L’incendio di Notre-Dame. Meglio prevenire che curare.

L’incendio della cattedrale di Notre-Dame è stato un evento unico nella storia, non tanto per il fatto in sè, ma per l’attenzione mediatica che ha ricevuto e per la solidarietà mostrata da molti. Infatti, per la ricostruzione, il governo francese ha organizzato una raccolta fondi che ha raggiunto in pochissimo tempo la cifra di 1 miliardo di euro.
Nonostante la ricostruzione sia ormai assicurata, molte opinioni continuano ad esprimersi sulla questione.
Per quanto riguarda l’estero, in Francia ci si interroga sul come possa essere successa una tale catastrofe, e dalle ricerche effettuate emerge che la causa sia da cercare nel poco denaro stanziato per la manutenzione delle opere pubbliche, cosa che avrebbe portato alla scelta di lavoratori poco qualificati e di materiale non adatto.
In Italia, invece, sono sorte innumerevoli discussioni riguardanti l’intervento di Vittorio Sgarbi (noto critico d’arte e opinionista) che esce dal coro e riduce il fatto da tragedia a dramma, descrivendo l’attenzione mediatica sull’evento come una inutile alimentazione dello sgomento nelle persone. Motiva inoltre queste sue affermazioni ritenendo che non si sia perso alcun tipo di patrimonio artistico, in quanto la guglia andata in fumo è in realtà essa stessa una ristrutturazione avvenuta intorno al 1850 in seguito ai danni della Rivoluzione Francese, quindi null’altro che una pregevole imitazione fatta da Viollet-le-Duc (addetto ai lavori di ristrutturazione dal 1857 al 1871) dell’originale risalente al Medioevo.
Infine pone l’attenzione sul discorso fatto da Macron poche ore dopo il rogo: ”Ricostruiremo la cattedrale di Notre-Dame in 5 anni, ancora più bella, possiamo e ci mobiliteremo per farlo”. Egli ha tracciato un parallelismo tra la Cattedrale distrutta e la Pasqua cristiana celebrata proprio in quei giorni: il popolo francese vuole che alla “morte” di Notre-Dame corrisponda una ‘resurrezione’.
A questo punto una riflessione sorge spontanea: come è possibile che le opere pubbliche siano state tanto trascurate dai governi negli ultimi anni?
La risposta risiede nel desiderio e nella necessità di rincorrere il guadagno: ogni Stato cerca di “tagliare” il più possibile, eliminando ciò che non è strettamente necessario ai fini del guadagno o del mantenimento dell’ordine.
E’ proprio questa dinamica che sta provocando, negli ultimi anni, una sfilza di problemi dai quali sarà difficile uscire, primo tra tutti il danno ambientale causato dalle industrie, che sta divorando l’atmosfera, e quello procurato dalla plastica, che da anni ormai sta inquinando gli oceani. A tutto ciò si aggiunge la poca attenzione alle opere d’arte e ai monumenti che caratterizzano la nostra specie e più di tutto ci elevano nel regno animale in quanto simboli della nostra coscienza e della nostra storia.
Tuttavia quest’ultimo problema è indubbiamente meno irreparabile rispetto agli altri ed è importante che ognuno faccia valere la propria opinione a riguardo: le opere d’arte andrebbero salvaguardate a tal punto da non doversi mai porre il problema di doverle ricostruire un giorno.
Prevenire è meglio che curare!
Matteo Colacioppo II F

Diario di un viaggio

Trieste. 01-04-2019

Ingresso alla Risiera di San Sabba (Trieste)

Gli ultimi saluti, le ultime raccomandazioni. Si parte. Ad accompagnarci il prof. Biondi, la prof.ssa Antonelli e la prof.ssa Amoroso. Il primo giorno di viaggio l’ abbiamo trascorso quasi interamente sul bus tra l’euforia della partenza e la stanchezza del lunedì. Il prof Biondi ha portato con sé la sua chitarra e il suo magico quaderno bianco con le canzoni che hanno accompagnato il nostro andare. Siamo a Trieste, città meravigliosa. Abbiamo dato ufficialmente avvio al nostro viaggio nei luoghi della memoria con il rumoroso silenzio della Risiera di San Sabba. Più tardi l’autobus ci ha lasciati proprio davanti Piazza dell’Unità. Qualche foto, una passeggiata sul molo, un gelato e quattro risate che smorzano un po’ la tensione e di nuovo pullman verso il nostro hotel a Grado.

Giorni praghesi. 2/5-04-2019

Molte ore di viaggio, ma n’è valsa la pena. Tre giorni indimenticabili trascorsi insieme tra le mille riflessioni, le tante chiacchiere e le tante risa. Tre giorni indimenticabili in una città tanto bella quanto importante, con i suoi particolari monumenti che la rendono unica, magnifica, speciale… magica! La Torre dell’Orologio, Ponte Carlo, il quartiere ebraico, la sinagoga e la leggenda del Golem, il cimitero che da nome ad uno dei romanzi di Umberto Eco. La visita al campo di Terezín mi ha lasciata senza parole. Era tutto all’aperto, tutto sotto la vastità del cielo, sotto le stelle del firmamento, eppure sembrava di essere rinchiusi all’interno di una piccola, piccolissima teca. Mancava il respiro, mancava la forza. Com’ è potuto accadere tutto questo, come è stata possibile una cosa del genere, quale orribile animo dinanzi ad un bambino, non è stato sfiorato nemmeno per un attimo da un pensiero di pietà? Questo pensavo, attraversando il vialetto che conduce all’interno del campo. Partiamo. Si torna a Praga. Ad accoglierci c’era Kafka sulle spalle del suo gigante. I mille colori del muro di John Lennon che riempiono gli occhi di luce, il cuore di pace, il tutto accompagnato da una chitarra che suona al ritmo di Yesterday e Imagine, tra passato e futuro.

Il campo di Terenzin

“Praga non ci lascia più andare. Questa piccola madre ha gli artigli. Non c’è altro da fare che cedere.” (Franz Kafka)

Cracovia. 05-04-2019

Cracovia, che città! C’è molta tranquillità nell’aria. Le gocce di pioggia che fanno a gara a chi prima raggiunge il suolo, rigano le vetrine d’antiquariato che mi fermavo ad osservare. La meravigliosa Rynek Główny, la piazza del mercato con le sue splendide bancarelle, che sanno di festa, di casa, di serenità. Il drago del Wawel che osserva il lento scorrere della Vistola. E come dimenticare quel gran genio di Leonardo da Vinci e la sua dama con l’ermellino, conservata nel Museo Nazionale di Cracovia. E tutti lì, ci siamo sentiti per un po’ critici d’arte, passando qualche minuto ad interpretare a modo nostro quelle opere, tra fantasia e realtà. Il tutto sotto una pioggia scrosciante che lava via i pensieri.

Auschwitz-Birkenau. 06-04-2019 

Il campo di sterminio di Birkenau

Oggi siamo stati Auschwitz. Presa dall’angoscia, dalla tristezza, dalla paura e dalla vergogna di ciò che avevo davanti, ho varcato anch’io quel cancello che mette i brividi, passando sotto la scritta “Arbeit Macht Frei”, “il lavoro rende liberi”. Qualcosa si cela oltre quella coltre di nuvole basse e fumo. Quel triste e malinconico lenzuolo grigiognolo, a tratti bianco, a tratti più scuro che scende inesorabile dal cielo e inonda tutto ciò che ci circonda. Tutto è nascosto, ma è lì. Il mio sguardo si perde all’orizzonte. La nebbia è una grande tela. Quando si pone un ostacolo agli occhi, spetta alla fantasia, alla memoria, ai ricordi andare oltre. E quel mattone rosso, rosso come il sangue versato ingiustamente, senza un perché. Disprezzo per ciò che è stato, paura per ciò che sarà, consapevolezza che ciò che è dipende da noi. Mi fermo, mi volto. Osservo, ricordo. Non ci sono parole per descrivere l’indicibile. Non ci sono pensieri per pensare l’impensabile. Non ci sono né alibi né ragioni per perdonare chi ha fatto quello che fatto. C’è solo tanta rabbia, tanto dolore, tanta sofferenza. Auschwitz è terra bruciata, é paura, disperazione, incoscienza. Auschwitz però è, e deve essere, anche terra di speranza, di condivisione, di accoglienza, di pace e di libertà.

La pietra lasciata ad Auschwitz-Birkenau

Salisburgo. 07-04-2019

Ultimo giorno di questo viaggio nelle terre della Mitteleuropa. E la mia notte a Salisburgo l’ho trascorsa alla ricerca delle Stolpersteine nella città, dopo una bizzarra partita a dama sotto il castello di Salzburg, con tutto noi a far da pedine! Casa per casa, quartiere per quartiere. Lì in quella casa, lì in quel palazzo, lì in quel negozio, lì in quello studio, qualcosa turbò per sempre la serenità delle giornate di coloro che vi vivevano, persone che, da un momento all’altro, videro venir meno tutto ciò che faceva da sempre parte della loro vita, della loro quotidianità. Vicoli stretti come quelli tipici dei paeselli delle nostre montagne che suscitano nostalgia di casa, di odori, di abitudini, di emozioni, strade acciottolate che guidano i nostri passi. Vicoli antichi ricchi di storie. Vicoli in cui si respira ancora il profumo di un tempo che non è poi così lontano. Strade deserte, luci abbaglianti, un’ aria leggera, giocosa, a tratti malinconica. Nella città, solo il lento scorrere del Salz e il suono delle nostre voci.

In viaggio verso casa … 08-04-2019

In molti diranno che oggi si è concluso il nostro viaggio della memoria. Io invece credo che il vero viaggio inizi proprio ora. Tanto discusso, tanto desiderato, da molti voluto, da altri sofferto. Alle terre visitate dico: che sia questo un arrivederci e non un addio. E con le ultime canzoni suonate alla chitarra facciamo il nostro rientro a casa.

Alessia Torosantucci VH

Un viaggio tutto da sfogliare


E’ stato Alessio Romano il “cicerone” dei ragazzi di alcune classi del Liceo Scientifico “G. Galilei” di Lanciano. Lunedì 8 aprile, tra le bellezze di una poetica Lisbona, l’autore del romanzo “D’ Amore e baccalà” ha accompagnato gli studenti in un viaggio nella fantasia per scoprire le caratteristiche di questa città.
Gli alunni, che avevano già avuto il piacere di leggere il suo libro, hanno avuto l’occasione di porgli delle domande. L’incontro è stato introdotto dalla professoressa Esmeralda Pagano che ha mostrato ai ragazzi una presentazione da lei realizzata, attraverso la quale ha ripercorso tutto il viaggio dello scrittore.
Alessio Romano è autore e protagonista del romanzo, di conseguenza si può parlare di un’autobiografia. Lo scrittore ha però ammesso che alcune parti sono frutto della sua immaginazione, come la caduta dal famosissimo Tram 28 e la storia d’amore con la bellissima cameriera Beatriz.

Le visioni sono un elemento ricorrente e in ognuna di esse incontra un famoso scrittore portoghese. Tra di essi Camoes, Tabucchi e Pessoa, del quale riporta la seguente poesia:
“Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.”
Alessio Romano ammette di aver utilizzato le visioni come mezzo per introdurre i diversi autori : “Sono partito per Lisbona con una valigia piena di libri e avevo il bisogno di citarne alcuni. Inoltre a Lisbona c’è il mare, e il mare è lo specchio dell’anima, quindi riesce a tirare fuori tutti i nostri pensieri”. Il lettore è accompagnato alla scoperta di alcuni luoghi di Lisbona, come il “Miradouro” (ovvero un belvedere in cui si riuniscono i pittori per elaborare le loro opere) e le “Tascas” (piccole trattorie a gestione famigliare), in una delle quali Alessio ha il piacere di degustare le diverse sfumature del baccalà e di conoscere Beatriz. Attribuisce a questo personaggio un significato allegorico, infatti l’autore afferma: “Beatriz rappresenta l’atteggiamento del classico portoghese che si ritrova a fare i conti con un turista. Si mostra scontroso perché non vuole che egli venga nel suo Paese solo per divertirsi. Invece, se mostra di essere un viaggiatore che ha il solo obiettivo di apprezzare Lisbona e le sue ricchezze, sa essere molto accogliente”.
Infatti è proprio questa la caratteristica degli abitanti di Lisbona: sono molto legati alla loro terra e alle loro tradizioni. Basti pensare al Fado, il “tentativo riuscito di trovare una perfetta alchimia tra poesia e musica”. L’autore, chiacchierando con gli alunni, ha messo in evidenza la sua ammirazione per la fadista Amalia Rodrigues. Il Fado nasce originariamente in quartieri malavitosi e le donne, per cantare, sono costrette a indossare uno scialle sulle spalle e sulla testa per non farsi riconoscere. Questa tradizione è rimasta ancora oggi, nonostante non abbiano più bisogno di nascondersi. “Il Fado, per le donne, è stato un mezzo per portare avanti un sogno, quello del canto”, ha aggiunto Romano. E’ evidente in tutto questo la “saudade”, uno struggente sentimento di malinconia che accompagna ogni componimento. Per darne un’idea, lo scrittore racconta: “A Lisbona incontrai una donna che lavorava in una Tasca e che prima ancora era stata una fadista. Alla mia domanda sul motivo dell’abbandono del Fado, mi rispose con questa frase: – Non potevo continuare a morire ogni giorno-“. Alessio Romano descrive nel libro anche l’incontro con un uomo conosciuto nell’ LX – Factory (un complesso di ex fabbriche trasformate in un luogo di arte, musica e cultura in generale), Pietro Proserpio, e i suoi “objectos cinematicos”.
Il romanzo accompagna il lettore in un viaggio fatto di musica, cibo, amore e malinconia.
Insomma … un viaggio tutto da sfogliare.

Marika Morabito 2^F

Aspettando la XIX edizione del Sentiero della Libertà …

Ed è nel silenzio della montagna che tutto prende vita, lontano dalla frenesia e dalle corse di tutti i giorni. Alzo il volume di quel silenzio che fa star bene. I giorni d’aprile, quelli di maggio, la leggerezza dell’aria, la serenità dei cuori, le chiazze di neve, l’erba ancora gialla. La morbida luce dell’alba, quella più calma che accompagna il tramonto. Lassù, in quei boschi, in quei luoghi, lungo quei sentieri, scrigni di storie, di fughe, di amori e di avventure, il mio cuore si perde ogni volta. Penso ai tempi passati, a ciò che è stato, a ciò che sarà. In quei panorami mozzafiato viaggia e si perde il mio pensiero. Passi che percorrono altri passi, tanti i ricordi, tante le emozioni. Non serve raggiungere grandi vette per trovare se stessi. La montagna e il Sentiero della Libertà sono una scuola di vita e di valori. Libertà, accoglienza, amore, gentilezza e ospitalità. Si scrivono pagine nel nostro cuore al suono di queste parole. La montagna è maestra di gioia e di fatica. Chi frequenta la montagna impara a conoscerla. Chi la frequenta sa che la sua scalata lo porterà a scrutare ogni volta nuovi orizzonti, orizzonti che cambiano nel tempo; a vivere nuove emozioni, emozioni che diventano ricordi, ricordi che ci accompagnano per sempre.

IL PERICOLO CHE ARRIVA DALLO SPAZIO MA NON È ALIENO

La preoccupazione per la spazzatura spaziale risale all’inizio dell’era dei satelliti, ma il numero di oggetti in orbita sta crescendo e i ricercatori stanno studiando e sviluppando nuovi modi per prendere di petto il problema.

I detriti spaziali, meglio conosciuti come rifiuti spaziali, definendoli secondo wikipedia, sono tutto ciò che è stato creato e utilizzato dall’uomo (parti di navicelle, razzi, sonde) ed ora non essendo più di utilità, orbita attorno al nostro Pianeta. 
Aumentati spropositatamente negli ultimi decenni di pari passo al crescente sviluppo dell’esplorazione spaziale, sono ora un fattore di rischio per l’alta probabilità di collisioni con satelliti attualmente funzionanti.
Infatti per precauzione alcuni veicoli spaziali sono equipaggiati con particolari protezioni in modo da evitare questi eventi, ne è un esempio la Stazione Spaziale Internazionale.
È stata inoltre fondata una organizzazione ONU che si occupa di questo preoccupante problema, la IADC(Inter Agency Space Debris Committee).
Alcuni detriti si trovano in orbita bassa (fino a 600 km secondo la NASA), quindi vicini alla Terra e attraversano in breve tempo l’atmosfera, altri sono più lontani (1100 km) e rischiano di restare in orbita anche secoli.
Il rischio principale che questi detriti comportano è quello di entrare in collisione con un satellite in funzionamento e quindi danneggiare sia esso sia gli astronauti che lo abitano.
I detriti viaggiano a velocità elevatissime, più alte di quelle di un proiettile, e ciò rende pericolosi anche i detriti dalle dimensioni minori a quelle di 1 millimetro.
Inoltre, il possibile impatto fra rifiuti spaziali e satelliti moltiplicherebbe il livello totale di detriti, causando la cosiddetta Sindrome di Kessler.

Il National Research Council americano ha sottoposto il problema, accusando la NASA di non stare tenendo in debita considerazione le eventuali conseguenze che potrebbero nascere da tutta questa spazzatura in orbita; da parte sua, l’agenzia per il programma spaziale degli Stati Uniti ha ammesso di essere perfettamente consapevole del fatto che nella nostra orbita circolano tantissimi rottami, al punto da riconoscere di aver creato una situazione che potrebbe diventare ingestibile. Una previsione che, se realizzata, potrebbe portare a un vero e proprio disastro. Detriti che si scontrano tra di loro, creandone così sempre di più: per adesso la quota approssimativa stimata dalla NASA è di 19000 oggetti “indesiderati” nello spazio superiori a 10 centimetri e 5000 inferiori a 10 centimetri, con milioni di frammenti microscopici non quantificabili. Anno dopo anno manovre di questo tipo diventano più frequenti, dato uno spazio sempre più congestionato. Basti pensare che nel solo 2017 sono stati spediti in orbita più di 4000 satelliti: militari, civili, amatoriali e commerciali. Si tratta di un numero che supera di quattro volte quella che è stata la media nel decennio 2000-2010.

  • Il caso più eclatante è stato sicuramente quando la Stazione Spaziale Tiangong-1 nel 2018 ha lasciato tutti con il fiato sospeso quando è stata dichiarata fuori controllo e pronta a precipitare in qualsiasi luogo del Pianeta. E date le sue dimensioni, grande come un autobus, e il suo peso, 8 tonnellate, è stato un problema abbastanza serio da affrontare. Alla fine si è schiantata ad Aprile nell’Oceano Pacifico, ma non è stato solo un caso e in futuro potrebbero ripetersi fenomeni di questo genere.
  • Un altro fra i casi più clamorosi di incidente sfiorato è quello riguardante l’Airbus A340 della Lan Chile, che nel 2007, con a bordo 270 passeggieri, in volo sull’Oceano Pacifico, fu lambito da un detrito proveniente da un satellite spia russo.
  • Un altro esempio è quello del 2 luglio 2018 il satellite CryoSat-2, in orbita a 700 km sopra la superficie terrestre, ha rischiato l’impatto con un detrito spaziale, come confermato dall’Agenzia spaziale europea. Il 9 luglio sono stati accesi i propulsori per spingerlo in un’orbita più alta, evitando l’impatto di appena 50 minuti, con detriti sfrecciati a più di 4.1 km al secondo (da notare che il cannone 8,8 cm PaK 43, con una lunghezza di 70 calibri, aveva una velocità alla volata compresa fra 700 e 1150 m/s comunque di gran lunga inferiore alla velocità di questi detriti).
  • Inoltre non è di molto tempo fa la notizia di una imprevista manovra di spostamento della Stazione Spaziale Internazionale, compiuta per evitare di essere colpita da un pezzo di metallo che le è sfrecciato accanto.
  • Oppure nel 2009 si è registrato lo schianto di un satellite commerciale americano, Iridium, contro uno di comunicazione, inattivo, russo, il Cosmos-2251. Migliaia di schegge si sono formate allora, che oggi minacciano la bassa orbita terrestre.

[Fonti: wikipedia; everyeye.it; nature; vitrociset; HDblog.it; Tom’sHardware; D-Orbit]

//Bruno Monaco, Luca De Iuliis//