo e ci mobiliteremo per farlo”. Egli ha tracciato un parallelismo tra la Cattedrale distrutta e la Pasqua cristiana celebrata proprio in quei giorni: il popolo francese vuole che alla “morte” di Notre-Dame corrisponda una ‘resurrezione’.
A questo punto una riflessione sorge spontanea: come è possibile che le opere pubbliche siano state tanto trascurate dai governi negli ultimi anni?
La risposta risiede nel desiderio e nella necessità di rincorrere il guadagno: ogni Stato cerca di “tagliare” il più possibile, eliminando ciò che non è strettamente necessario ai fini del guadagno o del mantenimento dell’ordine.
E’ proprio questa dinamica che sta provocando, negli ultimi anni, una sfilza di problemi dai quali sarà difficile uscire, primo tra tutti il danno ambientale causato dalle industrie, che sta divorando l’atmosfera, e quello procurato dalla plastica, che da anni ormai sta inquinando gli oceani. A tutto ciò si aggiunge la poca attenzione alle opere d’arte e ai monumenti che caratterizzano la nostra specie e più di tutto ci elevano nel regno animale in quanto simboli della nostra coscienza e della nostra storia.
Tuttavia quest’ultimo problema è indubbiamente meno irreparabile rispetto agli altri ed è importante che ognuno faccia valere la propria opinione a riguardo: le opere d’arte andrebbero salvaguardate a tal punto da non doversi mai porre il problema di doverle ricostruire un giorno.
Prevenire è meglio che curare!
Matteo Colacioppo II F