La famiglia Grauer e le pietre d’inciampo

Intervento di Alessia Torosantucci (classe 5-H) durante la manifestazione svoltasi a Lanciano il 16 gennaio 2019

Gunter Demnig mentre installa le 4 pietre d’inciampo oggi presenti a Lanciano

Gli Stolpersteine sono le pietre d’inciampo trasformate in un progetto artistico dall’artista tedesco Gunter Demnig. Gunter prepara ogni singolo Stolperstein e lo interra personalmente, pienamente consapevole della responsabilità che porta. “Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo” dice Gunter. L’installazione di ogni Stolperstein è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno.” Pensate nel 1993 dall’artista tedesco, due anni dopo furono installati per la prima volta senza autorizzazione nella città di Colonia. Oggi gli Stolpersteine sono diffusi in centinaia di città europee e in diciassette Stati, tra cui l’Italia. Il suo progetto “Memorie d’inciampo” è di una semplicità ma genialità sorprendente: un semplice sampietrino reca incisi sulla superficie superiore, rivestita di ottone, nome e cognome, data di nascita, data e luogo di deportazione nonché data di morte del deportato. Queste sorgono nei pressi dell’abitazione dei deportati, dai luoghi da cui sono stati strappati ai loro affetti e alle loro occupazioni, per essere uccisi senza essere nemmeno degni di sepoltura. Grazie alle pietre d’inciampo tornano ora nelle loro case per essere ricordati dai parenti e dai tanti cittadini che ogni giorno vi transitano davanti. Questa è la volta della famiglia Grauer e in particolare del piccolo Tito nato qui a Lanciano. È questo il motivo per cui oggi siamo qui. Era il freddo novembre del 1939 quando Samuel Grauer era giunto da Danzica in Italia insieme a sua moglie Rosa Jordan, fermandosi a vivere a Trieste. È qui, che il 6 febbraio 1940 nasce Marco, il loro primo figlio. Le loro condizioni non erano delle migliori. Stando a quelle poche informazioni che le fonti riportano, tra cui quelle del libro di Gianni Orecchioni, ‘’I sassi e le ombre’’ , sappiamo che la famiglia Grauer proveniva da una Polonia appena invasa dalle truppe tedesche e che la loro, fu una fuga precipitosa e disperata. Come se non bastasse, Rosa, la moglie di Samuel, appena dopo il parto iniziò a soffrire di disturbi cardiaci che, costringendola ad un lungo periodo di riposo, fecero ricadere su Samuel, allora semplice falegname, tutta la responsabilità di far fronte alle necessità di casa nonché alla cura del figlio. Nel frattempo, anche l’Italia che fino ad allora era rimasta neutrale entrava in guerra e procedeva all’internamento degli ebrei che vivevano nel suo territorio. 11 luglio 1940, Samuel Grauer e molti altri triestini vengono arrestati e trasferiti nel campo di concentramento di Casoli. A settembre verranno poi assegnati al comune di Orsogna. Qui, raggiunto dai suoi cari nel mese di novembre, come riporta Gianni Orecchioni all’interno del suo libro, Samuel fa richiesta per ottenere un sussidio speciale per sua moglie viste le sue condizioni. A nulla servirono le sue lettere. Ma il tempo passa. Rosa aspetta un altro bambino. E così, il 4 febbraio 1942, nell’ Ospedale Civile di Lanciano, nasce Tito. La gioia di questa nascita però viene ben presto sopraffatta dall’aggravarsi delle condizioni della famiglia che di li a poco viene trasferita nel campo di internamento di Castel Frentano. Ma il loro viaggio non termina qui. Dopo l’8 settembre 1943, quando i tedeschi occupano i territori a nord della linea Gustav, molte famiglie ebree furono arrestate. Il 30 ottobre fu il turno della famiglia Grauer. Papà Samuel, mamma Rosa e i piccoli Tito e Marco furono trasferiti a Chieti e poi  all’Aquila. Insieme con gli altri internati abruzzesi furono condotti nel campo di Bagno a Ripoli a Firenze per poi arrivare nel carcere di Milano dal quale, il 30 gennaio 1944, partirono per Auschwitz dove sarebbero arrivati il 6 febbraio. Il loro era il Convoglio n°6 partito dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, lo stesso che condivisero con altri 605 ebrei di cui solo 22 fecero ritorno. Tra questi ricordiamo Liliana Segre, oggi senatrice a vita, che da anni si batte contro l’indifferenza di molti riponendo la sua fiducia in noi giovani. È questo il viaggio di donne e uomini, giovani e anziani, ma soprattutto bambini. Bambini come Tito e Marco ai quali è stata negata l’infanzia. Un’infanzia felice e spensierata stroncata sul nascere dal terribile ed ingiustificato odio razzista verso chi ha, come unica colpa, ponendo la parola tra infinite virgolette, quella di essere nato ebreo. Il viaggio dura pochi giorni, giorni che sembrano anni. Un viaggio che sconvolge, che porta a  crescere prima del tempo. Tito compie due anni sul “vagone della morte”. Marco ne compie quattro il giorno dell’arrivo ad Auschwitz. Tutto appare diverso, grande, smisurato agli occhi di Tito e Marco. I due fratellini vengono separati dai genitori dei quali non si saprà più nulla.
Ma questo non ferma il loro amore. Insieme mano nella mano solcano quella coltre grigiastra di nuvole basse e fumo che nasconde i cancelli di Auschwitz e che li separa dalla morte. Tutto è nascosto, ma è lì. “Tito e Marco non si dividono, si guardano, sorridono. Si stringono forte la mano. Sognano insieme. Per sempre. É il 6 febbraio del 1944.”

Gunter Demnig

Elisa Springer, una delle sopravvissute alla Shoah ci dice:

«Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità».

William Benjamin, un altro dei sopravvissuti ci dice:

«È più difficile onorare la memoria dei senza nome che non quella di chi è conosciuto. Alla memoria dei senza nome è consacrata la costruzione storica».

Spetta a noi far sì che la nostra sia una memoria fertile, capace di costruire, non di distruggere. Una memoria capace di ricordare, non di dimenticare. Ricordare è importante. Fare memoria è importante. Serve a non ripetere gli errori del passato. A far sì che ciò che purtroppo è stato non sia più. Mai più.