PESTE E CORONA… e in mezzo ci sei tu…

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, com’è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò buona parte d’Italia”: inizia così il trentunesimo capitolo de “I promessi sposi”. In queste settimane se n’è sentito parlare molto per via delle informazioni sulla peste in esso contenute, informazioni che sembrano profetizzare ciò che sta accadendo al giorno d’oggi in Italia con il Corona Virus: le epidemie hanno da sempre, infatti, segnato la storia, anche letteraria, del nostro Paese.
La peste che colpì soprattutto il Nord Italia nel 1600 e l’emergenza che oggi stiamo affrontando non sono, però, identiche: sono diversi il contesto storico-culturale, la situazione socio-economica e le conoscenze in ambito medico-scientifico. Insomma, stiamo parlando di due mondi lontani, lontanissimi, diversi. Una cosa, un’unica cosa che non cambia c’è: siamo noi. Affrontando la lettura del capitolo, ci si imbatte, infatti, in una storia che ormai bene conosciamo: dalle parole di chi minimizza l’epidemia alla noncuranza della popolazione, dai provvedimenti che arrivano troppo tardi al nobile lavoro di chi presta aiuto agli ammalati, dall’egoismo delle troppe persone che fanno i propri interessi all’opera di sensibilizzazione portata avanti dalle istituzioni e dalla chiesa. Insomma, le parole di Manzoni sono come uno specchio: lì dentro ci siamo anche noi.
Ne “I Promessi Sposi”, dopo l’allarme iniziale, non viene presa nessuna misura per limitare i contagi i quali, di conseguenza, aumentano. Tanto che, alla fine, il “tribunale di sanità” si degna di mandare un commissario nelle zone più colpite, che oggi chiameremmo “rosse” (Codogno, Vo’ Euganeo …). Troppo tardi, però: il contagio è ormai dilagato. Ha così inizio la quarantena ai tempi di Renzo e Lucia. Ma quello che per Manzoni è più sorprendente è il comportamento della gente che pare non essere minimamente spaventata, nonostante abbia buone ragioni per esserlo. È un atteggiamento comune: le cose devono arrivare a noi, altrimenti non le vediamo.
E adesso credo che un po’ tutti quanti pensiamo e proviamo le stesse cose: un mese di quarantena ormai è passato ed in questi giorni, spesso, ti nascondi sotto le coperte come facevi anni fa, quando erano i mostri a farti paura e allora ti coprivi fino al mento. Ora ci sono altre cose che ti spaventano: ti spaventa non sapere chi hai accanto, chi sono quelle persone su cui puoi contare, cosa ne sarà del tuo futuro, lavorativo o scolastico che sia, dell’amore, ti spaventa la vita e non hai tutti i torti, non dirò questo. Prenditi il tempo di cui hai bisogno, non sentirti in colpa: prenditi il tempo per annoiarti, per essere triste e per avere paura, ascoltati, isolati se serve e piangi se credi sia necessario. Quando finirà tutto questo, toglierai le coperte e scoprirai che sotto non ci sono mostri, ma una nuova versione di te che ha imparato ad ascoltare le paure e non scappare da esse, scoprirai di essere più forte di quello che raccontavi. E cosa farai? Uscirai, tornerai alla vita normale, godendotene ogni minimo secondo, ma con nuove consapevolezze. Sinceramente penso che affidare quest’Italia al buon senso delle persone sia stata una scelta sbagliata. E lo so che forse è forte da dire, ma non mi sorprenderei se un giorno il governo si svegliasse e dicesse: “Da oggi scenderà in strada l’esercito per farvi rimanere in casa”. Perché se andare a fare la spesa ogni giorno è più importante della vita stessa, se farsi un giro largo con il cane per dei bisogni che durano mezz’ora è più importante della vita, se le sigarette lo sono, se la voglia di dire “io sono ribelle” lo è, allora scusate se penso che sia maledettamente sbagliato affidare al buon senso della gente il futuro del nostro paese. Mentre là fuori vivono medici ed infermieri che si spaccano la schiena, mentre ci sono genitori e nonni che muoiono da soli, senza la possibilità di avere qualcuno accanto, mentre i bambini non possono più andare a scuola, imparare, stare con gli amici, giocare per strada, vivere, noi non riusciamo a chiuderci in casa per qualche giorno: abbiamo così tanta paura di fare i conti con noi stessi e con la nostra solitudine che facciamo fatica a stare chiusi tra quattro mura, e mi fa rabbia sapere che ci sono stati morti che non si sono potuti piangere, compleanni che non si sono potuti festeggiare, amori che non si sono potuti stringere. I morti aumentano, siamo uno dei primi paesi al mondo per numero di morti, uno dei primi, capite? E non è un dato di cui andare fieri. Perché questo vuol dire che siamo stati uno dei primi paesi al mondo con persone che, invece di rimanere fermi per il bene di tutti, prendevano treni, pullman, auto e scappavano da zone che dovevano essere chiuse, facendo serrare il resto dell’Italia. E nonostante ciò, non ci chiudiamo in casa, andiamo a salutare i parenti, i vicini, gli amici, il barista di fiducia, l’amante, la maestra che durante la nostra infanzia non sopportavamo. Questo accade perché siamo ignoranti, persone senza buon senso. Tutta Italia ha contratto un altro virus: volete essere ribelli? Potete scegliere di essere intelligenti.
In giro si vedono così tante persone che vivono le loro giornate tranquillamente come se nulla fosse. Questo non va bene. DEVONO stare a casa. Non è un consiglio, non è una proposta, non glielo stanno dicendo così tanto per dire. Anche perché abbiamo capito che appellarsi al senso civico di ognuno di noi non basta più: allora pensiamo ai medici, agli infermieri, simboli di una battaglia che nessuno era pronto a combattere. Stiamo parlando di persone con turni estenuanti in cui non si può bere, mangiare e neanche andare in bagno, in cui la mascherina non ti fa respirare, il caldo ti fa sentire male, gli occhiali premono talmente tanto sulla testa che perdi quasi la sensibilità e sostenere quella situazione non è affatto facile. Questo è il loro DOVERE: aiutare gli altri a stare meglio e questo significa aiutare anche noi, perché lì può esserci un nostro parente, amico, compagno o addirittura noi stessi. Quindi l’unico modo per aiutare loro è stare a casa: solo così tutto finirà e torneremo alle nostre vite, tutti, compresi i medici.
Ma davvero serviva la quarantena per far capire alle persone l’importanza delle piccole cose, della quotidianità, della libertà? Come ha detto David Grossman, “Quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente: chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato ed oppresso, chi deciderà di abbandonare la famiglia, chi di mettere al mondo un figlio o di non volerne, chi di fare coming out; ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui”. Andiamo sempre troppo in fretta e di tempo non ne abbiamo mai abbastanza, adesso il tempo sembra essersi fermato e la nostra vita è racchiusa tra le pareti di una stanza: tutto quello che ci prima ci sembrava scontato, lo sarà meno d’ora in poi, tutto ciò da cui volevamo scappare, adesso, forse, lo rivorremmo indietro, tutto ciò di cui ci lamentavamo, non era poi così male.
Mi manca tutto: mi manca il sapore della libertà, mi mancano gli amici, la palestra, papà, le persone conosciute così per caso con cui parli poco, addirittura la scuola. Mi mancano anche le corse che facevo al mattino per prendere l’autobus, uno sull’altro, come sardine, mi manca salutare tutti, parlare con chi più e chi meno, di qualsiasi cosa. Ma soprattutto mi mancano quelle persone vere, ma loro le sento anche da casa: chi ci tiene si fa sentire. Stranamente, però, mi mancano anche quelle persone che di me non se ne importano nulla, ma io di loro me ne importo eccome. Forse sarà vero: non meritiamo chiunque, meritiamo solo chi ci tiene davvero, chi si preoccupa per noi, anche con un semplice gesto. Mi manca tutto, mi manca anche il momento in cui tornavo a casa strastanca dopo una lunga giornata, ma felice. Ebbene sì: mi manca il sapore della libertà!
LORENZA SAURO I E

GIORNI STRANI. Un’intervista al dott. Gianni Tognoni.

Giorni strani, quelli che stiamo vivendo. Il Covid-19, meglio conosciuto come ‘’coronavirus’’, si è palesato senza molto preavviso, ma d’altronde, non tutto quello che accade attorno a noi lo fa dandoci il tempo necessario per essere pronti ad affrontarlo. Da giorni, ormai, siamo rinchiusi nelle nostre case, nella speranza che tutto passi in fretta. Eppure, c’è qualcuno che non ha ancora capito la gravità della situazione.

Stop al lavoro.
Stop alla scuola. Stop agli abbracci. Stop alla vita.

Privati di tutto, anche della libertà. Bisogna, però, trovare il modo di reagire a tutto questo, talvolta anche ‘’nascondendosi’’ dietro il monitor di un pc, che sia per lavoro o per scuola. Da alcune settimane, stiamo sperimentando con l’aiuto degli insegnanti, la cosiddetta ‘’didattica a distanza’’, che ci permette di andare avanti con il programma e al tempo stesso di tenerci in contatto, anche per sentire meno il peso di questa strana e inedita condizione. Il “coronavirus” è, comunque, sempre presente in tutte le nostre videolezioni, a partire dai saluti iniziali. Il 24 marzo 2020, durante una delle videolezioni di scienze, abbiamo avuto la partecipazione in videoconferenza del Dott. Tognoni, già direttore del Consorzio Mario Negri Sud, epidemiologo e specialista in politiche sanitarie, che ci ha illustrato tutte le dinamiche e gli aspetti del Covid-19 soffermandosi su tre punti principali: quello biologico e medico, quello che riguarda la diffusione del virus, le cause e gli eventuali (seppure in via sperimentale) rimedi. Di virus ne esistono molti. Questo fa parte della famiglia dei virus influenzali, un virus a RNA, che, però, ha sorpreso anche il mondo scientifico per la sua altissima contagiosità e aggressività, tanto da aver sconvolto l’intera umanità, nel giro di pochissimo tempo. I medici non riescono ancora a spiegarsi il perché di questa aggressività nel contagio e nei sintomi. Un virus, almeno in un primo momento, forse troppo sottovalutato, che con il tempo ha portato molte persone alla morte e molte altre a restare chiuse in casa.
Dopo una prima presentazione generale, da parte del Dott. Tognoni, che ha toccato gli aspetti biologico-sanitari legati a questa terribile infezione, sottolineando che ci sono ancora tante domande aperte in attesa di risposta da parte del mondo scientifico, siamo intervenuti noi con tante domande. Ne riporto alcune, con annesse risposte:

“Quali farmaci si possono, al momento, usare per combattere il Covid-19?”
“Al momento non ce ne sono, nel senso che di antivirali nel mondo ce sono molti, ma nessuno sembra essere efficace per combattere il Covid-19 e, quelli in fase di sperimentazione, non saranno utilizzabili in tempi brevi. Gli antivirali che attualmente si usano per curare l’AIDS, Ebola, non sono abbastanza specifici o efficaci. L’evoluzione del coronavirus porta ad un peggioramento molto veloce, pertanto i farmaci antivirali che generalmente richiedono un tempo di somministrazione molto lungo per essere efficaci, non vanno bene per questa cura. Occorre un farmaco mirato, che agisca in breve tempo.”

“Cosa ne pensa del farmaco utilizzato a Napoli?”
“Si a Napoli hanno provato a somministrare un farmaco notoriamente usato per curare l’artrite reumatoide che è riuscito a guarire 4 persone, ma questo non basta perché possa dirsi efficace per tutti. La sperimentazione ha bisogno di poter comparare persone che prendono il farmaco in questione e persone che prendono altri farmaci sperimentali per poter vedere a breve, a medio e a lungo periodo la reazione di ognuno. La medicina ha bisogno di cure che possano applicarsi in maniera generale.
I farmaci antivirali vanno monitorati almeno per dieci giorni per vedere se effettivamente vi è un miglioramento delle condizioni in modo da ridurre il tempo di sosta nella terapia intensiva, dando così a più persone la possibilità di curarsi. Si sta valutando anche l’utilizzo di farmaci non concepiti per la terapia antivirale, ma per curare le patologie polmonari, come la polmonite, per ridurre in tal modo il danno polmonare. Se un farmaco controlla o riduce il danno anche del 30-40% può dirsi miracoloso.”

“E i vaccini?”
“Per quanto riguarda i vaccini, questi non saranno pronti prima di un anno e generalmente presentano il limite di non essere efficaci al 100%.”

“Una volta debellata la malattia, vi è il rischio di contrarre di nuovo il virus?”
“Gli individui generalmente sviluppano anticorpi che durano potenzialmente per la vita. Tuttavia vi sono risposte estremamente variabili da individuo a individuo e bisogna ancora valutare se l’immunità è attiva e per quanto tempo dura.”

“Come ha risposto la sanità a questa emergenza?”
“I disinvestimenti in sanità portati avanti negli anni in Italia, e in maniera assolutamente trasversale, hanno acuito le tante difficoltà in cui la sanità pubblica si è imbattuta per fronteggiare questa grande emergenza sanitaria: posti letto insufficienti in generale ed in particolare nei reparti di terapia intensiva, personale medico ed infermieristico sottodimensionato, attrezzature insufficienti. Sono moltissimi i medici in pensione che vengono richiamati ai loro impieghi. Molti sono anche i medici appena laureati a cui vengono immediatamente consegnati camice, guanti e mascherine. Ragazzi molto giovani, spaventati, alle prime armi.
Il Dott. Tognoni ha concluso il suo interessante e stimolante intervento sottolineando l’importanza di tutelare il welfare pubblico, sottolineando come Istruzione e Salute debbano essere al primo posto nel servizio pubblico a tutela del diritto alla cittadinanza.

Conclusioni
Per la prima volta ho sentito parlare del ‘’Welfare”, della importanza di tutelare la sanità pubblica. Mi sono allora un po’ documentato. Il termine, che letteralmente si traduce con “stare bene, benessere”, nasce in Gran Bretagna appena dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. Il paese era devastato, la popolazione stremata e tutto era da risistemare. Proprio in questo contesto, in questa fase di ricostruzione, nasce il termine “welfare” intendendo quel benessere che andava riportato nel paese e nel popolo che, a causa della guerra, aveva perso tutto. Oggi con questo termine si è soliti indicare uno stato sociale, che vuole eliminare le disuguaglianze economiche e sociali e assiste le fasce più deboli della popolazione. Oggi si parla anche di “welfare aziendale”.
Si tratta di servizi e agevolazioni in campo aziendale da fornire ai dipendenti, tra i quali rientra anche lo “smart working”, il lavoro da casa, quello veloce e praticabile dal proprio pc. Il Dott. Tognoni ha più volte ribadito durante la conferenza, l’importanza dello stare a casa per evitare il contagio, per proteggere noi stessi e gli altri. Quello che ci viene chiesto è dunque un piccolo sforzo, per il bene di tutta l’umanità (considerando l’estensione che il virus ha avuto in questi giorni). Un impegno che riguarda ogni campo d’azione, dal lavoro alla scuola, dalla palestra all’aperitivo al bar con gli amici, senza eccezioni. Prima capiremo la gravità della situazione e l’importanza delle nostre azioni e prima, insieme, riusciremo a riprenderci. Restiamo a casa, in famiglia. Utilizziamo bene questo tempo. “Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza”. Queste le parole di Papa Francesco nell’omelia pronunciata nel momento di preghiera straordinario in tempo di epidemia tenutosi il 27 marzo 2020 in una San Pietro deserta, spoglia, coperta solo da nuvole scure che portano pioggia. “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca – continua il Papa nella sua omelia – tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.” Chissà magari, quando tutto sarà finito, riusciremo a saper apprezzare tutto quello che abbiamo sempre dato per scontato. Saremo donne e uomini diversi, migliori. Riscopriremo i valori importanti della vita, quelli veri. Impareremo ad utilizzare il nostro tempo al meglio, a dare valore ad ogni singolo momento.

Cristian Torosantucci III G

Priorità al tempo del Covid.

E’ arrivato dall’Oriente, come un un mostro esotico geograficamente troppo lontano per spaventarci, come un maremoto il cui epicentro sembrava infinitamente distante, eppure ne siamo stati travolti. Si è insediato silenziosamente nelle nostre città caotiche; all’inizio non ci ha fatto paura, poichè “solo i cinesi ne erano portatori”, poi qualcosa è cambiato. Noi italiani, nell’arco di pochi giorni, abbiamo smesso di sentirci protetti e siamo tornati alla ricerca di quella parola a cui diamo sempre meno importanza: sicurezza. Uno stato psicofisico che sembra non riguardare la società del ventunesimo secolo, una situazione a cui sembriamo non aspirare. 

Lo psicologo americano Abraham Maslow nel 1943 realizzò “la piramide dei bisogni”. Secondo i suoi studi l’uomo soddisfa le proprie necessità seguendo una precisa gerarchia: fisiologia, sicurezza, appartenenza, riconoscimento sociale e realizzazione di sè. Inoltre soddisfa ciascun bisogno solo se lo ha già fatto con il precedente. Tale modello fu poi sostituito da altri schemi relativi ai bisogni umani, poichè, come dice Gianluca Mercuri in un recente articolo apparso sul Corriere della Sera, “se Maslow avesse ragione, nessuno comprerebbe dei beni di lusso senza prima aver mangiato.” Tuttavia, osservando la piramide oggi, sembra che lo psicologo americano non avesse tutti i torti. 

Se nel Seicento gli appestati si rivolgevano alla fede e alla superstizione, oggi, di fronte al contagio, la maggior parte degli uomini cerca conforto e sicurezza nei media. Questi ci hanno mostrato reazioni contrastanti dinnanzi al pericolo: prima la tendenza a minimizzare, poi il terrore. Usiamo i media per cercare di stimare il rischio di venire contagiati. Conoscere il rischio è rassicurante, ma, come espresso nella teoria dell’intensità delle emozioni di J.W. Brehm, all’aumentare dei tentativi di rassicurare i cittadini, aumenta anche la paura, che non ha mai portato ad esiti positivi. Ancora una volta i social si rivelano un’arma a doppio taglio, un tranello in cui dobbiamo fare attenzione a non cadere, poichè sono i mezzi che ci avvicinano, ma allo stesso tempo ci allontanano dalla sicurezza che stiamo cercando. Su Instagram siamo letteralmente tartassati da consigli relativi ai libri da leggere, alle maschere per il viso da acquistare, ai siti dove comprare i tappetini per allenarsi in casa, alle serie di Netflix più o meno avvincenti. Il sovraccarico di contenuti finisce per paralizzarci e farci vivere la quarantena in uno stato d’ansia relativo non solo al virus in sè, ma anche al modo in cui trascorriamo le interminabili giornate. Questo non significa che ogni informazione presente sul Web  sia falsa, ma è importante sapersi orientare razionalmente e consapevolmente nella “selva” di Internet. Le fake news ci sono sempre state, nel Seicento la credenza popolare attribuiva la responsabilità della pestilenza agli untori, ma Manzoni al caos della peste oppone l’esempio positivo della madre di Cecilia, capace di pietà, ma soprattutto ragionevolezza e rispetto dei valori civili. Essere al sicuro, ieri come oggi, vuol dire agire lucidamente, saper discernere il vero dal falso, attenersi alle direttive del governo. Essere al sicuro vuol dire permettere anche agli altri di esserlo.

Quando ci saremo svegliati da questo brutto incubo, quando inizieremo ad apprezzare lo stridente suono della sveglia al mattino, quando i giornali torneranno a parlare di calcio e di politica, quando potremo riabbracciare i nostri nonni, allora avremo riacquisito la sicurezza che per tutte queste settimane abbiamo incessantemente cercato. Ci accorgeremo che sicurezza non vuol dire poter volare ai Caraibi per sfuggire al paese in cui viviamo, ma significa salire sull’autobus che ci porta a scuola o sull’auto che ci conduce al lavoro. Sicurezza è famiglia, è casa, è il medico che visita il paziente, è l’insegnate che spiega all’alunno, è il bacio di due innamorati al parco.
Quando questa guerra sarà vinta, avremo imparato che sicurezza vuol dire “quotidianità”, una quotidianità dalla quale, troppo spesso, tentiamo di fuggire.
Una delle caratteristiche che sta mettendo in evidenza il Coronavirus è il nostro egoismo. Un egoismo non relativo all’epidemia, infatti sono moltissime le iniziative di beneficenza e gli atteggiamenti empatici di noi italiani, ma relativo a tutti quei problemi che ci sono, ma che facciamo finta di non vedere, che ci riguardano, ma non in prima persona. Il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, tutti i problemi del Terzo Mondo, l’estinzione di numerose specie di animali, sono emergenze che ci preoccupano di meno solo perchè, per ora, non ne siamo protagonisti. 
Speriamo, allora, che dopo aver  capito cosa significa “essere al sicuro”, applicheremo questa “scoperta” alle innumerevoli questioni che l’umanità deve affrontare. Oggi è una pandemia, domani potrà essere qualcosa che già conosciamo, ma che abbiamo preferito nascondere. 

Vincenzo Polidoro VD

Sette minuti.

Sette minuti. Sono bastati sette minuti per rivoluzionare la vita di milioni di persone nel nostro Paese: è la durata del discorso con cui il Premier Conte ha annunciato misure di restrizione per l’intero territorio nazionale, al fine di contrastare l’epidemia di Corona-virus. In questi giorni stiamo scoprendo il valore della cosa più preziosa che abbiamo: la normalità. La normalità è, paradossalmente, la cosa più straordinaria che abbiamo. Ci manca. Ci manca uscire, ci manca incontrare gli amici, la passeggiata del sabato sera, persino la scuola è arrivata a mancarci, ci siamo accorti che è una tessera fondamentale del puzzle della routine, che siamo costretti a mettere temporaneamente in soffitta, per difendere noi e i nostri nonni.
Ma è difficile cambiare vita: a volte l’istinto supera la ragione e ci porta, per esempio, ad uscire di casa anche se non ne abbiamo bisogno, a fare le scorte al supermercato consapevoli che la guerra non è alle porte, a prendere il treno verso casa per sfuggire alla zona rossa. Eppure dobbiamo sentirci fortunati, perché se per noi il cambiamento significa divano, per migliaia di medici e infermieri il cambiamento significa quattordici o sedici ore di turni tra le corsie dell’ospedale. Sono allo stremo delle loro forze. Prima di compiere azioni scellerate quindi, pensiamo a loro e facciamo la nostra parte.

Valentino Stampone II A

UN NEMICO ANCORA SCONOSCIUTO

Ormai tutti pensiamo di sapere cosa sia il COVID-19 e cosa provochi.
Ma analizziamo dettagliatamente diverse notizie che i media non riportano.
Molti pensano che il virus sia nato in un mercato del pesce di Wuhan e trasmesso all’uomo tramite il pipistrello. Ma secondo degli studi di due biologi, Botao Xiao e Lei Xiao, il COVID-19 sarebbe nato in un laboratorio nei pressi del mercato. I due ricercatori spiegano che in città non è molto venduto l’animale e indagando hanno scoperto che nei paraggi si trovano due laboratori che conducono ricerche animalistiche. In particolare il “Wuhan Center For Disease Control And Prevention” si trova a soli 280 metri, mentre il secondo a 12 Km. La Cina, essendo una giovane democrazia, è ancora legata a un sistema decisionale centralizzato che tende a nascondere molte notizie, come ad esempio l’esatto numero delle vittime o dei contagiati, poichè le notizie reali potrebbero danneggiare ancora di più il paese dal punto di vista economico. Pare infatti che i primi contagi siano avvenuti a Novembre mentre la Cina afferma che le prime evidenze cliniche si siano manifestate a Gennaio.

Il COVID-19.

Ormai ne sentiamo parlare continuamente, ovunque vengono elencate norme di prevenzione. Non abbiamo grandi certezze perché le situazioni cambiano continuamente, i dati sembrano crescere a dismisura, ma come dice il premier Conte nel suo ultimo decreto ,che possiamo sintetizzare come “Io resto a casa”, è bene che ognuno faccia la sua parte. Basta egoismi: dobbiamo scoprirci comunità, dobbiamo accettare con consapevolezza e convinzione la necessità di fare piccoli sacrifici in nome di un bene più grande, la cura degli altri. Nessuno è immune e tutti potenzialmente possiamo sviluppare la patologia. Tocca a noi contrastarla!

DISTANTI MA UNITI CONTRO LO STESSO NEMICO!

Federica Levante e Paola Cirulli IIIH