Più di qualche ricordo

I giorni scorrono con un velo di malinconia, sono ormai settimane che siamo chiusi in casa. La nostra routine non c’è più, è stata stravolta, abbiamo dovuto reinventarla. Le giornate sono tutte uguali, piatte, indistinguibili.  

Noi studenti, in particolare noi dell’ultimo anno, siamo stati messi a dura prova da questo virus, i nostri sentimenti sono stati calpestati da questo mostro invisibile. Quello che doveva essere il “nostro” anno, l’anno dei viaggi, della maturità, del cambiamento, si sta mostrando invece come uno degli anni più duri. Molti si ostinano a dire che siamo fortunati: “Beati voi che non farete gli scritti”.

Io e i miei amici maturandi non siamo del tutto d’accordo.

Perdere alcuni dei giorni più belli della nostra vita, perdere la nostra ultima campanella a scuola, o meglio averla già vissuta senza però sapere che sarebbe stata l’ultima. Perdere l’ultimo rientro del venerdì, perdere l’ebbrezza dei 100 giorni all’esame, perdere la gita del quinto anno a Parigi, perdere il viaggio della maturità, perdere la corsa all’ultimo banco il giorno della seconda prova e perdere l’emozione di cantare in coro fuori scuola “Notte prima degli esami”. Tutto ciò non ci verrà restituito. Abbiamo perso tanto e il non fare un esame “canonico” non può essere visto come un privilegio. Avremmo tutti preferito svolgere un esame come tutti gli altri senza però perderci tutte queste esperienze. Dopotutto l’esame, con tutta l’ansia ad esso correlata, sarebbe stato la conclusione di un percorso. Purtroppo è andata così e almeno potremmo dire di aver fatto “la storia”, ci ricorderanno come i ragazzi che fecero solo la prova orale. I primi ad aver sperimentato la didattica a distanza. 

Ciò che ad oggi rimpiango di più sono i giorni trascorsi a scuola con i miei compagni e il fatto che pensando sempre di avere ancora molto tempo davanti non mi sono goduta come avrei dovuto gli ultimi mesi. Purtroppo, o per fortuna, niente sarà più come prima. Dopo questa brutta esperienza ho cambiato modo di vedere le cose. È inutile rimandare a domani, è inutile cercare di non pensare a quello che verrà perché potrebbe non esserci più il tempo di fare determinate cose.  

Ho capito quanto sia importante l’ambiente scolastico, mi manca immensamente e da studente non avrei mai pensato di dirlo. Mi manca il rapporto con i miei compagni e i miei insegnanti. Mi manca il contatto visivo, il capirsi con uno sguardo. Mi manca l’atmosfera che si creava tra le mura di quell’edificio. Mi mancano i giorni in cui la connessione non era un problema e non ci si doveva preoccupare che questa cadesse durante un compito o un’interrogazione. Ho nostalgia di tutte le stupidaggini che si potevano dire durante una lezione a scuola e che non vengono più così spontanee attraverso uno schermo. Mi manca la mia scuola, anche se un po’ grigia, mi manca il mio banco, mi manca la compagnia e mi mancano le discussioni che emergevano in ogni assemblea di classe. Mi mancano i minuti trascorsi in corridoio con Luciana che puntualmente ci consolava quando eravamo giù di morale. Mi manca tutto ciò che per anni ho dato per scontato.  

Sono sicura che dopo questa esperienza il modo di vivere di molte persone cambierà e si inizierà a dare valore anche alle piccole cose a cui prima non badavamo. Spero che da tutta quest’orrenda situazione possa nascere qualcosa di bello in futuro ossia il senso di consapevolezza, la consapevolezza che tutto può cambiare da un momento all’altro, senza preavviso. L’augurio e l’invito che farei ai ragazzi che l’anno prossimo si incontreranno di nuovo a scuola è di godersi ogni singolo giorno. Di non preoccuparsi dei voti, non sono quelli che vi ricorderete in futuro. In futuro vi ricorderete le esperienze con i vostri amici, le lezioni ascoltate e le emozioni vissute. Ovviamente studiate, ma fatelo per voi, per il vostro bagaglio personale e non per il numero che otterrete a fine anno, voi siete molto più di quel numero. Cambiate modo di vedere le cose. La scuola non è sinonimo di voti ma di crescita. È in quell’edificio che imparerete la maggior parte delle cose che vi accompagneranno nella vita e che un giorno racconterete ai vostri figli. In quell’edificio leggerete cose che un domani ricorderete con piacere e nostalgia. Date valore a ciò che fate, fate in modo di potervi ricordare ogni momento e vivete con coscienza. Non rimandate mai a domani perché non sempre il domani è come ce lo aspettiamo. 

Sono sicura che niente sarà mai come prima, per nessuno. Dunque cerchiamo di far fruttare tutta la sofferenza accumulata in questi giorni. Cerchiamo di non vanificare il dolore di tutte le persone che hanno vissuto lutti importanti. Cerchiamo di imparare da questa esperienza per diventare persone migliori, magari nuove. Cerchiamo di capire il valore del contatto umano che per forza di cose non può instaurarsi attraverso uno schermo. Se cambieremo qualcosa in noi almeno potremo dire di aver ricavato qualcosa di buono da queste giornate uguali, piatte, indistinguibili. 

Natalia Brighella VD

Premio Asimov 2020: “Il pianeta umano, come abbiamo creato l’Antropocene”.

Anche quest’anno, come nei precedenti quattro, si è svolta l’annuale edizione del Premio Asimov che, come recita l’omonimo sito web, “è un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica particolarmente meritevoli. Esso vede come protagonisti sia gli autori delle opere in lizza che migliaia di studenti italiani, che decretano il vincitore con i loro voti e con le loro recensioni, a loro volta valutate e premiate”.

Quest’anno nella lista c’era “Il pianeta umano”, un manuale di Simon Lewis e Mark Maslin, ed è proprio leggendo e scrivendo su questo libro che sono riuscita a rientrare tra le migliori recensioni della regione Abruzzo, grazie al progetto coordinato nel nostro Liceo dal professor Vittorio Colagrande.

Di seguito la recensione.

Abbiamo sempre visto quanto l’essere umano sia diverso dall’animale in quanto a coscienza ed uso, consapevole o meno, della parte più istintiva di noi, ma abbiamo mai notato che la differenza sta anche nell’aver modificato il mondo?
L’impatto che la potenza delle azioni umane ha avuto sul nostro pianeta è stato crescente e sostanziale, tanto che ha dato vita ad una nuova era geologica: l’Antropocene.

La storia della nostra vita sulla Terra è la storia della hybris umana, che molto spesso ci porta a crederci superiori a qualsiasi altra cosa e che, immancabilmente, ci porterà molto presto a sbattere la testa contro il Titano che è il nostro mondo; osservata attentamente dagli occhi della nuova scienza e delle nuove visioni politiche, viene ampliamente raccontata in questo volume, “Il pianeta umano”, di Simon Lewis, professore universitario di Global Change Science, e Mark Maslin, docente di Heart System Science, pubblicato nel duemiladiciannove dalla casa editrice Einaudi.
Una narrazione che parte dagli albori della comparsa della razza umana e compie un lungo viaggio attraverso numerosi esempi di teorie e tesi con parole mai troppo tecniche e scientifiche, passando per intellettuali e scienziati, politica e filosofia, scienza e religione, secoli e guerre, occidente e oriente: dalla realizzazione del fatto che “l’uomo è una nuova forza tellurica che, per la sua potenza e universalità, non sviene in faccia alle maggiori forze del globo” fino ad un’ingente spiegazione di tutti i fenomeni ,scanditi in una suddivisione precisa del tempo, che hanno cambiato per sempre la “faccia” del nostro pianeta nel corso dei secoli e millenni scorsi.
Che venisse chiamata “epoca recente, “olocene”, “epoca antropozoica” o “era dell’uomo e della mente” non fa differenza, l’importante è capire come si è arrivati ad essere più dannosi di meteoriti, vulcani e terremoti.
Dagli studi dei geologi ottocenteschi fino alle nuove concezioni di era umana, passano circa trecento pagine, da leggere tutte con estrema attenzione, stando attenti ad ogni minimo particolare, per assicurarsi di non perdersi neanche una virgola di questo vero e proprio manuale di storia moderna.
Leggermente ripetitivo nel primo capitolo, gli altri dieci si leggono con scioltezza, leggerezza e fame di sapere cosa verrà dopo. Una storia che potrebbe sembrare noiosa e fuori tempo ma che, senza ombra di dubbio, ti fa entrare nei meccanismi del pianeta Terra e ti fa rivivere la storia di un mondo distrutto dalla razza che lo abita, tanto dannosa e mai del tutto inconsapevolmente sadica da poter essere quasi paragonabile ad un parassita dei nostri animali domestici.
Un manuale di alta fattura, importante e leggibile da tutti, comprensivo di schemi, dati, note e di un indice analitico che non lasciano nulla al caso e pieno di tutte le risposte alle domande che sorgono spontanee tra una pagina e l’altra”.

Martina Ciancetta IIID

GIORNI STRANI. Un’intervista al dott. Gianni Tognoni.

Giorni strani, quelli che stiamo vivendo. Il Covid-19, meglio conosciuto come ‘’coronavirus’’, si è palesato senza molto preavviso, ma d’altronde, non tutto quello che accade attorno a noi lo fa dandoci il tempo necessario per essere pronti ad affrontarlo. Da giorni, ormai, siamo rinchiusi nelle nostre case, nella speranza che tutto passi in fretta. Eppure, c’è qualcuno che non ha ancora capito la gravità della situazione.

Stop al lavoro.
Stop alla scuola. Stop agli abbracci. Stop alla vita.

Privati di tutto, anche della libertà. Bisogna, però, trovare il modo di reagire a tutto questo, talvolta anche ‘’nascondendosi’’ dietro il monitor di un pc, che sia per lavoro o per scuola. Da alcune settimane, stiamo sperimentando con l’aiuto degli insegnanti, la cosiddetta ‘’didattica a distanza’’, che ci permette di andare avanti con il programma e al tempo stesso di tenerci in contatto, anche per sentire meno il peso di questa strana e inedita condizione. Il “coronavirus” è, comunque, sempre presente in tutte le nostre videolezioni, a partire dai saluti iniziali. Il 24 marzo 2020, durante una delle videolezioni di scienze, abbiamo avuto la partecipazione in videoconferenza del Dott. Tognoni, già direttore del Consorzio Mario Negri Sud, epidemiologo e specialista in politiche sanitarie, che ci ha illustrato tutte le dinamiche e gli aspetti del Covid-19 soffermandosi su tre punti principali: quello biologico e medico, quello che riguarda la diffusione del virus, le cause e gli eventuali (seppure in via sperimentale) rimedi. Di virus ne esistono molti. Questo fa parte della famiglia dei virus influenzali, un virus a RNA, che, però, ha sorpreso anche il mondo scientifico per la sua altissima contagiosità e aggressività, tanto da aver sconvolto l’intera umanità, nel giro di pochissimo tempo. I medici non riescono ancora a spiegarsi il perché di questa aggressività nel contagio e nei sintomi. Un virus, almeno in un primo momento, forse troppo sottovalutato, che con il tempo ha portato molte persone alla morte e molte altre a restare chiuse in casa.
Dopo una prima presentazione generale, da parte del Dott. Tognoni, che ha toccato gli aspetti biologico-sanitari legati a questa terribile infezione, sottolineando che ci sono ancora tante domande aperte in attesa di risposta da parte del mondo scientifico, siamo intervenuti noi con tante domande. Ne riporto alcune, con annesse risposte:

“Quali farmaci si possono, al momento, usare per combattere il Covid-19?”
“Al momento non ce ne sono, nel senso che di antivirali nel mondo ce sono molti, ma nessuno sembra essere efficace per combattere il Covid-19 e, quelli in fase di sperimentazione, non saranno utilizzabili in tempi brevi. Gli antivirali che attualmente si usano per curare l’AIDS, Ebola, non sono abbastanza specifici o efficaci. L’evoluzione del coronavirus porta ad un peggioramento molto veloce, pertanto i farmaci antivirali che generalmente richiedono un tempo di somministrazione molto lungo per essere efficaci, non vanno bene per questa cura. Occorre un farmaco mirato, che agisca in breve tempo.”

“Cosa ne pensa del farmaco utilizzato a Napoli?”
“Si a Napoli hanno provato a somministrare un farmaco notoriamente usato per curare l’artrite reumatoide che è riuscito a guarire 4 persone, ma questo non basta perché possa dirsi efficace per tutti. La sperimentazione ha bisogno di poter comparare persone che prendono il farmaco in questione e persone che prendono altri farmaci sperimentali per poter vedere a breve, a medio e a lungo periodo la reazione di ognuno. La medicina ha bisogno di cure che possano applicarsi in maniera generale.
I farmaci antivirali vanno monitorati almeno per dieci giorni per vedere se effettivamente vi è un miglioramento delle condizioni in modo da ridurre il tempo di sosta nella terapia intensiva, dando così a più persone la possibilità di curarsi. Si sta valutando anche l’utilizzo di farmaci non concepiti per la terapia antivirale, ma per curare le patologie polmonari, come la polmonite, per ridurre in tal modo il danno polmonare. Se un farmaco controlla o riduce il danno anche del 30-40% può dirsi miracoloso.”

“E i vaccini?”
“Per quanto riguarda i vaccini, questi non saranno pronti prima di un anno e generalmente presentano il limite di non essere efficaci al 100%.”

“Una volta debellata la malattia, vi è il rischio di contrarre di nuovo il virus?”
“Gli individui generalmente sviluppano anticorpi che durano potenzialmente per la vita. Tuttavia vi sono risposte estremamente variabili da individuo a individuo e bisogna ancora valutare se l’immunità è attiva e per quanto tempo dura.”

“Come ha risposto la sanità a questa emergenza?”
“I disinvestimenti in sanità portati avanti negli anni in Italia, e in maniera assolutamente trasversale, hanno acuito le tante difficoltà in cui la sanità pubblica si è imbattuta per fronteggiare questa grande emergenza sanitaria: posti letto insufficienti in generale ed in particolare nei reparti di terapia intensiva, personale medico ed infermieristico sottodimensionato, attrezzature insufficienti. Sono moltissimi i medici in pensione che vengono richiamati ai loro impieghi. Molti sono anche i medici appena laureati a cui vengono immediatamente consegnati camice, guanti e mascherine. Ragazzi molto giovani, spaventati, alle prime armi.
Il Dott. Tognoni ha concluso il suo interessante e stimolante intervento sottolineando l’importanza di tutelare il welfare pubblico, sottolineando come Istruzione e Salute debbano essere al primo posto nel servizio pubblico a tutela del diritto alla cittadinanza.

Conclusioni
Per la prima volta ho sentito parlare del ‘’Welfare”, della importanza di tutelare la sanità pubblica. Mi sono allora un po’ documentato. Il termine, che letteralmente si traduce con “stare bene, benessere”, nasce in Gran Bretagna appena dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. Il paese era devastato, la popolazione stremata e tutto era da risistemare. Proprio in questo contesto, in questa fase di ricostruzione, nasce il termine “welfare” intendendo quel benessere che andava riportato nel paese e nel popolo che, a causa della guerra, aveva perso tutto. Oggi con questo termine si è soliti indicare uno stato sociale, che vuole eliminare le disuguaglianze economiche e sociali e assiste le fasce più deboli della popolazione. Oggi si parla anche di “welfare aziendale”.
Si tratta di servizi e agevolazioni in campo aziendale da fornire ai dipendenti, tra i quali rientra anche lo “smart working”, il lavoro da casa, quello veloce e praticabile dal proprio pc. Il Dott. Tognoni ha più volte ribadito durante la conferenza, l’importanza dello stare a casa per evitare il contagio, per proteggere noi stessi e gli altri. Quello che ci viene chiesto è dunque un piccolo sforzo, per il bene di tutta l’umanità (considerando l’estensione che il virus ha avuto in questi giorni). Un impegno che riguarda ogni campo d’azione, dal lavoro alla scuola, dalla palestra all’aperitivo al bar con gli amici, senza eccezioni. Prima capiremo la gravità della situazione e l’importanza delle nostre azioni e prima, insieme, riusciremo a riprenderci. Restiamo a casa, in famiglia. Utilizziamo bene questo tempo. “Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza”. Queste le parole di Papa Francesco nell’omelia pronunciata nel momento di preghiera straordinario in tempo di epidemia tenutosi il 27 marzo 2020 in una San Pietro deserta, spoglia, coperta solo da nuvole scure che portano pioggia. “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca – continua il Papa nella sua omelia – tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.” Chissà magari, quando tutto sarà finito, riusciremo a saper apprezzare tutto quello che abbiamo sempre dato per scontato. Saremo donne e uomini diversi, migliori. Riscopriremo i valori importanti della vita, quelli veri. Impareremo ad utilizzare il nostro tempo al meglio, a dare valore ad ogni singolo momento.

Cristian Torosantucci III G

Priorità al tempo del Covid.

E’ arrivato dall’Oriente, come un un mostro esotico geograficamente troppo lontano per spaventarci, come un maremoto il cui epicentro sembrava infinitamente distante, eppure ne siamo stati travolti. Si è insediato silenziosamente nelle nostre città caotiche; all’inizio non ci ha fatto paura, poichè “solo i cinesi ne erano portatori”, poi qualcosa è cambiato. Noi italiani, nell’arco di pochi giorni, abbiamo smesso di sentirci protetti e siamo tornati alla ricerca di quella parola a cui diamo sempre meno importanza: sicurezza. Uno stato psicofisico che sembra non riguardare la società del ventunesimo secolo, una situazione a cui sembriamo non aspirare. 

Lo psicologo americano Abraham Maslow nel 1943 realizzò “la piramide dei bisogni”. Secondo i suoi studi l’uomo soddisfa le proprie necessità seguendo una precisa gerarchia: fisiologia, sicurezza, appartenenza, riconoscimento sociale e realizzazione di sè. Inoltre soddisfa ciascun bisogno solo se lo ha già fatto con il precedente. Tale modello fu poi sostituito da altri schemi relativi ai bisogni umani, poichè, come dice Gianluca Mercuri in un recente articolo apparso sul Corriere della Sera, “se Maslow avesse ragione, nessuno comprerebbe dei beni di lusso senza prima aver mangiato.” Tuttavia, osservando la piramide oggi, sembra che lo psicologo americano non avesse tutti i torti. 

Se nel Seicento gli appestati si rivolgevano alla fede e alla superstizione, oggi, di fronte al contagio, la maggior parte degli uomini cerca conforto e sicurezza nei media. Questi ci hanno mostrato reazioni contrastanti dinnanzi al pericolo: prima la tendenza a minimizzare, poi il terrore. Usiamo i media per cercare di stimare il rischio di venire contagiati. Conoscere il rischio è rassicurante, ma, come espresso nella teoria dell’intensità delle emozioni di J.W. Brehm, all’aumentare dei tentativi di rassicurare i cittadini, aumenta anche la paura, che non ha mai portato ad esiti positivi. Ancora una volta i social si rivelano un’arma a doppio taglio, un tranello in cui dobbiamo fare attenzione a non cadere, poichè sono i mezzi che ci avvicinano, ma allo stesso tempo ci allontanano dalla sicurezza che stiamo cercando. Su Instagram siamo letteralmente tartassati da consigli relativi ai libri da leggere, alle maschere per il viso da acquistare, ai siti dove comprare i tappetini per allenarsi in casa, alle serie di Netflix più o meno avvincenti. Il sovraccarico di contenuti finisce per paralizzarci e farci vivere la quarantena in uno stato d’ansia relativo non solo al virus in sè, ma anche al modo in cui trascorriamo le interminabili giornate. Questo non significa che ogni informazione presente sul Web  sia falsa, ma è importante sapersi orientare razionalmente e consapevolmente nella “selva” di Internet. Le fake news ci sono sempre state, nel Seicento la credenza popolare attribuiva la responsabilità della pestilenza agli untori, ma Manzoni al caos della peste oppone l’esempio positivo della madre di Cecilia, capace di pietà, ma soprattutto ragionevolezza e rispetto dei valori civili. Essere al sicuro, ieri come oggi, vuol dire agire lucidamente, saper discernere il vero dal falso, attenersi alle direttive del governo. Essere al sicuro vuol dire permettere anche agli altri di esserlo.

Quando ci saremo svegliati da questo brutto incubo, quando inizieremo ad apprezzare lo stridente suono della sveglia al mattino, quando i giornali torneranno a parlare di calcio e di politica, quando potremo riabbracciare i nostri nonni, allora avremo riacquisito la sicurezza che per tutte queste settimane abbiamo incessantemente cercato. Ci accorgeremo che sicurezza non vuol dire poter volare ai Caraibi per sfuggire al paese in cui viviamo, ma significa salire sull’autobus che ci porta a scuola o sull’auto che ci conduce al lavoro. Sicurezza è famiglia, è casa, è il medico che visita il paziente, è l’insegnate che spiega all’alunno, è il bacio di due innamorati al parco.
Quando questa guerra sarà vinta, avremo imparato che sicurezza vuol dire “quotidianità”, una quotidianità dalla quale, troppo spesso, tentiamo di fuggire.
Una delle caratteristiche che sta mettendo in evidenza il Coronavirus è il nostro egoismo. Un egoismo non relativo all’epidemia, infatti sono moltissime le iniziative di beneficenza e gli atteggiamenti empatici di noi italiani, ma relativo a tutti quei problemi che ci sono, ma che facciamo finta di non vedere, che ci riguardano, ma non in prima persona. Il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, tutti i problemi del Terzo Mondo, l’estinzione di numerose specie di animali, sono emergenze che ci preoccupano di meno solo perchè, per ora, non ne siamo protagonisti. 
Speriamo, allora, che dopo aver  capito cosa significa “essere al sicuro”, applicheremo questa “scoperta” alle innumerevoli questioni che l’umanità deve affrontare. Oggi è una pandemia, domani potrà essere qualcosa che già conosciamo, ma che abbiamo preferito nascondere. 

Vincenzo Polidoro VD

Sette minuti.

Sette minuti. Sono bastati sette minuti per rivoluzionare la vita di milioni di persone nel nostro Paese: è la durata del discorso con cui il Premier Conte ha annunciato misure di restrizione per l’intero territorio nazionale, al fine di contrastare l’epidemia di Corona-virus. In questi giorni stiamo scoprendo il valore della cosa più preziosa che abbiamo: la normalità. La normalità è, paradossalmente, la cosa più straordinaria che abbiamo. Ci manca. Ci manca uscire, ci manca incontrare gli amici, la passeggiata del sabato sera, persino la scuola è arrivata a mancarci, ci siamo accorti che è una tessera fondamentale del puzzle della routine, che siamo costretti a mettere temporaneamente in soffitta, per difendere noi e i nostri nonni.
Ma è difficile cambiare vita: a volte l’istinto supera la ragione e ci porta, per esempio, ad uscire di casa anche se non ne abbiamo bisogno, a fare le scorte al supermercato consapevoli che la guerra non è alle porte, a prendere il treno verso casa per sfuggire alla zona rossa. Eppure dobbiamo sentirci fortunati, perché se per noi il cambiamento significa divano, per migliaia di medici e infermieri il cambiamento significa quattordici o sedici ore di turni tra le corsie dell’ospedale. Sono allo stremo delle loro forze. Prima di compiere azioni scellerate quindi, pensiamo a loro e facciamo la nostra parte.

Valentino Stampone II A