Priorità al tempo del Covid.

E’ arrivato dall’Oriente, come un un mostro esotico geograficamente troppo lontano per spaventarci, come un maremoto il cui epicentro sembrava infinitamente distante, eppure ne siamo stati travolti. Si è insediato silenziosamente nelle nostre città caotiche; all’inizio non ci ha fatto paura, poichè “solo i cinesi ne erano portatori”, poi qualcosa è cambiato. Noi italiani, nell’arco di pochi giorni, abbiamo smesso di sentirci protetti e siamo tornati alla ricerca di quella parola a cui diamo sempre meno importanza: sicurezza. Uno stato psicofisico che sembra non riguardare la società del ventunesimo secolo, una situazione a cui sembriamo non aspirare. 

Lo psicologo americano Abraham Maslow nel 1943 realizzò “la piramide dei bisogni”. Secondo i suoi studi l’uomo soddisfa le proprie necessità seguendo una precisa gerarchia: fisiologia, sicurezza, appartenenza, riconoscimento sociale e realizzazione di sè. Inoltre soddisfa ciascun bisogno solo se lo ha già fatto con il precedente. Tale modello fu poi sostituito da altri schemi relativi ai bisogni umani, poichè, come dice Gianluca Mercuri in un recente articolo apparso sul Corriere della Sera, “se Maslow avesse ragione, nessuno comprerebbe dei beni di lusso senza prima aver mangiato.” Tuttavia, osservando la piramide oggi, sembra che lo psicologo americano non avesse tutti i torti. 

Se nel Seicento gli appestati si rivolgevano alla fede e alla superstizione, oggi, di fronte al contagio, la maggior parte degli uomini cerca conforto e sicurezza nei media. Questi ci hanno mostrato reazioni contrastanti dinnanzi al pericolo: prima la tendenza a minimizzare, poi il terrore. Usiamo i media per cercare di stimare il rischio di venire contagiati. Conoscere il rischio è rassicurante, ma, come espresso nella teoria dell’intensità delle emozioni di J.W. Brehm, all’aumentare dei tentativi di rassicurare i cittadini, aumenta anche la paura, che non ha mai portato ad esiti positivi. Ancora una volta i social si rivelano un’arma a doppio taglio, un tranello in cui dobbiamo fare attenzione a non cadere, poichè sono i mezzi che ci avvicinano, ma allo stesso tempo ci allontanano dalla sicurezza che stiamo cercando. Su Instagram siamo letteralmente tartassati da consigli relativi ai libri da leggere, alle maschere per il viso da acquistare, ai siti dove comprare i tappetini per allenarsi in casa, alle serie di Netflix più o meno avvincenti. Il sovraccarico di contenuti finisce per paralizzarci e farci vivere la quarantena in uno stato d’ansia relativo non solo al virus in sè, ma anche al modo in cui trascorriamo le interminabili giornate. Questo non significa che ogni informazione presente sul Web  sia falsa, ma è importante sapersi orientare razionalmente e consapevolmente nella “selva” di Internet. Le fake news ci sono sempre state, nel Seicento la credenza popolare attribuiva la responsabilità della pestilenza agli untori, ma Manzoni al caos della peste oppone l’esempio positivo della madre di Cecilia, capace di pietà, ma soprattutto ragionevolezza e rispetto dei valori civili. Essere al sicuro, ieri come oggi, vuol dire agire lucidamente, saper discernere il vero dal falso, attenersi alle direttive del governo. Essere al sicuro vuol dire permettere anche agli altri di esserlo.

Quando ci saremo svegliati da questo brutto incubo, quando inizieremo ad apprezzare lo stridente suono della sveglia al mattino, quando i giornali torneranno a parlare di calcio e di politica, quando potremo riabbracciare i nostri nonni, allora avremo riacquisito la sicurezza che per tutte queste settimane abbiamo incessantemente cercato. Ci accorgeremo che sicurezza non vuol dire poter volare ai Caraibi per sfuggire al paese in cui viviamo, ma significa salire sull’autobus che ci porta a scuola o sull’auto che ci conduce al lavoro. Sicurezza è famiglia, è casa, è il medico che visita il paziente, è l’insegnate che spiega all’alunno, è il bacio di due innamorati al parco.
Quando questa guerra sarà vinta, avremo imparato che sicurezza vuol dire “quotidianità”, una quotidianità dalla quale, troppo spesso, tentiamo di fuggire.
Una delle caratteristiche che sta mettendo in evidenza il Coronavirus è il nostro egoismo. Un egoismo non relativo all’epidemia, infatti sono moltissime le iniziative di beneficenza e gli atteggiamenti empatici di noi italiani, ma relativo a tutti quei problemi che ci sono, ma che facciamo finta di non vedere, che ci riguardano, ma non in prima persona. Il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, tutti i problemi del Terzo Mondo, l’estinzione di numerose specie di animali, sono emergenze che ci preoccupano di meno solo perchè, per ora, non ne siamo protagonisti. 
Speriamo, allora, che dopo aver  capito cosa significa “essere al sicuro”, applicheremo questa “scoperta” alle innumerevoli questioni che l’umanità deve affrontare. Oggi è una pandemia, domani potrà essere qualcosa che già conosciamo, ma che abbiamo preferito nascondere. 

Vincenzo Polidoro VD

Sette minuti.

Sette minuti. Sono bastati sette minuti per rivoluzionare la vita di milioni di persone nel nostro Paese: è la durata del discorso con cui il Premier Conte ha annunciato misure di restrizione per l’intero territorio nazionale, al fine di contrastare l’epidemia di Corona-virus. In questi giorni stiamo scoprendo il valore della cosa più preziosa che abbiamo: la normalità. La normalità è, paradossalmente, la cosa più straordinaria che abbiamo. Ci manca. Ci manca uscire, ci manca incontrare gli amici, la passeggiata del sabato sera, persino la scuola è arrivata a mancarci, ci siamo accorti che è una tessera fondamentale del puzzle della routine, che siamo costretti a mettere temporaneamente in soffitta, per difendere noi e i nostri nonni.
Ma è difficile cambiare vita: a volte l’istinto supera la ragione e ci porta, per esempio, ad uscire di casa anche se non ne abbiamo bisogno, a fare le scorte al supermercato consapevoli che la guerra non è alle porte, a prendere il treno verso casa per sfuggire alla zona rossa. Eppure dobbiamo sentirci fortunati, perché se per noi il cambiamento significa divano, per migliaia di medici e infermieri il cambiamento significa quattordici o sedici ore di turni tra le corsie dell’ospedale. Sono allo stremo delle loro forze. Prima di compiere azioni scellerate quindi, pensiamo a loro e facciamo la nostra parte.

Valentino Stampone II A

UN NEMICO ANCORA SCONOSCIUTO

Ormai tutti pensiamo di sapere cosa sia il COVID-19 e cosa provochi.
Ma analizziamo dettagliatamente diverse notizie che i media non riportano.
Molti pensano che il virus sia nato in un mercato del pesce di Wuhan e trasmesso all’uomo tramite il pipistrello. Ma secondo degli studi di due biologi, Botao Xiao e Lei Xiao, il COVID-19 sarebbe nato in un laboratorio nei pressi del mercato. I due ricercatori spiegano che in città non è molto venduto l’animale e indagando hanno scoperto che nei paraggi si trovano due laboratori che conducono ricerche animalistiche. In particolare il “Wuhan Center For Disease Control And Prevention” si trova a soli 280 metri, mentre il secondo a 12 Km. La Cina, essendo una giovane democrazia, è ancora legata a un sistema decisionale centralizzato che tende a nascondere molte notizie, come ad esempio l’esatto numero delle vittime o dei contagiati, poichè le notizie reali potrebbero danneggiare ancora di più il paese dal punto di vista economico. Pare infatti che i primi contagi siano avvenuti a Novembre mentre la Cina afferma che le prime evidenze cliniche si siano manifestate a Gennaio.

Il COVID-19.

Ormai ne sentiamo parlare continuamente, ovunque vengono elencate norme di prevenzione. Non abbiamo grandi certezze perché le situazioni cambiano continuamente, i dati sembrano crescere a dismisura, ma come dice il premier Conte nel suo ultimo decreto ,che possiamo sintetizzare come “Io resto a casa”, è bene che ognuno faccia la sua parte. Basta egoismi: dobbiamo scoprirci comunità, dobbiamo accettare con consapevolezza e convinzione la necessità di fare piccoli sacrifici in nome di un bene più grande, la cura degli altri. Nessuno è immune e tutti potenzialmente possiamo sviluppare la patologia. Tocca a noi contrastarla!

DISTANTI MA UNITI CONTRO LO STESSO NEMICO!

Federica Levante e Paola Cirulli IIIH

Mondo misogino.

Ieri, ascoltando il nuovo album di uno dei miei cantanti preferiti, ho trovato una frase che mi ha fatto molto riflettere: vi si parla di una “società che vuole parità/ma che poi quando sbaglio mi dice: “Fai l’uomo”. Effettivamente, dopo anni di lotte per la parità dei sessi , agli albori del nuovo decennio del ventunesimo secolo, un rapporto delle Nazioni Unite ci rivela che il 90% , non degli uomini, ma dell’intera umanità ha pregiudizi verso le donne.

La cosa peggiore è che questa misoginia va aumentando anno per anno, a braccetto con il degrado che ricopre la nostra disastrata società. Il rapporto rileva anche che solo il 14% degli uomini e il 10% delle donne non hanno pregiudizi sulle donne.

L’ultimo dato è quello che mi lascia più allibita. Si condividono post con #girlpower o descrizioni come “il futuro è donna”, ci si proclama femministe ogni giorno, si passa l’8 marzo a sentirsi importanti, a volte non sapendo che in realtà la “festa” è stata stabilita in memoria della morte di numerose operaie americane, e poi il 90% non fa fronte unito quando è realmente necessario?

 A mio parere stiamo facendo accapponare la pelle a tutte quelle donne che si sono battute per i nostri diritti, per colmare anche le più piccole differenze che il maschilismo radicato nel mondo ha messo tra noi e il genere maschile; stiamo lentamente distruggendo quel poco che siamo riuscite a raccogliere seminando rivolte e proteste per diritti, oggi cucitici addosso dalla nascita ma per i quali tante persone hanno perso la vita: il diritto al voto, quello all’aborto, i nostri diritti civili, la nostra libertà economica, il diritto all’integrità e all’autonomia corporea, il diritto ad avere uno stipendio uguale a quello di un uomo, il diritto di avere accesso all’istruzione e tanti altri che per anni ci sono stati negati da Stato e Religioni.

Dobbiamo renderci conto che se siamo qui è perché qualche donna ha avuto il coraggio di prendere in mano la situazione e rimescolare le carte in tavola, per far capire che siamo esseri umani perfettamente in grado di svolgere azioni considerate prettamente maschili, come potevano essere andare nello spazio, attraversare a nuoto il canale della Manica, completare la maratona di New York, insegnare in un’università o semplicemente votare. Dalle suffragette, le Redstockings e altri milioni di donne pronte a combattere, oggi siamo arrivati alla guerra tra donne e ad una nuova ondata di maschilismo che sembra, anno dopo anno, sempre più un colosso indistruttibile.

Inculcati anche nelle menti dei bambini quando gli si dice “non giocare con le bambole, sei un maschietto”, “solo le femminucce piangono”, “ballare è una cosa da femmine, non puoi fare quello sport”, “mi sembri una femminuccia quando fai così”, la misoginia e il maschilismo sono, sembra banale dirlo, da combattere, attenzione però, non per la supremazia del genere femminile, come molti pensano, ma per una vera e proprio parità dei sessi.

Il mondo è sessista, molte leggi lo sono e, per quanto si voglia dire che si sta progredendo nel campo giudiziario, ad ogni donna vittima di stupro verrà ancora chiesto:“Ma com’eri vestita quella notte?”; “Non è che te la sei cercata?”; “Vabbè ma forse quella gonna era troppo corta, non credi?”. A molte donne verranno negati posti di lavoro perché “e se poi mi resti incinta? Io mica te la pago la maternità”, a molte altre verrà negata l’emancipazione per un matrimonio redditizio e privo di amore, a molte donne verrà negato il diritto di abortire, quello di divorziare, quello di ribellarsi,  molte donne verranno molestate sul lavoro, vittime di sguardi languidi e mani viscide, molte donne saranno vittime di occhiate, fischi e parole poco gradite per strada, molte donne saranno vittime di altre donne, per gelosia, paura, o semplicemente per idee maschiliste che nelle nostra società sono reputate normali, molte donne continueranno ad essere subordinate agli uomini, molte donne non avranno la loro libertà economica, molte donne saranno picchiate e uccise per motivi inesistenti, molte donne verranno ancora definite poco-di-buono appena verrà mostrato un lembo di pelle o per il make-up.

Andiamo alla ricerca dell’emancipazione del nostro genere ma molte volte siamo noi stesse ad alimentare le voci che ci tirano verso il fondo della società.

Al sol pensiero mi viene da piangere.

Martina Ciancetta III D

Il cinema incontra la letteratura: un kolossal degli anni ’20.

Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 nasce e si sviluppa in Europa una nuova forma d’arte : la cinematografia. La data della nascita del cinema è, convenzionalmente, il 28 dicembre 1895 con la prima proiezione pubblica del cortometraggio dei fratelli Lumière intitolato “La sortie des usines Lumière”. Personaggio eclettico e simbolo del cinema italiano è Giovanni Pastrone che nel 18 aprile 1914 realizza il più lungo e famoso kolossal del cinema muto italiano : Cabiria. Per la realizzazione di questa opera d’arte Pastrone chiede l’aiuto di Gabriele D’Annunzio e insieme riusciranno a creare un lungometraggio in cui si incontrano le innovative tecniche cinematografiche del maestro Pastrone e la sconfinata cultura del poeta abruzzese. La casa cinematografica “Itala film”, di cui fa parte Pastrone, chiama i migliori artisti per prendere parte al lavoro; fra questi c’è Ildebrando Pizzetti per le musiche e Segundo De Chomòn, pioniere del cinema spagnolo. Quando per la prima volta viene proiettato a Torino riscuote sin da subito un successo che lo porterà ad essere elogiato in tutta Europa, ma che purtroppo non coprirà l’investimento economico per la sua realizzazione. Il regista utilizza il nome di D’Annunzio per pubblicizzare il film e grazie a quest’ultimo nasceranno delle figure iconiche del cinema italiano come il forzuto Maciste. Pastrone fu un personaggio poliedrico che si appassionò a campi della cultura differenti e questo lo portò ad utilizzare lo pseudonimo di Piero Fosco per attribuire varie identità al suo operato. Nella realizzazione dell’opera “Cabiria” egli fu regista, sceneggiatore e produttore.

Mattia Casciato 5A