Segre. Come il fiume

Il 28 gennaio alla Sala Mazzini oltre 200 studenti del Liceo hanno assistito alla rappresentazione teatrale “Segre. Come il fiume”, del Teatro del Krak per la regia di Antonio Tucci.

Di seguito pubblichiamo tre articoli, il primo di Desara Haliti della 4F, il secondo di Alessia Torosantucci della 5H e il terzo di Elena Tupone della 4C.

L’attrice scrive su una lavagna il cognome di Liliana: Segre. E da lì traccia una linea curva, a fianco alla quale scrive il nome del padre, a cui la protagonista era molto legata
Tutto inizia quando Liliana ha otto anni.  A tavola le viene detto dal papà che era stata espulsa da scuola a causa delle leggi razziali fasciste. Solo allora Liliana si rese conto di essere ebrea, si accorse di una parte di sé, che in un’intervista chiama “quell’altra parte”, che tutt’oggi continua ad esistere. Inizialmente non riesce a comprendere a pieno la causa della sua espulsione, perché per ricevere una punizione del genere, doveva aver compiuto qualcosa di molto grave.
Assieme al padre e due cugini, prova a fuggire in Svizzera. I quattro però non riescono a raggiungere la libertà poiché vengono arrestati dalle guardie svizzere. Liliana dice di ricordare il momento in cui, mettendosi in ginocchio e abbracciando le gambe di una delle guardie, l’aveva scongiurata inutilmente di lasciarla libera. E’ proprio per questo motivo che sulla lavagna vengono scritti i nomi di tutte le persone che hanno fatto parte della vita di Liliana, tranne il nome di quella guardia, perché Liliana tutti ha perdonato, tranne quella guardia.
Viene trasferita, insieme al papà,  nel carcere di Milano.
Nel 1944 inizia il suo viaggio dal Binario 21 verso il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, un viaggio che durò sette giorni. Quando scese dal treno fu l’ultima volta che vide suo padre.
Superata la selezione le viene tatuato il numero di matricola 75190 sull’avambraccio, che fece diventare Liliana solo un numero, una persona senza identità.
Liliana è liberata il primo maggio del 1945, ma si sentirà veramente libera solo nel momento in cui riuscirà a perdonare chi le ha fatto tutto questo.
Dopo la liberazione andò a vivere assieme ai suoi nonni materni e dovette affrontare il  “ritorno alla vita”. Tutto questo non fu facile per lei, perché nessuno voleva ricordare gli anni passati, nessuno voleva ascoltare e sapere. Nessuno voleva credere.
Liliana dovette seppellire tutte le emozioni che aveva provato dentro di sé.
Nel 1948 conosce Alfredo Belli Paci, anch’egli reduce dei campi di concentramento nazisti. I due si sposano ed hanno tre figli: Alberto, il quale porta il nome del nonno, Luciano e Federica. Alfredo è la prima persona con cui Liliana sia riuscita a parlare, perché  l’unico in grado di comprendere le emozioni che Liliana aveva provato e l’unico che invece di compatirla, invece di provare pietà per lei, la incoraggiava a parlare, a raccontare.Lo spettacolo teatrale si chiude con la liberazione di Liliana da parte dei soldati dell’Armata Rossa. Sulla lavagna il disegno del campo in cui Liliana era stata prigioniera. Quel campo nel quale ha lasciato per sempre una parte di sé. (Desara Haliti)

Da tempo ormai conosco la storia della signora Liliana Segre, ma in una maniera così originale, sinceramente, non mi era mai stata presentata. Nasce tutto da una lavagna vuota, pulita, sulla quale viene scritta una parola, “Segre”, il nome appunto della senatrice, e da lì poi, come un fiume, si dispiega l’intera narrazione. Pian piano, lettera dopo lettera, parola dopo parola, la lavagna si riempie di nomi, di immagini. Papà Alberto e mamma Lucia, nonna Bianca e nonno Giuseppe, nonna Olga e Nonno Alfredo. Tutti lì insieme come erano prima che tutto accadesse, prima che ogni cosa cambiasse. Una polverosa linea di gesso che attraversa la storia e ci fa percorrere in poco  tempo un’intera vita. Si parla di amore, di matrimonio, di figli, di fughe e di amicizie, ma anche di odio, di morte e di sconforto. Non mancano coraggio, forza e speranza. Il tutto si conclude con un grande disegno, strano, apparentemente vuoto. É il campo di Auschwitz. La sua sagoma si intreccia con i nomi, li segna, irrimediabilmente. Il suo disegno arriva ad occupare l’intera lavagna. Si spengono le luci, alcune note di musica classica, leggera, a tratti malinconica, accompagnano gli applausi. (Alessia Torosantucci)

Una lavagna, un gessetto, uno sgabello e una donna. Poche e semplici cose per narrare una storia di silenzi, di grida, di dolore, di morte ma anche di perdono e di rinascita. In un racconto fatto di frammenti di memoria, è andata in scena la vita e la storia di Liliana Segre.
Liliana ricevette il suo primo schiaffo dall’indifferenza nel 1943, quando tentò la fuga in Svizzera accompagnata dalla sua famiglia, per evitare la deportazione; ed è proprio qui che un funzionario locale negò ai fuggitivi il sapore della libertà. Liliana dice: “… e quando pensavamo di avercela fatta un funzionario svizzero-tedesco, di cui mai ho voluto conoscere il nome, con totale assenza di umanità e sguardo colmo di disprezzo ci respinse”. Liliana aveva  soltanto 13 anni.
Quando l’Armata Rossa, quel primo maggio del 1945, entrò nel campo di Malchow, Liliana riuscì finalmente a vedere uno spiraglio di luce, a riassaporare il gusto della libertà. Le SS  abbandonavano in gran fretta le loro divise e vestivano abiti civili. Fu così anche per il comandante del campo che buttò ai piedi di Liliana persino la sua pistola. Lei per un solo e brevissimo istante pensò di vendicare tutto il male subito, tutta la sofferenza vissuta, tutte quelle morti ingiustificate ed ingiustificabili. Ma cosa avrebbe significato uccidere un uomo?
Liliana aveva scelto la vita e quando si fa questa scelta non si può togliere la vita a nessuno. Lei aveva scelto di “essere umana”, aveva scelto di differenziarsi dai suoi aguzzini. Solo allora Liliana si sentì libera, aveva ri-conquistato la libertà, quella stessa che l’avrebbe portata ad essere testimone degli orrori dello sterminio e memoria vivente di ciò che è stato. (Elena Tupone)