Quello che i libri non ci dicono: l’utilizzazione dell’inutile.

Nei manuali di storia non ce ne sono tracce, tantomeno su internet, ma anche durante il primo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra era considerabile “attuale” l’idea del riciclo.

Il Corriere della Sera del 15 agosto 1919, nella sezione Corriere milanese, riporta un articolo intitolato “L’utilizzazione dell’inutile” che tratta la nascita di un comitato per la raccolta di carte al fine di riciclarle risalente alla Grande Guerra.

Gli scettici non mancavano ma il Comitato Rifiuti d’Archivio mise in evidenza la riuscita delle prime operazioni.

Sappiamo che nei tre anni di conflitto solo il comitato milanese gettò sul mercato circa dodicimila quintali di carte vecchie, da sommare ai nove milioni prodotti dalle altre province.

Da lì i lavori di propaganda, cernita e distribuzione furono massicci.

Numerosi libri e riviste destinati al macero ebbero una sorte più appagante essendo stati distribuiti in ospedali e all’ Opera Nazionale dello Scaldarancio.

Vennero anche raccolti mobili e materiale inservibile.

Essenziali furono gli efficaci mezzi di propaganda nei quali rientra anche il volume Fiamme d’Italia che, oltre a diffondere la notizia, incentivò la produzione di marche-francobollo intestate all’uso dei rifiuti d’archivio.

Queste informazioni, risalenti alla seduta del comitato del 14 agosto 1919, presieduta dall’on. Agnelli, ci aiutano a capire come cento anni fa la salvaguardia del nostro pianeta fosse tanto importante quanto inconsapevole poiché dettata dalla necessità di, testuali parole dell’articolo, “quella base finanziaria del vasto programma di provvidenze sociali che ha la CRI[…]” al fine di ricostruire socialmente ed economicamente lo Stato.

Martina Ciancetta, classe 3D

Perla Nuschese, classe 3D

La questione ambientale tra ottimismo e pessimismo: due tesi a confronto.

L’articolo presenta i due diversi modi di affrontare il problema ambientale da parte dello scrittore Jonathan Franzen e della giornalista Sarah Jones, che tramite un discorso accademico, reso disponibile dalla rivista “Internazionale”, propongono la loro visione del mondo e la conseguente soluzione, se cosi possiamo definirla, del famigerato cambiamento climatico.

“L’ottimismo fa male?”. Così introduce il suo discorso lo scrittore e saggista Jonathan Franzen riguardo all’ambiente e alla realtà in cui viviamo. Il Global Warming, ormai al centro del dibattito politico mondiale dagli anni Novanta con le prime proposte economico-politiche avanzate dai paesi più sviluppati. Ne fu un esempio l’accordo di Parigi del 2015 e, ancor prima, la ratifica di ben 192 paesi che si impegnarono a firmare il protocollo di Kyoto al fine di preservare l’ambiente nella lunga durata, con obiettivi a breve termine (1997).

Il punto di vista di Franzen.

La meta che ci siamo proposti è effettivamente raggiungibile? Siamo noi, dal nostro giardinetto di casa, in grado di abbassare la temperatura mondiale di circa 2C o di dimezzarre le tonnellate di CO2 che ogni giorno investono il nostro pianeta? Ovviamente la risposta è: non basta!
Ma perchè continuare allora, a credere che tutto ci sia possibile? La politica mondiale da anni continua a promettere di risolvere il problema. Certamente l’accordo di Parigi è un’iniziativa di grande rilevanza che ha le migliori intenzioni, ma se un paese, come gli Stati Uniti, che producono il 22% delle emissioni totali di CO2, decide di non entrare a farne parte? Che succede? Chi risponde? Chi sanziona? In effetti non è previsto nulla di tutto ciò, come fosse una chiacchierata al bar tra amici. Il problema esiste e ci stiamo convincendo che sia possibile risolverlo ma non è così. Se prendiamo atto che ormai non è più possibile virare rotta probabilmente cesseranno anche le agevolazioni che alimentano l’ottimismo nei paesi economicamente più forti, perché fin quando continueremo a porre alla base della nostra era l’economia e non l’ecologia non ci sarà mai un effettivo cambiamento. “La prima condizione è che tutti i paesi più inquinanti del mondo istituiscano draconiane misure di conservazione…Riorganizzare completamente la loro economia accettare che il cambiamento climatico sia reale e avere fede nelle misure estreme adottate per combatterlo” scrive Franzen. Sarebbe un’utopia pensare che tutti i cittadini del mondo siano disposti a regolare il proprio tenore di vita, a pagare più tasse senza ribellarsi e senza dare per false le notizie che ci arrivano; l’analisi proposta dallo scrittore risulta coerente. Dunque è praticamente impossibile evitare il cambiamento climatico, ma allora cosa ci spinge a continuare a lottare se tanto la terra morirà tra meno di 50 anni? “Dimezzare le emissioni renderebbe gli effetti immediati del riscaldamento un po’ meno gravi, e posticiperebbe un po’ il punto di non ritorno…Ciascuno di noi ha una scelta morale da fare” così risponde lo scrittore. Accettare che il surriscaldamento del pianeta sia evitabile comporterebbe la presa di misure troppo drastiche, mentre bisognerebbe concentrarsi su altro:
-Introdurre democrazie funzionanti;
-Combattere le disuguaglianze economiche;
-Sostenere le uguaglianze razziali;
-Difendere una stampa libera;
-Vietare le armi.
Per Franzen il modo migliore di operare è quello di vincere “piccole battaglie”: “Combattete battaglie più piccole e locali e avrete qualche realistica speranza di vincere…Continuate a salvare ciò che amate nello specifico”. Lo scrittore parla di un’organizzazione a Santa Cruz di nome “Homeless garden project”, finanziata in parte da egli stesso, che aiuta i senzatetto e fornisce cibo biologico,manifesto del suo pensiero e della sua filosofia delle piccole battaglie.

La risposta di Sarah Jones.

Alla tesi del saggista la giovane giornalista risponde con un articolo sul New York Magazine in cui condanna fortemente le opinioni di Franzen.

“La speranza è una cosa piccola e fragile e con il suo pessismismo lui la mette ancora di più in pericolo”.

La giovane autrice non nasconde il fatto che la finestra per evitare la catastrofe è ormai chiusa da tempo, ma non crede che l’ottimismo porti alla noncuranza e che puntare ai piccoli obiettivi non è premessa all’altezza delle esigenze che questo momento storico ci chiede. “L’ottimismo è un’importante strategia di sopravvivenza, l’antidoto al nichilismo paralizzante” così recita la Jones nel suo scritto. La giovane autrice dunque propone una perfetta sintesi tra impegni sociali e impegni ambientali, che permetteranno di fatto di stabilire in che ordine andranno le cose, se moriremo prima noi o prima il pianeta; sta a noi deciderlo, cambiando radicalmente stile di vita in modo permanente, solo così saremo in grado di avere un futuro migliore, “il pessimismo è la reazione che non possiamo permetterci”.

L’unica certezza che abbiamo è che la nostra generazione sta vivendo il problema, ed è oggetto di attenzione e studio anche nelle aule delle scuole di tutta Italia. Cosa possiamo fare noi ragazzi per vivere in un mondo migliore? Scendere in piazza a manifestare, far sentire che ci siamo sicuramente è il modo più pratico e disponibile che abbiamo a disposizione, ma di certo non basterà a far sì che ci sia una virata verso il sostenibile. D’altro canto nostro compito è non arrenderci, perché sicuramente fra 50 anni chi sta distruggendo questo mondo non ci sarà più e dopo toccherà a noi dimostrare quanto detto negli anni, e solo grazie alla scuola è possibile suscitare in tutti questa idea di vita “green” che probabilmente ci porterà alla non rovina di questo pianeta.

Giacomo Giovannelli
Classe 5°F

Le mille facce del nucleare

Parte III

Dopo aver brevemente introdotto i vantaggi della fusione nucleare è conveniente analizzare l’attuale progresso in campo tecnologico, per questo riportiamo due tra gli ultimi risultati ottenuti tramite le ricerche dei vari enti.
Tra gli ultimi risultati c’è certamente quello del Massachusetts Institute of Technology (MIT), università che è riuscita a sviluppare un nuovo tipo di combustibile per la fusione nucleare che produce dieci volte la quantità di energia raggiunta finora. Gli esperimenti sono stati condotti nel tokamak di Alcator C-Mod del MIT, un reattore di contenimento magnetico del plasma che a ottobre scorso ha stabilito il record di pressione sul plasma in un esperimento di fusione nucleare. Più precisamente il team di ricercatori ha raccontato sulle pagine di Nature Physics che un unico tipo di combustibile nucleare aumenterebbe notevolmente le energie degli ioni all’interno del plasma. Secondo gli esperimenti di fusione condotti nel reattore di confinamento magnetico, la chiave per aumentare l’efficienza del combustibile nucleare è quella di aggiungere una quantità di elio-3 che ha solo un neutrone piuttosto che due. Finora il combustibile nucleare utilizzato nel Alcator C-Modconteneva è composto da due tipi di ioni: deuterio e idrogeno. Il primo, un isotopo stabile dell’idrogeno con un neutrone nel suo nucleo, rappresenta circa il 95% del combustibile. In altre parole, i ricercatori del MIT hanno utilizzato un processo chiamato riscaldamento a radiofrequenza per “accendere” il combustibile nucleare. Le antenne del tokamak utilizzano una frequenza specifica di onde radio per eccitare il carburante. Queste onde sono calibrate per bersagliare solo il materiale meno abbondante (ad ora l’idrogeno). Concentrandosi sul riscaldamento a radiofrequenza degli ioni dell’elio-3, i ricercatori sono riusciti a generare ioni che raggiungono energie estremamente elevate. I dati di Alcator C-Mod del MIT hanno così spinto i ricercatori del Joint European Torus (il più grande reattore a fusione nucleare finora costruito) a condurre esperimenti con lo stesso tipo di combustibile. Attualmente i ricercatori britannici hanno raggiunto gli stessi risultati, ma i due esperimenti di fusione sono stati in grado di misurare diverse proprietà delle reazioni incredibilmente complesse che si verificano nel plasma surriscaldato. I ricercatori precisano che i risultati di questi esperimenti potrebbero aiutare anche gli astronomi a comprendere meglio le esplosioni di elio-3 del Sole, un reattore a fusione nucleare perfettamente funzionante che da qualche miliardo di anni emette energia che tiene in vita il nostro pianeta.

Importanti e interessanti scoperte che aiuteranno anche gli ingegneri dell’ITER(International Thermonuclear Experimental Reactor), il più grande progetto internazionale che si sta occupando della fusione nucleare e tramite “DEMO” della realizzazione di un prototipo di Centrale Nucleare.

Data: 01/04/2019;

Classe: 3F, Liceo Scientifico Galileo Galilei di Lanciano, indirizzo Scienze applicate;

Redattori:

Adeo Felice, Domenico Sireni, Francesco Cinalli, Angelucci Nicola, Simone Di Giuseppe;

Fonti ed approfondimenti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Rifiuto_radioattivo
https://www.who.int/water_sanitation_health/publications/uranium/en/
https://www.who.int/topics/radiation_ionizing/en/
https://www.who.int/topics/radiation_non_ionizing/en/
http://quotidianoentilocali.ilsole24ore.com/art/edilizia-e-appalti/2019-02-21/scorie-nucleari-deposito-rallenta-203110.php?uuid=ABsn5zWB&refresh_ce=1https://www.fsn-fusphy.enea.it/index.php/en/la-fusione-nucleare?jjj=1552216566160

IL PERICOLO CHE ARRIVA DALLO SPAZIO MA NON È ALIENO

La preoccupazione per la spazzatura spaziale risale all’inizio dell’era dei satelliti, ma il numero di oggetti in orbita sta crescendo e i ricercatori stanno studiando e sviluppando nuovi modi per prendere di petto il problema.

I detriti spaziali, meglio conosciuti come rifiuti spaziali, definendoli secondo wikipedia, sono tutto ciò che è stato creato e utilizzato dall’uomo (parti di navicelle, razzi, sonde) ed ora non essendo più di utilità, orbita attorno al nostro Pianeta. 
Aumentati spropositatamente negli ultimi decenni di pari passo al crescente sviluppo dell’esplorazione spaziale, sono ora un fattore di rischio per l’alta probabilità di collisioni con satelliti attualmente funzionanti.
Infatti per precauzione alcuni veicoli spaziali sono equipaggiati con particolari protezioni in modo da evitare questi eventi, ne è un esempio la Stazione Spaziale Internazionale.
È stata inoltre fondata una organizzazione ONU che si occupa di questo preoccupante problema, la IADC(Inter Agency Space Debris Committee).
Alcuni detriti si trovano in orbita bassa (fino a 600 km secondo la NASA), quindi vicini alla Terra e attraversano in breve tempo l’atmosfera, altri sono più lontani (1100 km) e rischiano di restare in orbita anche secoli.
Il rischio principale che questi detriti comportano è quello di entrare in collisione con un satellite in funzionamento e quindi danneggiare sia esso sia gli astronauti che lo abitano.
I detriti viaggiano a velocità elevatissime, più alte di quelle di un proiettile, e ciò rende pericolosi anche i detriti dalle dimensioni minori a quelle di 1 millimetro.
Inoltre, il possibile impatto fra rifiuti spaziali e satelliti moltiplicherebbe il livello totale di detriti, causando la cosiddetta Sindrome di Kessler.

Il National Research Council americano ha sottoposto il problema, accusando la NASA di non stare tenendo in debita considerazione le eventuali conseguenze che potrebbero nascere da tutta questa spazzatura in orbita; da parte sua, l’agenzia per il programma spaziale degli Stati Uniti ha ammesso di essere perfettamente consapevole del fatto che nella nostra orbita circolano tantissimi rottami, al punto da riconoscere di aver creato una situazione che potrebbe diventare ingestibile. Una previsione che, se realizzata, potrebbe portare a un vero e proprio disastro. Detriti che si scontrano tra di loro, creandone così sempre di più: per adesso la quota approssimativa stimata dalla NASA è di 19000 oggetti “indesiderati” nello spazio superiori a 10 centimetri e 5000 inferiori a 10 centimetri, con milioni di frammenti microscopici non quantificabili. Anno dopo anno manovre di questo tipo diventano più frequenti, dato uno spazio sempre più congestionato. Basti pensare che nel solo 2017 sono stati spediti in orbita più di 4000 satelliti: militari, civili, amatoriali e commerciali. Si tratta di un numero che supera di quattro volte quella che è stata la media nel decennio 2000-2010.

  • Il caso più eclatante è stato sicuramente quando la Stazione Spaziale Tiangong-1 nel 2018 ha lasciato tutti con il fiato sospeso quando è stata dichiarata fuori controllo e pronta a precipitare in qualsiasi luogo del Pianeta. E date le sue dimensioni, grande come un autobus, e il suo peso, 8 tonnellate, è stato un problema abbastanza serio da affrontare. Alla fine si è schiantata ad Aprile nell’Oceano Pacifico, ma non è stato solo un caso e in futuro potrebbero ripetersi fenomeni di questo genere.
  • Un altro fra i casi più clamorosi di incidente sfiorato è quello riguardante l’Airbus A340 della Lan Chile, che nel 2007, con a bordo 270 passeggieri, in volo sull’Oceano Pacifico, fu lambito da un detrito proveniente da un satellite spia russo.
  • Un altro esempio è quello del 2 luglio 2018 il satellite CryoSat-2, in orbita a 700 km sopra la superficie terrestre, ha rischiato l’impatto con un detrito spaziale, come confermato dall’Agenzia spaziale europea. Il 9 luglio sono stati accesi i propulsori per spingerlo in un’orbita più alta, evitando l’impatto di appena 50 minuti, con detriti sfrecciati a più di 4.1 km al secondo (da notare che il cannone 8,8 cm PaK 43, con una lunghezza di 70 calibri, aveva una velocità alla volata compresa fra 700 e 1150 m/s comunque di gran lunga inferiore alla velocità di questi detriti).
  • Inoltre non è di molto tempo fa la notizia di una imprevista manovra di spostamento della Stazione Spaziale Internazionale, compiuta per evitare di essere colpita da un pezzo di metallo che le è sfrecciato accanto.
  • Oppure nel 2009 si è registrato lo schianto di un satellite commerciale americano, Iridium, contro uno di comunicazione, inattivo, russo, il Cosmos-2251. Migliaia di schegge si sono formate allora, che oggi minacciano la bassa orbita terrestre.

[Fonti: wikipedia; everyeye.it; nature; vitrociset; HDblog.it; Tom’sHardware; D-Orbit]

//Bruno Monaco, Luca De Iuliis//

Le mille facce del nucleare

Parte II, La fusione nucleare

Proprio al fronte di questi problemi e nel tentativo di migliorare un sistema che ha evidenti difetti, la comunità scientifica globale si sta impegnando per lo sviluppo e la realizzazione delle prime centrali a fusione nucleari. Sorge dunque spontaneo chiedersi: Quali vantaggi porta davvero la fusione nucleare?
Cerchiamo assieme di capirne di più per trovarci pronti quando la fusione sarà realtà senza scartala come ipotesi anche nel nostro paese solo perché contenente la parola “nucleare”, che a molti desta preoccupazioni.
Gli atomi interessati dal processo di fusione nucleare, in natura e in ingegneria, sono gli isotopi dell’atomo di idrogeno: caratterizzati da minimo numero atomico, a cui corrisponde la minima energia di innesco. All’interno delle stelle più grandi è possibile anche la fusione di elementi più pesanti.
La fusione nucleare controllata ambisce a risolvere molti problemi energetici, perché potrebbe produrre quantità pressoché illimitata di energia senza emissioni di gas nocivi e con limitate quantità di scorie radioattive di trizio, il cui tempo di decadimento è di soli 12 anni. Una piccola quantità di radioattività residua interesserebbe solo alcuni componenti del reattore a fusione sottoposti a bombardamento neutronico. Queste componenti sarebbero peraltro facilmente rimpiazzabili, i tempi di dimezzamento della radioattività residua sarebbero confrontabili con la vita media della centrale (diversi anni).
La fusione termonucleare controllata potrà fornire energia:
• Eco-compatibile: i prodotti della reazione di fusione più promettente (D-T, cioè deuterio-trizio) sono solo elio, neutroni ed il trizio che non ha reagito, quindi la radioattività residua è molto limitata.
• Intrinsecamente sicura: non sono possibili reazioni a catena in quanto è presente solo una quantità assai limitata di reagenti nella combustione. In caso di danni, incidenti o perdita di controllo la reazione di fusione con conseguente generazione di calore decadrà assai rapidamente spegnendosi automaticamente.
• Sostenibile: deuterio e litio (il trizio è prodotto nel reattore) sono largamente diffusi e facilmente reperibili in natura.
• Senza emissioni di gas serra: non si ha produzione di CO2 né di altri gas tossici.
Le centrali a fusione hanno un notevole costo di impianto (per ITER i costi previsti sono superiori a 10 miliardi di euro), ma il costo del combustibile è molto basso. Considerando che i costi di costruzione non dipendono fortemente dalla taglia, sarebbe opportuno scegliere una produzione di energia quanto più alta possibile. Tuttavia, sulla base di considerazioni di rischio, per limitare le perdite di potenza sulla rete elettrica nel caso di guasto ad una centrale la taglia considerata più adeguata alle esigenze degli utilizzatori è quella tra 1 000 e 10 000 MW di potenza elettrica, come una grande centrale a fissione nucleare.

Data: 01/04/2019;

Classe: 3F, Liceo Scientifico Galileo Galilei di Lanciano, indirizzo Scienze applicate;

Redattori:

Adeo Felice, Domenico Sireni, Francesco Cinalli, Angelucci Nicola, Simone Di Giuseppe;

Fonti ed approfondimenti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Rifiuto_radioattivo
https://www.who.int/water_sanitation_health/publications/uranium/en/
https://www.who.int/topics/radiation_ionizing/en/
https://www.who.int/topics/radiation_non_ionizing/en/
http://quotidianoentilocali.ilsole24ore.com/art/edilizia-e-appalti/2019-02-21/scorie-nucleari-deposito-rallenta-203110.php?uuid=ABsn5zWB&refresh_ce=1
https://www.fsn-fusphy.enea.it/index.php/en/la-fusione-nucleare?jjj=1552216566160