Ad ogni costo, anche quello di perderci la testa.

Abbiamo sempre visto il bullismo vestire i panni della violenza psicofisica diretta, tuttavia ci sono, anche se più raramente, casi in cui le azioni compiute dagli altri violano involontariamente la nostra salute mentale. Questo è il caso di Andrea che a 13 anni si è ritrovato complice e “vittima psicologica” dell’uccisione di un micio.

Non è stata colpa sua ma della sua voglia di restare nel suo gruppo di amici, a qualsiasi costo. Il peggio però è arrivato quando, una volta a casa, si è ritrovato solo, a contemplare il gesto dei suoi amici, in bagno, con la testa china sul water dopo aver vomitato.

“E’ un dolore che ti rimane dentro” , dice, ma ha comunque risposto con il convenzionale “niente” alla domanda della mamma “che hai?”.

Quel niente può essere interpretato come sofferenza psichica e, per un motivo o per un altro, nessuno è immune a questo “niente”.

Sentirsi una costrizione sul petto, avere l’impressione che il cuore vada a mille, essere agitati tutto il tempo, isolarsi e respingere tutti, sentirsi soli e vuoti, essere completamente giù di morale e sentirsi le mura chiudersi addosso non devono essere belle situazioni in cui trovarsi.

Si è sempre analizzato come il bullismo si ripercuota sulle sue vittime dirette ma abbiamo mai pensato a come un episodio di violenza possa danneggiare dal punto di vista psicologico chi lo guarda?

Martina Ciancetta, Perla Nuschese III D

“Io, che ero ARGENTOVIVO”

“Argentovivo”, la nuova canzone di Daniele Silvestri, è stata candidata al festival di San Remo 2019 e ha vinto il premio della critica Mia Martini, quello intitolato a Lucio Dalla e quello come miglior testo. Il brano di Silvestri ha suscitato scalpore da parte di molti giornalisti e del pubblico, ma anche ammirazione soprattutto tra i giovani. Infatti molti teenager si sono sentiti rappresentati da “argentovivo”, poiché la canzone stessa vuole essere lo specchio del dramma adolescenziale. La canzone è la dichiarazione di un mondo giovanile che si sente alienato e che vuole far sentire la sua voce, un mondo in cui è difficile essere, ma conta l’ apparire. E’ un grido che si leva alto, è il grido dei giovani emarginati, soli, che non riescono a trovare un senso al Sistema. Lo stesso autore ha raccontato che si tratta di un brano che “urla di volersi far ascoltare”.

“Ho sedici anni
Ma è già da più di dieci che vivo in un carcere
Nessun reato commesso là
Fuori
Fui condannato ben prima di nascere
Costretto a rimanere seduto per ore
Immobile e muto per ore
Io, che ero argento vivo”.

E’ la storia di un sedicenne, che si sente condannato a non esprimere se stesso, a rimanere seduto dietro i banchi di scuola, costretto a stare al Sistema del quale anche la sua stessa famiglia fa parte. Lui che è argento vivo non è ascoltato, lui che è argento vivo si ritrova a chiudersi in se stesso rimanendo solo. Questa è la storia dell’ adolescente che gli adulti ignorano, che il mondo che lo circonda ignora.

“E mi mantengo sedato per non sentire nessuno
Tengo la musica al massimo
E volo
Che con la musica al massimo
Rimango solo”

Sì, rimane solo…non c’è spazio per lui. C’è solo un mischiarsi confuso di parole vane che è difficile comprendere, soprattutto da chi non crede più di poter avere un ruolo nella sua vita. Infatti l’ unico ruolo che può ricoprire è quello del “bambino che non stava mai fermo, che avete preso per metterlo davanti a uno schermo”.

“ Io che ero argento vivo, dottore
Io così agitato, così sbagliato
Con così poca attenzione
Ma mi avete curato
E adesso mi resta solo il rancore”.

La vera domanda da porsi è perché un bambino che non sta mai fermo deve essere messo da parte…Perché solo i vincenti devono andare avanti? Forse è per questo che il sedicenne si chiude in se stesso, per questo non accetta la società in cui vive, per questo il mondo è una prigione dalla quale non può fuggire, perché una prigione non può valorizzarlo… Non l’ha mai fatto e mai lo farà.
La realtà che lo circonda non lo apprezza, perché è un perdente e un perdente non può riuscire nella vita. Il perdente viene bullizzato, deriso, viene fatto sedere in fondo all’ultimo banco. Gli vengono tarpate le ali. Per questo non ascolta, perché non viene ascoltato. L’ unica cosa che sembra contare sono le prediche, a scuola, a casa…
Ma dov’è la scuola quando accade questo? E la famiglia? E no, “sono i ragazzi di oggi ad essere così”, oppure “ai nostri tempi queste cose non accadevano”. È facile mandare avanti il vincente, più difficile far risollevare il perdente. Proprio per questo il bambino iperattivo, dislessico, disabile, timido e disagiato deve sedersi all’ultimo banco, deve essere curato. Ma ci siamo mai chiesti se la vera differenza  possiamo farla noi? Abbiamo mai provato a porgere la mano all’ alienato, all’emarginato, al “forestiero” che siede accanto a noi? Abbiamo provato a mettere in pratica i valori di cui tanto parliamo? Abbiamo provato a non tarpare le ali all’ Albatros che si libra alto nell’aria, ma che superficialmente definiamo goffo e impacciato?
Smettiamola di parlare, parlare e parlare… A volte un gesto conta più di mille parole, di mille prediche. La canzone di Silvestri ci fa sbattere la faccia di fronte ad una realtà cruda che noi stessi abbiamo creato, di cui noi siamo responsabili e non ce ne rendiamo conto. Tutte le volte che giudichiamo, che puntiamo il dito costruiamo quella prigione dalla quale il “perdente”, il “vinto” non riesce a fuggire.

“Ti dico un trucco per comunicare
Trattare il mondo intero come un bambino distratto
Con un bambino distratto davvero è normale
Che sia più facile spegnere
Che cercare un contatto”.

È più facile spegnere che creare un contatto. È proprio questo l’ errore che spesso commettiamo, quello di spegnere, di mettere da parte. Apriamo gli occhi di fronte alla realtà, non rimaniamo fermi alla superficie, valorizziamo chi ne ha bisogno. Permettiamo al “sedicenne” di migliorarsi e di non fargli credere che la sua vita sia un errore, perché non lo è.

“Se c’è un reato commesso là
Fuori
È stato quello di nascere”.

Rebecca Solazzo V D

Quando non c’erano i cellulari

Non vi viene la curiosità di sapere qualcosa dei ragazzi che vivevano negli anni in cui il cellulare era solo un apparecchio sperimentale (tra l’altro del peso di qualche chilo), del quale i più non sospettavano neppure l’esistenza?
Quei giovani erano dei sopravvissuti. Sopravvissuti a un’infanzia trascorsa tra balocchi di legno trattati immancabilmente con vernici al piombo e giocattoli costruiti con plastiche che certamente non erano atossiche. E ce l’avevano fatta nonostante le confezioni di medicinali e di altre sostanze letali fossero rigidamente sprovviste di chiusure di sicurezza.
E vogliamo ricordare come viaggiavano? In automobili che erano scatole di latta senza airbag, cinture di sicurezza e tantomeno seggiolini, seduti in braccio a mamma sul sedile anteriore oppure sul divano posteriore, rotolando a ogni curva. Se poi si addormentavano, alla prima frenata si risvegliavano sul pavimento, appositamente conformato per riempirli di lividi.
Non paghi della fortuna che avevano avuto, una volta adolescenti facevano carte false per avere il motorino, ma al massimo si trattava di un “Ciao” o di una “Vespa”, al cui confronto lo “Zip” di oggi sembra un’astronave. Ci andavano ovviamente in due, per giunta senza casco (il casco, questo sconosciuto, ce l’aveva un motociclista su un milione), anche sul ciao, la cui sella ospitava a malapena un sedere.
Giocavano a pallone e quando facevano le squadre il più scarso era di norma alternativo al diritto al calcio d’inizio, senza che questo comportasse effetti sulla sua autostima e sedute di psicoanalisi oppure l’intervento dei genitori. E un infortunio qualsiasi non implicava il ricorso automatico al pronto soccorso o la denuncia alle autorità: molto spesso si riceveva pure uno scappellotto per essere stati incauti.
Ciondolavano lungo il corso e i viali e si trovavano lì, anche senza WhatsApp (telefonare da un apparecchio pubblico poteva rivelarsi un’impresa titanica). E gli amori nascevano in quei luoghi, non in chat.
I vostri genitori, i vostri insegnanti e anche i vostri nonni sono vissuti così: il suggerimento che ho per voi è di non sottovalutarli, perché, a conoscere queste schegge del loro passato, possono essere definiti … immortali! … Come i supereroi.

Piero Rosato (ex studente del liceo – 5/A – 1979-1980)