Scrittori si diventa: i consigli di Alessio Romano.

In occasione della terza edizione del Certame Letterario, concorso di scrittura riservato agli alunni delle scuole superiori di Abruzzo e Molise, la casa editrice Carabba ha organizzato un webinar con Alessio Romano, autore pescarese di romanzi e racconti tra I quali l’ultimo “D’amore e baccalà”, racconto di viaggio alla scoperta del Portogallo, tra amore e gastronomia, sogno e realtà.

Questa sorta di lezione online aveva lo scopo di aiutare i partecipanti al Certame ad interpretare il tema del “viaggio” da sviluppare per il concorso. La consegna prende spunto da una citazione di Anatole France: “Viaggiare non significa tanto spostarsi da un luogo all’altro quanto cambiare opinioni e pregiudizi”.

Partendo da qui lo scrittore ha ripercorso i secoli, spiegando che l’intera storia dell’umanità può considerarsi un viaggio e ha citato la Bibbia, l’Odissea e viaggiatori come Marco Polo, Dante, a suo modo, e Cristoforo Colombo, e le loro importanti scoperte, arrivando fino ad oggi.

Ha precisato che in un viaggio non è importante cosa venga guardato, ma chi guarda e il suo personalissimo punto di vista, aggiungendo che per raccontare bisogna accendere il “pc dei sensi” per arricchire le descrizioni, leggere quello che è stato scritto da chi prima di te ha visitato quel posto e soprattutto avere una capacità empatica per descrivere gli incontri.

Dopo questa introduzione Alessio Romano si è mostrato molto disponibile verso chi volesse porgergli delle domande, anche tecniche, sulla scrittura. Agli studenti ha dato consigli riguardo gli stili, che possono variare soprattutto in corrispondenza dei passaggi tra i vari blocchi di descrizione, dialogo, divagazione o narrazione. Ha spiegato che un racconto sul viaggio è più bello se narrato in prima persona, anche utilizzando vari punti di vista, in modo da inserire diverse idee e pensieri. Infine ha sottolineato che non c’è un solo tipo di linguaggio da usare, basta che esso risulti chiaro e semplice, e che il viaggio può essere raccontato sotto forma di diario, lettera, magari immaginando anche una corrispondenza, sotto forma di social network, il “diario di viaggio” dei cosiddetti influencer, o come semplice testo narrativo.

Ci ha salutato con una raccomandazione: affinché un racconto di viaggio venga apprezzato deve trasmettere emozioni vere e autentiche, solo così il lettore potrà provarle assieme al suo scrittore.

Martina Ciancetta II D

Una metafora della vita: ‘’Venuto al mondo’’ di Margaret Mazzantini

Venuto al mondo è un romanzo di Margaret Mazzantini (nata a Dubino, Irlanda, nel 1961), pubblicato nel 2008 dalla casa editrice “Mondadori”. Vinse il Premio Campiello nel 2009. Il libro narra la storia di Gemma, donna dall’incredibile sensibilità che in compagnia del figlio Pietro visita la città del suo passato: Sarajevo. Qui riincontra Gojko, amico storico e compagno di avventure che l’accompagnerà alla riscoperta della città dopo l’assedio (5 Aprile 1992 – 29 Febbraio 1996) che la distrusse. Il romanzo si apre con una telefonata di Gojko a Gemma, grazie alla quale la protagonista deciderà di partire insieme a Pietro per questo viaggio alla riscoperta di vecchie emozioni. Partirà lasciando Roma, città in cui vive, e Giuliano, suo marito. Gemma è diretta lì per una mostra fotografica di Diego, l’amore della sua vita noto come il ’’fotografo di pozzanghere’’. I due si erano conosciuti molti anni prima a Sarajevo grazie a Gojko e da subito si erano innamorati. A causa di questo amore Gemma aveva divorziato dal suo primo marito, Fabio. In questo viaggio tante sono le emozioni e soprattutto tanti i ricordi affiorati alla mente della protagonista, donna dalla personalità forte, temprata dalla sofferenza e dal dolore di una guerra che ha vissuto in prima persona. L’intero romanzo si snoda in un intreccio tra passato e presente che coinvolge il lettore a trecentosessanta gradi. Il perfetto incastro tra gli eventi passati e quelli presenti crea un clima particolare che invoglia alla lettura senza mai cadere nel banale. Allo stesso tempo il linguaggio semplice e molto diretto dell’autrice e il frequente utilizzo di dialoghi, rendono la narrazione dinamica e scorrevole senza che quest’ultima risulti noiosa. Il romanzo ruota intorno a diversi temi che sono stati sapientemente mescolati dalla scrittrice, dando vita ad una miscela emozionante e intensa di avventure. La guerra, l’amore, la morte, l’amicizia, la maternità e la paternità sono i capisaldi di questo libro intorno ai quali si snoda la vicenda. È un romanzo che porta all’immersione totale delle lettrici femminili che si sentono toccate nel profondo della loro natura di donne, natura che le rende spesso tanto fragili quanto capaci di affrontare il mondo che le circonda con estrema sicurezza e vitalità. Un libro che indaga la psiche della donna e che porta a comprendere quanto sia importante il suo ruolo nella società. Allo stesso tempo però il romanzo riesce a coinvolgere anche i lettori di sesso maschile portandoli a capire meglio il complesso universo delle donne che spesso risulta essere per loro incomprensibile. La figura dell’uomo e ancor meglio del padre, seppur in diverse prospettive, è stata minuziosamente esaminata dall’autrice. Il romanzo si presenta anche come un mezzo utile per poter riflettere su temi complessi e su realtà a tratti sconosciute, come ad esempio l’assedio di Sarajevo, avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Una frase in particolare di questo libro mi ha spinto a riflettere: “La vita e la morte non si decidono, in mezzo possiamo imboccare una strada più difficile, sfidare il destino, ma in fondo gli facciamo solo il solletico.” Ecco, questa a mio avviso racchiude l’intero libro, sottolineando l’impotenza dell’uomo davanti a determinati eventi come la morte, la guerra o sogni non sempre realizzabili. Noi uomini che abbiamo avuto un dono, la vita, ma oltre a questa anche un destino, il quale è stato scritto e non può essere cambiato. Noi uomini che spesso ci consideriamo così potenti da poter far tutto ma che in realtà di fronte alla grandezza della vita siamo come una piuma che può farci il solletico, ma non può muoverci in alcun modo. Noi uomini che pensiamo spesso di essere immortali ignorando la bellezza delle giornate che viviamo, trascurando gli affetti che ci circondano. Noi che dovremmo imparare ad inchinarci al cospetto della nostra vita, glorificandola giorno per giorno, nel bene e nel male.

Natalia Brighella IV D

L’istruzione: fondamento della libertà. La lezione di Elena Ferrante.

Lenù, la protagonista del romanzo “L’amica geniale” di Elena Ferrante, sapeva che l’istruzione le avrebbe permesso di evadere da quella realtà squallida, lurida, in cui la violenza era sinonimo di normalità. Lenù sapeva che anche lei, iscrivendosi alle scuole medie, avrebbe potuto scrivere un libro bello come “Piccole donne”, la sua prima lettura, la sua preferita in assoluto. Lenù aveva compreso presto che lo studio era l’unica strada percorribile per il riscatto sociale e quindi la scuola l’unico mezzo che l’avrebbe portata lontana dal grigiore del rione. E’ così che in questa storia l’istruzione rappresenta la fuga dall’analfabetismo, dalla miseria, dalla povertà. L’istruzione assume la sfumatura di “libertà”.

Essere liberi significa esporre senza timore il proprio parere, mostrare la propria opinione, significa agire liberamente, rispettando però i limiti della giustizia e del corretto vivere comune. Sebbene dunque ognuno di noi sia libero di agire e di esprimersi, e di acquisire gli strumenti adeguati per poterlo fare nel migliore dei modi, è necessario che ci venga dato un confine da non superare, un terreno all’interno del quale agire. E da chi viene posto questo limite? Cosa permette la pacifica e libera convivenza tra le persone? Questo compito non può che essere attribuito all’istruzione. La scuola non ha tanto la prerogativa di formare I ragazzi in modo da permettere loro di raggiungere gli obiettivi che si sono posti, quanto quello di far sì che la loro libertà non sia sopraffatta e non prevarichi quella degli altri.

E’ per questo che possiamo sovrapporre al termine “istruzione” quello di “educazione”.

L’educazione di tutti noi è iniziata il giorno in cui siamo nati, ci è stata data dalle nostre famiglie e dalla comunità in cui siamo cresciuti. All’età di sei anni, tuttavia, è iniziato il nostro ”ufficiale” percorso di formazione che continuerà ancora per molto tempo, un tempo lungo tutta la vita. Tutto è iniziato il primo giorno di scuola, quando abbiamo ricevuto il primo rimprovero per non aver svolto gli esercizi, quando abbiamo imparato a dare del “lei” agli sconosciuti, quando ci hanno insegnato a leggere e scrivere. E poi quando ci siamo ritrovati al liceo a studiare la filosofia, ad esporre un nostro pensiero in un testo argomentativo che esprimesse una visione critica e libera della realtà. Lo studio della letteratura ci permetterà di pensare autonomamente e grazie allo studio del latino e della matematica non ci fermeremo davanti al primo ostacolo, ma tenteremo di risolvere ogni tipo di problema che la vita ci presenterà.

Compito della scuola, allora, non è quello di formare giovani dalle conoscenze illimitate, ma quello di aiutare noi ragazzi a ragionare e ad applicare il ragionamento al futuro che ci aspetta.

Compito della scuola è però anche, e soprattutto, far sì che le nostre idee e quelle degli altri possano convivere e coesistere e noi possiamo sentirci veramente liberi. Saremo uomini liberi quando, varcato il suo portone, sapremo rispettare l’altro, quando aiuteremo una persona in difficoltà, quando daremo ad un nostro collega la possibilità di non essere d’accordo con quanto abbiamo affermato, saremo liberi quando in televisione non sentiremo più parlare di violenza sulle donne, di bullismo, di razzismo…

Solo quando la nostra libertà non andrà a limitare quella dell’altro, potremo definirci “uomini”e a quel punto ringrazieremo i nostri professori, i due in matematica, ringrazieremo la scuola con tutti coloro che ci lavorano, la maestra che all’asilo ci aveva insegnato a colorare e potremo dire che, sì, l’istruzione è la più valida difesa della libertà.

Vincenzo Polidoro IV D

La famiglia Grauer e le pietre d’inciampo

Intervento di Alessia Torosantucci (classe 5-H) durante la manifestazione svoltasi a Lanciano il 16 gennaio 2019

Gunter Demnig mentre installa le 4 pietre d’inciampo oggi presenti a Lanciano

Gli Stolpersteine sono le pietre d’inciampo trasformate in un progetto artistico dall’artista tedesco Gunter Demnig. Gunter prepara ogni singolo Stolperstein e lo interra personalmente, pienamente consapevole della responsabilità che porta. “Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo” dice Gunter. L’installazione di ogni Stolperstein è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno.” Pensate nel 1993 dall’artista tedesco, due anni dopo furono installati per la prima volta senza autorizzazione nella città di Colonia. Oggi gli Stolpersteine sono diffusi in centinaia di città europee e in diciassette Stati, tra cui l’Italia. Il suo progetto “Memorie d’inciampo” è di una semplicità ma genialità sorprendente: un semplice sampietrino reca incisi sulla superficie superiore, rivestita di ottone, nome e cognome, data di nascita, data e luogo di deportazione nonché data di morte del deportato. Queste sorgono nei pressi dell’abitazione dei deportati, dai luoghi da cui sono stati strappati ai loro affetti e alle loro occupazioni, per essere uccisi senza essere nemmeno degni di sepoltura. Grazie alle pietre d’inciampo tornano ora nelle loro case per essere ricordati dai parenti e dai tanti cittadini che ogni giorno vi transitano davanti. Questa è la volta della famiglia Grauer e in particolare del piccolo Tito nato qui a Lanciano. È questo il motivo per cui oggi siamo qui. Era il freddo novembre del 1939 quando Samuel Grauer era giunto da Danzica in Italia insieme a sua moglie Rosa Jordan, fermandosi a vivere a Trieste. È qui, che il 6 febbraio 1940 nasce Marco, il loro primo figlio. Le loro condizioni non erano delle migliori. Stando a quelle poche informazioni che le fonti riportano, tra cui quelle del libro di Gianni Orecchioni, ‘’I sassi e le ombre’’ , sappiamo che la famiglia Grauer proveniva da una Polonia appena invasa dalle truppe tedesche e che la loro, fu una fuga precipitosa e disperata. Come se non bastasse, Rosa, la moglie di Samuel, appena dopo il parto iniziò a soffrire di disturbi cardiaci che, costringendola ad un lungo periodo di riposo, fecero ricadere su Samuel, allora semplice falegname, tutta la responsabilità di far fronte alle necessità di casa nonché alla cura del figlio. Nel frattempo, anche l’Italia che fino ad allora era rimasta neutrale entrava in guerra e procedeva all’internamento degli ebrei che vivevano nel suo territorio. 11 luglio 1940, Samuel Grauer e molti altri triestini vengono arrestati e trasferiti nel campo di concentramento di Casoli. A settembre verranno poi assegnati al comune di Orsogna. Qui, raggiunto dai suoi cari nel mese di novembre, come riporta Gianni Orecchioni all’interno del suo libro, Samuel fa richiesta per ottenere un sussidio speciale per sua moglie viste le sue condizioni. A nulla servirono le sue lettere. Ma il tempo passa. Rosa aspetta un altro bambino. E così, il 4 febbraio 1942, nell’ Ospedale Civile di Lanciano, nasce Tito. La gioia di questa nascita però viene ben presto sopraffatta dall’aggravarsi delle condizioni della famiglia che di li a poco viene trasferita nel campo di internamento di Castel Frentano. Ma il loro viaggio non termina qui. Dopo l’8 settembre 1943, quando i tedeschi occupano i territori a nord della linea Gustav, molte famiglie ebree furono arrestate. Il 30 ottobre fu il turno della famiglia Grauer. Papà Samuel, mamma Rosa e i piccoli Tito e Marco furono trasferiti a Chieti e poi  all’Aquila. Insieme con gli altri internati abruzzesi furono condotti nel campo di Bagno a Ripoli a Firenze per poi arrivare nel carcere di Milano dal quale, il 30 gennaio 1944, partirono per Auschwitz dove sarebbero arrivati il 6 febbraio. Il loro era il Convoglio n°6 partito dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, lo stesso che condivisero con altri 605 ebrei di cui solo 22 fecero ritorno. Tra questi ricordiamo Liliana Segre, oggi senatrice a vita, che da anni si batte contro l’indifferenza di molti riponendo la sua fiducia in noi giovani. È questo il viaggio di donne e uomini, giovani e anziani, ma soprattutto bambini. Bambini come Tito e Marco ai quali è stata negata l’infanzia. Un’infanzia felice e spensierata stroncata sul nascere dal terribile ed ingiustificato odio razzista verso chi ha, come unica colpa, ponendo la parola tra infinite virgolette, quella di essere nato ebreo. Il viaggio dura pochi giorni, giorni che sembrano anni. Un viaggio che sconvolge, che porta a  crescere prima del tempo. Tito compie due anni sul “vagone della morte”. Marco ne compie quattro il giorno dell’arrivo ad Auschwitz. Tutto appare diverso, grande, smisurato agli occhi di Tito e Marco. I due fratellini vengono separati dai genitori dei quali non si saprà più nulla.
Ma questo non ferma il loro amore. Insieme mano nella mano solcano quella coltre grigiastra di nuvole basse e fumo che nasconde i cancelli di Auschwitz e che li separa dalla morte. Tutto è nascosto, ma è lì. “Tito e Marco non si dividono, si guardano, sorridono. Si stringono forte la mano. Sognano insieme. Per sempre. É il 6 febbraio del 1944.”

Gunter Demnig

Elisa Springer, una delle sopravvissute alla Shoah ci dice:

«Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità».

William Benjamin, un altro dei sopravvissuti ci dice:

«È più difficile onorare la memoria dei senza nome che non quella di chi è conosciuto. Alla memoria dei senza nome è consacrata la costruzione storica».

Spetta a noi far sì che la nostra sia una memoria fertile, capace di costruire, non di distruggere. Una memoria capace di ricordare, non di dimenticare. Ricordare è importante. Fare memoria è importante. Serve a non ripetere gli errori del passato. A far sì che ciò che purtroppo è stato non sia più. Mai più.