La questione ambientale tra ottimismo e pessimismo: due tesi a confronto.

L’articolo presenta i due diversi modi di affrontare il problema ambientale da parte dello scrittore Jonathan Franzen e della giornalista Sarah Jones, che tramite un discorso accademico, reso disponibile dalla rivista “Internazionale”, propongono la loro visione del mondo e la conseguente soluzione, se cosi possiamo definirla, del famigerato cambiamento climatico.

“L’ottimismo fa male?”. Così introduce il suo discorso lo scrittore e saggista Jonathan Franzen riguardo all’ambiente e alla realtà in cui viviamo. Il Global Warming, ormai al centro del dibattito politico mondiale dagli anni Novanta con le prime proposte economico-politiche avanzate dai paesi più sviluppati. Ne fu un esempio l’accordo di Parigi del 2015 e, ancor prima, la ratifica di ben 192 paesi che si impegnarono a firmare il protocollo di Kyoto al fine di preservare l’ambiente nella lunga durata, con obiettivi a breve termine (1997).

Il punto di vista di Franzen.

La meta che ci siamo proposti è effettivamente raggiungibile? Siamo noi, dal nostro giardinetto di casa, in grado di abbassare la temperatura mondiale di circa 2C o di dimezzarre le tonnellate di CO2 che ogni giorno investono il nostro pianeta? Ovviamente la risposta è: non basta!
Ma perchè continuare allora, a credere che tutto ci sia possibile? La politica mondiale da anni continua a promettere di risolvere il problema. Certamente l’accordo di Parigi è un’iniziativa di grande rilevanza che ha le migliori intenzioni, ma se un paese, come gli Stati Uniti, che producono il 22% delle emissioni totali di CO2, decide di non entrare a farne parte? Che succede? Chi risponde? Chi sanziona? In effetti non è previsto nulla di tutto ciò, come fosse una chiacchierata al bar tra amici. Il problema esiste e ci stiamo convincendo che sia possibile risolverlo ma non è così. Se prendiamo atto che ormai non è più possibile virare rotta probabilmente cesseranno anche le agevolazioni che alimentano l’ottimismo nei paesi economicamente più forti, perché fin quando continueremo a porre alla base della nostra era l’economia e non l’ecologia non ci sarà mai un effettivo cambiamento. “La prima condizione è che tutti i paesi più inquinanti del mondo istituiscano draconiane misure di conservazione…Riorganizzare completamente la loro economia accettare che il cambiamento climatico sia reale e avere fede nelle misure estreme adottate per combatterlo” scrive Franzen. Sarebbe un’utopia pensare che tutti i cittadini del mondo siano disposti a regolare il proprio tenore di vita, a pagare più tasse senza ribellarsi e senza dare per false le notizie che ci arrivano; l’analisi proposta dallo scrittore risulta coerente. Dunque è praticamente impossibile evitare il cambiamento climatico, ma allora cosa ci spinge a continuare a lottare se tanto la terra morirà tra meno di 50 anni? “Dimezzare le emissioni renderebbe gli effetti immediati del riscaldamento un po’ meno gravi, e posticiperebbe un po’ il punto di non ritorno…Ciascuno di noi ha una scelta morale da fare” così risponde lo scrittore. Accettare che il surriscaldamento del pianeta sia evitabile comporterebbe la presa di misure troppo drastiche, mentre bisognerebbe concentrarsi su altro:
-Introdurre democrazie funzionanti;
-Combattere le disuguaglianze economiche;
-Sostenere le uguaglianze razziali;
-Difendere una stampa libera;
-Vietare le armi.
Per Franzen il modo migliore di operare è quello di vincere “piccole battaglie”: “Combattete battaglie più piccole e locali e avrete qualche realistica speranza di vincere…Continuate a salvare ciò che amate nello specifico”. Lo scrittore parla di un’organizzazione a Santa Cruz di nome “Homeless garden project”, finanziata in parte da egli stesso, che aiuta i senzatetto e fornisce cibo biologico,manifesto del suo pensiero e della sua filosofia delle piccole battaglie.

La risposta di Sarah Jones.

Alla tesi del saggista la giovane giornalista risponde con un articolo sul New York Magazine dove condanna fortemente il modo di vedere le cose di Franzen.

“La speranza è una cosa piccola e fragile e con il suo pessismismo lui la mette ancora di più in pericolo”.

La giovane autrice d’altronde non nasconde il fatto che la finestra per evitare la catastrofe è ormai chiusa da tempo, ma non crede che l’ottimismo porti alla noncuranza e che puntare ai piccoli obiettivi non è premessa all’altezza delle esigenze che questo momento storico ci chiede. “L’ottimismo è un’importante strategia di sopravvivenza, l’antidoto al nichilismo paralizzante” così recita la Jones nel suo scritto. La giovane autrice dunque propone una perfetta sintesi tra impegni sociali e impegni ambientali, che permetteranno di fatto di stabilire in che ordine andranno le cose, se moriremo prima noi o prima il pianeta; sta a noi deciderlo, cambiando radicalmente stile di vita in modo permanente, solo così saremo in grado di avere un futuro migliore, “il pessimismo è la reazione che non possiamo permetterci”.

L’unica certezza che abbiamo è che la nostra generazione sta vivendo il problema, ed è oggetto di attenzione e studio anche nelle aule delle scuole di tutta Italia. Cosa possiamo fare noi ragazzi per vivere in un mondo migliore? Scendere in piazza a manifestare, far sentire che ci siamo sicuramente è il modo più pratico e disponibile che abbiamo a disposizione, ma di certo non basterà a far sì che ci sia una virata verso il sostenibile. D’altro canto nostro compito è non arrenderci, perché sicuramente fra 50 anni chi sta distruggendo questo mondo non ci sarà più e dopo toccherà a noi dimostrare quanto detto negli anni, e solo grazie alla scuola è possibile suscitare in tutti questa idea di vita “green” che probabilmente ci porterà alla non rovina di questo pianeta.

Giacomo Giovannelli
Classe 5°F

Mari e oceani: la più grande discarica al mondo

“Ho provato ad attraversare a nuoto il Pacifico: ho incontrato balene e un pezzo di plastica ogni tre minuti e una grossa massa di plastica ogni 10 minuti.”


Queste le parole del francese Benoit Lecomte di 51 anni. Il suo tragitto prevedeva di percorrere 50 Km al giorno nuotando 8 ore dal Giappone a San Francisco per un totale di circa 8500 Km in linea retta. Facendo un rapido calcolo si arriva all’orribile risultato di 480 pezzi di plastica e 144 grandi masse incontrate ogni giorno. Potete immaginare da soli, o forse no, quanta plastica c’è nel solo Pacifico.

L’80% dei rifiuti in mare aperto è costituito da plastica, un materiale molto inquinante e tossico che ha lunghissimi tempi di degradazione. Le “garbage patch” sono isole di plastica immense e nocive per l’ecosistema marino e a oggi ve ne sono 6 maggiori:

Great Pacific Garbage Patch, chiamata anche “Pacific Trash Vortex” è il più grande accumulo di spazzatura galleggiante al mondo. È composta prevalentemente da plastica, metalli leggeri e residui organici in degradazione, è situata nell’Oceano Pacifico e si sposta seguendo la corrente oceanica del vortice subtropicale del Nord Pacifico con un’estensione incalcolabile e mutevole compresa tra i 700.000 km² e i 10 milioni di km² (come la Penisola Iberica e gli Stati Uniti).

South Pacific Garbage Patch, grande 8 volte l’Italia e più estesa del Messico, è situata al largo del Cile e del Perù con una superficie di circa 2,6 milioni di km² contenente prevalentemente microframmenti di materie plastiche.

North Atlantic Garbage Patch, situata nel Nord Atlantico è la seconda isola più grande per estensione (quasi 4 milioni di km²). Mossa dalla corrente oceanica nord Atlantica, è famosa per la densità di rifiuti di oltre 200 mila detriti per km².

South Atlantic Garbage Patch, forse la più “piccola” tra le isole di plastica, si estende per oltre 1 milione di km² tra l’America del Sud e l’Africa meridionale e viene mossa dalla corrente oceanica sud Atlantica.

Indian Ocean Garbage Patch, è situata nell’Oceano Indiano, si estende per più di 2 milioni di km² con una densità di 10 mila detriti per km².

Arctic Garbage Patch, è la più piccola e di recente formazione, si trova in prossimità del Circolo polare artico ed è formata dalle materie plastiche scartate in Europa e nella costa orientale del Nord America che, grazie alle correnti oceaniche, si sono accumulate a nord della Norvegia.

Questi dati forniti dal Corriere.it si riferiscono solo alle isole più grandi ma sono migliaia quelle presenti negli oceani del mondo. Si ipotizza che nel 2050 l’inquinamento degli oceani triplicherà, un pericolo ambientale evitabile solo con “una risposta di grandi dimensioni” di tutti i Paesi.

Quando si parla di inquinamento si pensa (come in parte è giusto fare) subito alla plastica, ma oggi a fare paura sono anche e soprattutto i metalli pesanti. Metalli pesanti, come cromo, cadmio e piombo, sono estremamente tossici e pericolosi sia per l’uomo sia per le specie marine e variano in base al tipo di plastica. Infatti, ogni varietà di plastica assorbe e rilascia nell’ambiente diversi tipi di metalli. A renderli ancora più pericolosi è il fatto che possono arrivare all’uomo attraverso il consumo di pesci contaminati. I metalli pesanti si presentano sotto forma di particelle microscopiche, si concentrano nelle zone costiere e lungo aree molto popolate e industrializzate. Il problema è estremamente serio alla luce del fatto che si stima che entro il 2050 negli oceani saranno presenti più materie plastiche che pesci e i metalli pesanti ad esse connesse avranno un peso enorme sull’ambiente e sull’uomo. Una possibile soluzione è rappresentata dalle nanotecnologie: dei microscopici nanorobot rivestiti di grafene possono essere utilizzati allo scopo di assorbire e eliminare i metalli pesanti presenti negli oceani.

Ma di pericoli ne abbiamo anche di più vicini e non sono legati solo all’inquinamento.

L’allarme lanciato da Legambiente è da brividi: 1 specie su 5 residente nel Mediterraneo è a rischio di estinzione. Ad oggi i rifiuti marini sono la minaccia principale per 180 specie marine. Ogni anno 130mila tartarughe Caretta Caretta vengono catturate accidentalmente (70mila agli ami, 63mila tra reti da posta e a strascico). Incalcolabili, invece, quelle uccise da rifiuti comuni: sacchetti di plastica, polistirolo e laccetti.

La Berta Maggiore, un uccello marino, è un procellariforme tra i più minacciati.

Anche la Balenottera Comune, unico misticeto presente nel Mediterraneo, è in forte diminuzione a causa dei kilogrammi di platica che ingerisce nutrendosi.

Potremmo pensare che le cause dell’inquinamento del Mediterraneo siano dovute ad alcuni Paesi più arretrati o in condizioni politico-sociali non delle migliori; in realtà non è così.

In 260 siti campionati in Italia 105 risultano altamente inquinati, solo 30 risultano vicini alla totale assenza di inquinamento e tutti a centinaia di chilometri dalle foci di fiumi rilevanti. Nella maggioranza di casi si tratta di inquinamento derivante da scarichi fognari.

Critiche le situazioni in Abruzzo, Sicilia, Calabria, Campania e Lazio. La migliore è la Sardegna. Questi dati rilevati dalla Goletta Verde e divulgati da InquinamentoItalia posizionano l’Italia al 23° posto in Europa (su 28).

Questi semplici dati dovrebbero farci pensare. In poco più di 150 anni dalla creazione della plastica questa è diventata la prima causa di inquinamento mondiale.

Non basta solo riciclare tonnellate e tonnellate di platica ogni anno (nei casi migliori) ma si deve cominciare ad agire sulla produzione dei rifiuti. Bisogna produrne di meno!

Questo non sarà l’unico articolo riguardante la questione “plastica nei mari e negli oceani” ma ne seguiranno altri… il prossimo sarà sulle bioplastiche!!

Articolo scritto dagli alunni Emanuele Salvatore, Enrico Giglio, Matteo Ciampini e Riccardo Campana della 3°F Scienze Applicate sotto supervisione del prof R. Pappalardo