Il ferro e le muse: una storia di mafia e sentimenti.

Quest’anno avremmo dovuto incontrare l’autore di queste pagine ma in quarantena non possiamo fare altro che accontentarci di leggere il libro e, al massimo, farne una recensione.

Questo è “Il ferro e le muse” di Benedetto Conte

Noi della nuova generazione siamo nati e cresciuti sentendoci raccontare tantissime storie di mafia, di cattiveria e di uomini che, seguendo nel peggiore dei modi il pensiero machiavelliano che afferma che  “il fine giustifica i mezzi”, hanno raggiunto i loro obiettivi imbrattando di sangue le strade dell’Italia, in particolare della bella Sicilia, facendosi strada nelle cariche pubbliche e costruendo ponti tra la malavita e lo Stato. 

Eppure queste storie sembrano sempre piene di stereotipi.

La mafia raccontata da chi l’ha vissuta sulla sua stessa pelle, controvoglia, contro i propri principi morali e la propria voglia di vivere una vita serena, sembra così diversa, così, finalmente, vera. 

Ed è proprio questo tipo di mafia che Benedetto Conte, musicologo ,scrittore, compositore e chitarrista palermitano, racconta tramite le storie inesauribilmente avvincenti e talvolta piene di amari ricordi  di Zzù ‘Ntonio, Antonio Perlizzi, un palermitano in cui vissero a lungo “due anime che si combatterono, si odiarono, e alla fine una di loro vinse”. 

In queste 269 pagine Benedetto Conte ci racconta una storia quasi inedita, narrata sbrigliando tutti i nodi che erano ancora legati tra i vicoli di Palermo, lì dove Cosa Nostra aveva cominciato a farsi strada tra le bellezze della città e i suoi abitanti.

La vita di Antonio Perlizzi è raccontata da una terza persona, Libero, un giovane universitario che incontra Zzù ‘Nto in un bar di Palermo, quello vicino al Teatro Massimo, il Caffè degli Artisti. 

Libero conquisterà da subito la fiducia e il semplice cuore del suo nuovo vecchio amico tanto che quest’ultimo, pescando i pensieri molto spesso in una tazzina di caffè, parlerà al giovane di tutta la sua storia, di ogni singola avventura che un Destino burbero e spietato scriveva in un tatuaggio indelebile quanto invisibile sulla pelle di un giovane Antonio, mettendo in evidenza quanto giornali e telegiornali sappiano così poco della mafia. Antonio Perlizzi lascia capire a Libero quanto diversa fosse l’Onorata Società della nuova e decisamente più cruenta Cosa Nostra, quanto diversi fossero i principi degli antichi padrini e uomini d’onore rispetto ai più violenti picciotti Corleonesi.

La narrazione non è mai noiosa, intervallata molto spesso da parti in dialetto siciliano che conferiscono all’opera ancora più credibilità e che ti trascinano dentro le membra delle parole che quell’uomo anziano, straziato da una vita difficile, da un amore impossibile, dalla storia della sua stessa città e dalle implicite scelte del padre, vuole tirar fuori, forse per sentirsi un po’ più a posto con il suo passato, forse per far conoscere la benedetta, o maledetta che dir si voglia, verità a un giovane con “l’occhi puliti”, forse ancora per non sentirsi troppo vecchio di fronte ad una Palermo che è profondamente cambiata dopo tanti anni. 

Fatto sta che questa storia apre gli occhi, anche se sembra banale dirlo, perché lascia capire tutte ciò che i giornalisti tacciono o considerano notizia di secondo ordine, solo un semplice sfondo ai fatti di cronaca, perché ti trascina in un oblio di verità nascoste all’opinione pubblica, di sofferenze, di affetti e di vite stravolte.

È senza ombra di dubbio un libro strano, complicato in alcuni punti, ma che ti prende come pochi e che ti trascina dentro quelle storie raccontate con tanta enfasi e sentimenti di pancia che sembrano prendere vita, essere reali, tanto  che se chiudi gli occhi e ti guardi intorno senti l’odore della granita al limone e del caffè che prendevano sempre al bar Zzù ‘Ntonio e Libero, del mercato della Vuccirìa, della Massarìa di Zzà Maria, dei vicoli stretti di una Palermo lasciata marinare nel sangue dei suoi cittadini per troppo tempo, e del mare, candida cornice di quella meravigliosa quanto martoriata Terra. 

Martina Ciancetta, IIID