INTERVISTA AI RAPPRESENTANTI D’ISTITUTO

Com’è stato il tuo risveglio da rappresentante?
D’Addario: È stato bellissimo, non mi sentivo importante, ma con una grande responsabilità sulle spalle.
Di Toro: Veramente come tutti gli altri
Pellicciaro: Particolare. È una cosa che volevo già da parecchio tempo. Penso si sia visto anche nel corso dell’anno scorso. Mi ha fatto piacere che la scuola abbia risposto in questo senso a tutta questa campagna elettorale che ho portato avanti da settembre.
Pellicciotta: È alquanto difficile riuscir a far trasfigurare in poche righe le emozioni provate quel giorno, ci si potrebbe scrivere un romanzo. La notte dello spoglio è stata piena di pensieri e immaginazioni che mi hanno portato a trascorrere quasi la notte in bianco, ma grazie ad essi la mattina mi sono capacitato del fatto che da quel giorno rappresentavo 1081 alunni e che avevo ed ho il dovere di non deluderli e di portare a termine il mio lavoro nel modo migliore.

Per quali ragioni hai deciso di scendere in campo e candidarti?
D’Addario: Perché ritenevo che potevo dare tanto a questa scuola e ho costituito una lista con persone che volevano veramente qualcosa di concreto per apportare un cambiamento positivo. Noi rappresentanti ora ci metteremo subito al lavoro e faremo di tutto affinché tutto ciò sia possibile.
Di Toro: Perché sono stato vicino a quello che concerne la scuola sotto qualsiasi ambito e aspetto. Ho nutrito profondo rispetto per la carica di rappresentante d’istituto, una carica che mi sento provenire da dentro, mi fa sentire importante e mi fa capire quanto serva una figura che sappia svolgere questo ruolo all’interno della scuola.
Pellicciaro: La stessa ragione per cui mi sono candidato l’anno scorso. Mi sono sempre sentito non in grado, perché in grado forse lo siamo tutti, direi portato a dare voce a tutti quanti, mi piaceva fare questo e questo è il motivo vero per cui mi sono candidato quest’anno.
Pellicciotta: Ho deciso di candidarmi perché sono affezionato tantissimo a questa scuola, sono 4 anni che sono qui dentro, è il luogo che permette a tutti noi di crescere e diventare grandi ed è proprio per questo regalo che ci offre che ho deciso di ripagarla battendomi per renderla un posto migliore.

Quale sarà il primo provvedimento che proverai a portare a casa?
D’Addario: Ad oggi il tema più scottante è senza dubbio quello dei cambiamenti climatici. Tutte le liste hanno esposto punti ambientali anche se noi, in quanto lista “Yoshi”, forse li sentivamo più di tutti. Ecco perché abbiamo proposto “Eco School”, cioè una vera e propria conversione ecologica della nostra scuola, che parte dalla raccolta differenziata, passa per la promozione del giardino esterno e termina con l’installazione di distributori d’acqua.
Di Toro: Sicuramente riportare le assemblee a quelle di un tempo, organizzarle sotto numerosi aspetti, inoltre io e gli altri rappresentanti ci troviamo già in sintonia, stiamo lavorando bene sin dal primo momento, è un bel gruppo. Vedremo infine di realizzare la settimana della creatività inventata da Giacomo.
Pellicciaro: Anzitutto, la cosa fondamentale sarà realizzare tutto quello che si è promesso, altrimenti sarebbero tutte parole al vento, utili solo a prendere voti. Non è questo quello che voglio. La prima cosa sicuramente è portare degli esterni a scuola per rivalorizzare tutte le assemblee che negli altri anni sono state particolarmente confusionarie, e quindi cerchiamo di ridarle valore. Faccio un esempio concreto, vogliamo portare a febbraio la polizia postale per sensibilizzare in maniera concreta sul problema di internet e della globalizzazione.
Pellicciotta: In accordo anche con gli altri rappresentanti e dopo aver accolto molteplici richieste da parte di alunni e professori ritengo doveroso focalizzarci sulla tematica riguardante il progetto “Eco School”.

Il punto in comune su cui siete d’accordo tutti e quattro?
D’Addario: Sicuramente quello sull’orientamento universitario, che vogliamo far partire dal terzo anno, sulla settimana della creatività, che vorremmo svolgere a gennaio per non intralciare il lavoro dei professori a dicembre per la fine del trimestre. Anche sull’aspetto ambientale, quindi ci impegneremo per la raccolta differenziata ed il progetto delle borracce, che è difficile da realizzare poiché il bar è un ente esterno, ma sicuramente ci batteremo per portarlo a termine. Per il resto ci troviamo già in sintonia, sono tutti molto bravi e sicuramente si impegneranno.
Di Toro: In realtà penso che i punti siano solo un qualcosa da cui partire, poi gli accordi si trovano con il tempo e quindi con il lavorare insieme. Ci troviamo in concordanza praticamente su tutto, bisogna solo soffermarsi su alcuni aspetti piuttosto che su altri.
Pellicciaro: La raccolta differenziata. Ma cercheremo di unire i programmi.
Pellicciotta: Ovviamente il progetto “Eco School”.

Un punto di forza e un punto di debolezza della scuola
D’Addario: Un punto di debolezza è che negli ultimi anni non siamo stati molto coesi, proprio a livello di compattezza: nel triennio tra gli stessi ragazzi si è creata divisione, stessa cosa tra i rappresentanti e ciò non deve avvenire, quindi ci dev’essere unione in primis fra i rappresentanti e poi in tutta la scuola, perciò soprattutto i ragazzi del biennio devono collaborare perché anche loro sono parte della scuola. Un punto di forza è che questo liceo ha tante risorse e bisogna sfruttarle al massimo.
Di Toro: Il punto di debolezza più grande sul quale intervenire sin dal primo momento è sicuramente un basso senso di appartenenza che hanno gli studenti a questa scuola. Un punto di forza è che siamo tanti e quindi possiamo fare tanto, quindi questo è sia un punto di debolezza che di forza.
Pellicciaro: Sicuramente io l’ho vista molto più organizzata. Partendo da dentro ho visto che si devono seguire delle procedure serie, io pensavo una cosa molto più forfettaria, invece si seguono procedure serie e rigorose. Un punto di debolezza forse è a livello strutturale, questo lo posso dire, cerchiamo di mettere l’aula 3.0 a posto, perché sapete ci sono le infiltrazioni, c’è la muffa, quindi c’è un problema strutturale. Anche se quest’anno è stata data la certificazione di prevenzione e sicurezza alla scuola, quindi dovrebbe essere un po’ più sicura rispetto all’anno scorso, ma capite bene che non si è fatto niente di strutturale per migliorarla.
Pellicciotta: Punto di forza è sicuramente il bagaglio formativo che riesce ad offrirti grazie alla presenza di professori validissimi che permettono il mantenimento di un alto livello educativo. Punto debole è sicuramente la poca collaborazione tra rappresentanti, e quindi studenti, e dirigenza, è un rapporto che negli anni è andato via via scemando, ed è per questo che ci impegneremo nel riuscire a ripristinare questo confronto che ahimè è fondamentale.

Da dove vieni?
D’Addario: Sono proprio un “langianes addaver”.
Di Toro: Sono un “Lancianese D.O.C.”
Pellicciaro: Da lanciano, “Lancianese D.O.C.”
Pellicciotta: Archi.

Materia preferita.
D’Addario: Sicuramente matematica
Di Toro: Penso filosofia.
Pellicciaro: Oddio in realtà non ce l’ho, forse educazione fisica.
Pellicciotta: Scienze

Sport preferito o hobby.
D’Addario: Il calcio sempre. Sono un tifoso sfegatato.
Di Toro: Sono arbitro di calcio, appunto questo è il mio sport preferito.
Pellicciaro: Ho giocato a tennis, ho smesso, ora faccio palestra e suono il pianoforte da 12 anni.
Pellicciotta: Calcio.

Definisci con tre parole il tuo carattere.
D’Addario: Sono generoso, solare e un po’ matto.
Di Toro: Determinato, sicuro e caparbio.
Pellicciaro: Due pregi e un difetto. Sono sicuramente estroverso, non ho difficoltà in questo, e caparbio. Il difetto? sono particolarmente svelto, questo lo posso ammettere, “me la ricredo”.
Pellicciotta: Testardo, altruista e riflessivo.

Un pregio che riconosci in ognuno dei tuoi tre colleghi.
D’Addario: Giacomo è molto sicuro di sé stesso, è molto bravo e ha molta voglia di fare. Alessio è molto simpatico, è molto aperto e ha ottime idee. Antonio lo conosco da tantissimo tempo e devo dire veramente che lavora sulle cose concrete, sa cosa fare ed è completo.
Di Toro: Giacomo è molto bravo a parlare con le persone e sarà sicuramente il nostro mediatore con gli studenti. Luca è la persona più tranquilla e questo è un altro punto di forza che abbiamo nel gruppo. Alessio è ben determinato come me e ha le idee chiare.
Pellicciaro: Dico un pregio e un difetto, inizio da Antonio. Può sembrare strano ma quello con cui vado più d’accordo è proprio Antonio. Sembra un po’ paradossale come cosa, ma alla fine abbiamo realizzato che, al di là delle “polemiche elettorali”, concordiamo perfettamente nel voler fare il bene di questa scuola. Testardo è il difetto, il pregio è deciso. Luca è la testa del gruppo, è bravo scolasticamente, è una persona che stimo perché ci sa fare. Un difetto? È un po’ timido, forse non ha troppo carisma. Alessio è stato il mio compagno di lista, è stata la soddisfazione più grande di questa campagna elettorale, perché far eleggere il compagno con cui hai fatto la lista è una particolare soddisfazione. È un ragazzo anche lui serio, se mira un obiettivo non se lo lascia scappare. Un difetto, se la sta a ricredere pure lui parecchio.
Pellicciotta: In tutti e tre riconosco il fatto di essere molto ambiziosi ed è una caratteristica che porta sempre di più a fare meglio, mentre discutendo di difetti penso che Giacomo alcune volte sia esageratamente testardo, Luca eccessivamente pignolo e Antonio delle volte troppo impulsivo.

Quante ragazze hai avuto?
D’Addario: Una alle medie e un’altra con cui sono stato pochi giorni.
Di Toro: Purtroppo zero.
Pellicciaro: Caspita, questa è proprio una bella domanda! Su questo fronte diciamo che è un po’ così. Allora, alle medie tantissime, ero uno “sciupafemmine”, poi forse mi sono rimbruttito tutt’a un tratto, non lo so. Di ragazze ce ne sono state ma nemmeno una relazione seria. E questo mi è dispiaciuto.
Pellicciotta: A questa domanda preferisco non rispondere poiché non penso sia giusto quantificare il numero di ragazze come fossero matite!

Chiara D’Alessandro
Cristiana Di Matteo
Marialetizia Lombardi
Syria Polidoro
Valentino Stampone

“The Haber_Immerwhar File”

Scienza e nazionalismo nel dramma di Fritz Haber, Nobel dimenticato

Dialogo teatrale a cura della compagnia L’aquila Signorina

Fritz Haber

Il 19 dicembre si terrà nel nostro liceo una rappresentazione teatrale riguardante la vita di Fritz Haber,  un chimico che cambiò radicalmente quella che era la visione delle tattiche militari. Haber ebbe una vita umana e professionale piena di luci ed ombre.  In lui si incarnano entrambe le facce della scienza. Il suo personaggio si intreccia con le vicende di entrambi i conflitti mondiali, ma anche e soprattutto con la storia della chimica e della chimica-fisica, ma vediamo meglio la sua storia

Chi era Fritz Haber?

Text Box:          Clara Immerwahr
Clara Immerwahr

Fritz Haber (1868-1934) fu un chimico tedesco di origini ebree, viene ricordato come premio Nobel per la chimica nel 1918 per aver sviluppato, insieme a Carl Bosch, il processo di sintesi dell’ammoniaca dai suoi elementi, utilizzando come catalizzatore il ferro. Ma partiamo dall’inizio. Studiò in diverse università, come quella di Heidelberg (sotto la direzione di Robert Bunsen), di Berlino e all’Ecolè technique di Charlottenburg, Ma, studiando sotto la guida di professori molto severi e metodici, perse molto del suo interesse per la chimica, e, prima di iniziare la sua carriera come chimico vero e proprio, provò ad imparare il mestiere del padre (produttore di tinte per tessuti), presso il politecnico di Zurigo. Durante gli anni di studio sposò la prima donna laureata in chimica in Germania, Clara Immerwahr, con la quale ebbe un figlio l’anno seguente. Negli anni immediatamente successivi a questo tentativo si trasferì a Karlsruhe, dove lavorò a quello che poi fu il motivo del suo Nobel. Con l’arrivo della prima guerra mondiale, Haber decide di unirsi agli altri intellettuali del tempo per firmare il Manifesto dei Novantatré (3 ottobre 1914, il manifesto smentiva la responsabilità della Germania nella prima guerra mondiale) e si arruolò come volontario. Ovviamente venne inserito nel settore scientifico per la ricerca di esplosivi con l’avvento della “Guerra chimica”. Haber convinse lo Stato Maggiore ad usare i gas tossici, nonostante l’adesione alla convenzione dell’Aia e, sotto la sua direzione, furono create le prime Gastruppe. Le sue ricerche resero possibile l’utilizzo dei gas Cloro e Fosgene. Il primo utilizzo fu nella battaglia ad Ypres, città belga. Haber scelse con cura come posizionare ogni singola bombola, ed il giorno dell’attacco furono liberate 150 tonnellate di gas cloro, prodotto dalle maggiori industrie farmaceutiche del tempo. Sua moglie, pacifista, qualche giorno dopo l’attacco a Ypres si sparò in testa nel giardino di casa, in segno di protesta, utilizzando proprio la rivoltella di servizio del marito, che non si presentò nemmeno al suo funerale dato che era preso dai festeggiamenti per la vittoria di Ypres. Alla fine della prima guerra mondiale, Haber fu incriminato a causa della violazione della convenzione dell’Aia, e fuggì in Svizzera. Nel periodo tra le due guerre Haber lavorò alla produzione dello Zyklon B, che doveva essere un’insetticida, ma che venne presto impiegato nei campi di sterminio nazisti.

Due soldati appartenenti alle prime Hastruppe

A causa delle leggi razziali Haber fu costretto a fuggire, nonostante le sue scoperte furono essenziali anche nella seconda guerra mondiale, ma morì durante il viaggio per un attacco cardiaco. Nel suo personaggio vediamo la genialità, ma anche quella che sua moglie definì “perversione della scienza”, che porta a riflettere sulla moralità di alcune ricerche scientifiche.
E noi, quindi, ci chiediamo “È giusto andare avanti a costo di fare del male? È moralmente corretto tutto ciò?” ma tuttora non si sa la risposta, è un dibattito ancora aperto, che non appartiene solo alle guerre mondiali, tanto attuale anche ai nostri giorni. Questo spettacolo, piuttosto insolito, ci offrirà sicuramente interessanti spunti di riflessione sul rapporto tra scienza ed etica.

Sara Di Marco (5F)

Il potere della parola

A seguito dello studio della filosofia sofistica, la classe 3D ha riflettuto sulla potenza e l’importanza della parola elaborando testi e considerazioni con caratteri diversi. Eccone alcuni.

In un’era dominata dal web e dai social network, dove chiunque può esprimere con pochi caratteri ciò che pensa, la parola è uno strumento importantissimo ed è fondamentale saperla usare, che sia sul web o da altra parte.

Su internet di fatto la parola è il mezzo con cui tutti possono comunicare.

Diventa dunque necessario “misurarla” appropriatamente poiché è facilissimo poter essere fraintesi.

Lo stesso vale nella vita di tutti i giorni: che stiamo parlando con un amico o che siamo ad un colloquio di lavoro la parola è sempre il mezzo che “rende possibile” la conversazione. Per questo saper esprimersi, cosa che con l’avvento digitale diventa sempre più difficile, è molto importante, non solo per farci capire ed evitare equivoci, ma anche per dare all’altro una buona impressione e per dare l’idea di essere persone “sveglie e preparate”.

Nicola Pasquini

Quanto incidono le parole sulla vita delle persone? Quanto peso hanno le parole?

Sono dell’idea che ogni parola abbia un proprio peso specifico risultato della somma tra la parola stessa, la persona che la pronuncia e il tono con cui essa viene esposta; eppure questo benedetto peso sarà sempre relativo, condizionato dal nostro essere tutti diversi.

In fondo come si potrebbe capire quanto peso ha una singola parola su una persona che non sia noi stessi?

Usare le parole non è semplice, bisogna conoscerne tante e averne sempre il controllo, per assicurarsi che non colpiscano chi non abbiamo intenzione di colpire, dunque dovremmo dare un po’ più di valore al nostro silenzio.

Le parole servono, le parole fanno bene, ma sono un’arma a doppio taglio; saperle usare nel modo corretto è un dono inestimabile, forse paragonabile all’immortalità, perché allora sarà immortale la nostra verità e il modo in cui la rendiamo assoluta con le parole.

La parola è simbolo di potenza, di classe dirigente, di chi ne sa di ogni argomento, di chi fa valere le proprie tesi senza preoccuparsi delle parole contrarie perché le sue, di parole, sono talmente relativamente giuste da sembrare oro colato a chi, tra turbamento e stupore, le ascolta.

Parola è persuasione, costrizione e conversione.

Quante volte ci siamo sentiti dire che uno sguardo vale più di mille parole? Eppure, secondo me, ciò che si esprime con quel mettere in un ordine convenzionalmente stabilito delle lettere è ineguagliabile rispetto a qualsiasi altro mezzo di comunicazione esistente, più o meno rumoroso che sia.

L’arte della parola ha un fascino immenso, una potenza infinita e una capacità di smuovere le viscere non indifferente.

La parola è libertà, libertà di dire alla gente anche ciò che non vuole ascoltare, per provare a tutti che anche noi abbiamo un nostro pensiero e che siamo in grado di esprimerlo, per dare voce alla parte più interna ed intima di noi, che scorre in vene e capillari e si deposita a metà tra cuore e cervello.

A volte, in un’epoca costruita su dialoghi superficiali, in balia dell’opinione altrui, dovremmo solo fermarci, fare un respiro profondo, chiudere gli occhi e pensare a tutte le parole che conosciamo, e magari leggere un libro, per aumentare il peso delle nostre parole.

Martina Ciancetta

L’utilizzo della parola e il suo potere sono stati fondamentali nel corso dei secoli perché chi la sapeva usare aveva un potere inimmaginabile.

Un caso lampante era Cicerone per il quale non importava se la tua tesi fosse giusta o sbagliata, bastava usare le proprie competenze linguistiche per convincere gli altri.

Le parole riescono a persuadere una persona e addirittura possono provocare forti emozioni all’ascoltatore come nella poesia o nei testi delle canzoni con l’aiuto della musica.

Come scrive Gorgia nell’Encomio di Elena, la parola è un “gran dominatore”, infatti Elena è innocente davanti al potere della parola.

La parola può entrare dritta nell’animo delle persone e portar loro gioia, pietà, dolore in modo tale da far capire che emozioni prova chi parla.

Chi sa usare bene il potere della parola può addirittura far cambiare idea o far cadere pregiudizi all’ascoltatore.

Quindi chi sa usare questo potere può fare cose inimmaginabili.

Marco Pagliari

Quello che i libri non ci dicono: l’utilizzazione dell’inutile.

Nei manuali di storia non ce ne sono tracce, tantomeno su internet, ma anche durante il primo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra era considerabile “attuale” l’idea del riciclo.

Il Corriere della Sera del 15 agosto 1919, nella sezione Corriere milanese, riporta un articolo intitolato “L’utilizzazione dell’inutile” che tratta la nascita di un comitato per la raccolta di carte al fine di riciclarle risalente alla Grande Guerra.

Gli scettici non mancavano ma il Comitato Rifiuti d’Archivio mise in evidenza la riuscita delle prime operazioni.

Sappiamo che nei tre anni di conflitto solo il comitato milanese gettò sul mercato circa dodicimila quintali di carte vecchie, da sommare ai nove milioni prodotti dalle altre province.

Da lì i lavori di propaganda, cernita e distribuzione furono massicci.

Numerosi libri e riviste destinati al macero ebbero una sorte più appagante essendo stati distribuiti in ospedali e all’ Opera Nazionale dello Scaldarancio.

Vennero anche raccolti mobili e materiale inservibile.

Essenziali furono gli efficaci mezzi di propaganda nei quali rientra anche il volume Fiamme d’Italia che, oltre a diffondere la notizia, incentivò la produzione di marche-francobollo intestate all’uso dei rifiuti d’archivio.

Queste informazioni, risalenti alla seduta del comitato del 14 agosto 1919, presieduta dall’on. Agnelli, ci aiutano a capire come cento anni fa la salvaguardia del nostro pianeta fosse tanto importante quanto inconsapevole poiché dettata dalla necessità di, testuali parole dell’articolo, “quella base finanziaria del vasto programma di provvidenze sociali che ha la CRI[…]” al fine di ricostruire socialmente ed economicamente lo Stato.

Martina Ciancetta, classe 3D

Perla Nuschese, classe 3D

La questione ambientale tra ottimismo e pessimismo: due tesi a confronto.

L’articolo presenta i due diversi modi di affrontare il problema ambientale da parte dello scrittore Jonathan Franzen e della giornalista Sarah Jones, che tramite un discorso accademico, reso disponibile dalla rivista “Internazionale”, propongono la loro visione del mondo e la conseguente soluzione, se cosi possiamo definirla, del famigerato cambiamento climatico.

“L’ottimismo fa male?”. Così introduce il suo discorso lo scrittore e saggista Jonathan Franzen riguardo all’ambiente e alla realtà in cui viviamo. Il Global Warming, ormai al centro del dibattito politico mondiale dagli anni Novanta con le prime proposte economico-politiche avanzate dai paesi più sviluppati. Ne fu un esempio l’accordo di Parigi del 2015 e, ancor prima, la ratifica di ben 192 paesi che si impegnarono a firmare il protocollo di Kyoto al fine di preservare l’ambiente nella lunga durata, con obiettivi a breve termine (1997).

Il punto di vista di Franzen.

La meta che ci siamo proposti è effettivamente raggiungibile? Siamo noi, dal nostro giardinetto di casa, in grado di abbassare la temperatura mondiale di circa 2C o di dimezzarre le tonnellate di CO2 che ogni giorno investono il nostro pianeta? Ovviamente la risposta è: non basta!
Ma perchè continuare allora, a credere che tutto ci sia possibile? La politica mondiale da anni continua a promettere di risolvere il problema. Certamente l’accordo di Parigi è un’iniziativa di grande rilevanza che ha le migliori intenzioni, ma se un paese, come gli Stati Uniti, che producono il 22% delle emissioni totali di CO2, decide di non entrare a farne parte? Che succede? Chi risponde? Chi sanziona? In effetti non è previsto nulla di tutto ciò, come fosse una chiacchierata al bar tra amici. Il problema esiste e ci stiamo convincendo che sia possibile risolverlo ma non è così. Se prendiamo atto che ormai non è più possibile virare rotta probabilmente cesseranno anche le agevolazioni che alimentano l’ottimismo nei paesi economicamente più forti, perché fin quando continueremo a porre alla base della nostra era l’economia e non l’ecologia non ci sarà mai un effettivo cambiamento. “La prima condizione è che tutti i paesi più inquinanti del mondo istituiscano draconiane misure di conservazione…Riorganizzare completamente la loro economia accettare che il cambiamento climatico sia reale e avere fede nelle misure estreme adottate per combatterlo” scrive Franzen. Sarebbe un’utopia pensare che tutti i cittadini del mondo siano disposti a regolare il proprio tenore di vita, a pagare più tasse senza ribellarsi e senza dare per false le notizie che ci arrivano; l’analisi proposta dallo scrittore risulta coerente. Dunque è praticamente impossibile evitare il cambiamento climatico, ma allora cosa ci spinge a continuare a lottare se tanto la terra morirà tra meno di 50 anni? “Dimezzare le emissioni renderebbe gli effetti immediati del riscaldamento un po’ meno gravi, e posticiperebbe un po’ il punto di non ritorno…Ciascuno di noi ha una scelta morale da fare” così risponde lo scrittore. Accettare che il surriscaldamento del pianeta sia evitabile comporterebbe la presa di misure troppo drastiche, mentre bisognerebbe concentrarsi su altro:
-Introdurre democrazie funzionanti;
-Combattere le disuguaglianze economiche;
-Sostenere le uguaglianze razziali;
-Difendere una stampa libera;
-Vietare le armi.
Per Franzen il modo migliore di operare è quello di vincere “piccole battaglie”: “Combattete battaglie più piccole e locali e avrete qualche realistica speranza di vincere…Continuate a salvare ciò che amate nello specifico”. Lo scrittore parla di un’organizzazione a Santa Cruz di nome “Homeless garden project”, finanziata in parte da egli stesso, che aiuta i senzatetto e fornisce cibo biologico,manifesto del suo pensiero e della sua filosofia delle piccole battaglie.

La risposta di Sarah Jones.

Alla tesi del saggista la giovane giornalista risponde con un articolo sul New York Magazine dove condanna fortemente il modo di vedere le cose di Franzen.

“La speranza è una cosa piccola e fragile e con il suo pessismismo lui la mette ancora di più in pericolo”.

La giovane autrice d’altronde non nasconde il fatto che la finestra per evitare la catastrofe è ormai chiusa da tempo, ma non crede che l’ottimismo porti alla noncuranza e che puntare ai piccoli obiettivi non è premessa all’altezza delle esigenze che questo momento storico ci chiede. “L’ottimismo è un’importante strategia di sopravvivenza, l’antidoto al nichilismo paralizzante” così recita la Jones nel suo scritto. La giovane autrice dunque propone una perfetta sintesi tra impegni sociali e impegni ambientali, che permetteranno di fatto di stabilire in che ordine andranno le cose, se moriremo prima noi o prima il pianeta; sta a noi deciderlo, cambiando radicalmente stile di vita in modo permanente, solo così saremo in grado di avere un futuro migliore, “il pessimismo è la reazione che non possiamo permetterci”.

L’unica certezza che abbiamo è che la nostra generazione sta vivendo il problema, ed è oggetto di attenzione e studio anche nelle aule delle scuole di tutta Italia. Cosa possiamo fare noi ragazzi per vivere in un mondo migliore? Scendere in piazza a manifestare, far sentire che ci siamo sicuramente è il modo più pratico e disponibile che abbiamo a disposizione, ma di certo non basterà a far sì che ci sia una virata verso il sostenibile. D’altro canto nostro compito è non arrenderci, perché sicuramente fra 50 anni chi sta distruggendo questo mondo non ci sarà più e dopo toccherà a noi dimostrare quanto detto negli anni, e solo grazie alla scuola è possibile suscitare in tutti questa idea di vita “green” che probabilmente ci porterà alla non rovina di questo pianeta.

Giacomo Giovannelli
Classe 5°F