Majella

Abbiamo ricevuto e pubblichiamo volentieri questi bei versi sulla “nostra montagna”, scritti da

Alessia Torosantucci, solo ieri studentessa del Liceo Scientifico.

MAJELLA       

di Alessia Torosantucci

Rotonda e materna
Bella tra le pleiadi.
Quando il vento dirada le nubi
E il cielo è terso, fai da cornice
allo sguardo di chi osserva dal mare
Terra di briganti
Scenario d’incontri
di sguardi, di valori, di sentimenti
Scrigno di storie, di amori, di fughe, di avventure
Scorci di paesi testimoni del tempo
Terra di vinti e vincitori
Terra di libertà
Sei bella vestita di fiori
Sei bella coperta di foglie
Sei bella bagnata dalla pioggia,
accarezzata dal vento
Sei bella ingiallita dal sole
Sei bella imbiancata dalla neve
Sei bella, Montagna madre.

Premio Raiano 2019. CROCE E LA NATURA MONUMENTO.

Pubblichiamo il testo vincitore del secondo posto al Premio Raiano 2019 intitolato a Benedetto Croce, che nel paesino peligno soggiornò per lunghi periodi della sua vita.

Una interessante riflessione sul rapporto tra il grande filosofo e la terra d’Abruzzo scritto dalle alunne della IV E Erica Gismondi, Alessandra Mergiotti ed Eleonora Troilo.

Una donna di rosso velata che scende frettolosamente il pendio, gli occhi che la inseguono, la cercano, la bramano e dietro, in lontananza, appare la cima innevata che riflette la luce viva del sole e quasi si sostituisce ad essa. La Bella Addormentata si stacca dall’azzurrino del cielo ed è come se guardasse anche lei, curiosa, la figura sfuggente. La vetta candida, il pelo irsuto del cane pastore, la lana soffice, il verde intenso e profumoso del bosco, il profilo lontano del mare, la cima frastagliata.

Che si stia ammirando la “figlia di Iorio”, o che ci si affacci da uno dei tanti belvedere sparsi a macchia di leopardo nella valle del Sangro, l’immagine maestosa di una natura selvaggia travolge il viandante ramingo, e quasi lo “abetira” (istupidisce).

Forse fu questa la ragione che spinse Maia, la più bella delle Pleiadi a portare qui suo figlio ferito, oppure fu questa la ragione per cui Benedetto Croce cercò di innalzare questa terra di pastori e montagne a rango di parco nazionale.

La convinzione che il paesaggio non sia solamente natura ma storia; che in esso si rispecchi una nazione e i suoi ideali, che non si possa rischiare di danneggiarlo in nome del denaro e del profitto, spinsero l’allora Ministro della Pubblica Istruzione a voler vedere promulgata quella che sarà poi la legge 778, la prima vera norma italiana che definisse il paesaggio monumento nazionale, e lo salvaguardasse.

Seguendo l’esempio di Ruskin che “sorse in difesa delle quiete valli dell’Inghilterra, minacciate dal fuoco strepitante delle locomotive”, Croce si eresse a difensore della sua terra natale, lottando affinché i campi inariditi, “come il cranio di uno squallido vegliardo”, fossero tutelati.

Prima del 1922 erano comuni le battute di caccia all’orso, sì come lo sfruttamento dei boschi e del terreno.

Nel Grand Tour l’Abruzzo non era neanche menzionato, e anzi ritenuto una sorta di Britannia ai tempi dei Romani, popolato da briganti e animali feroci, circondato da alte montagne e privo di monumenti storici di vero interesse.

In questo luogo Benedetto Croce nacque e crebbe fino al terremoto che distrusse la sua famiglia. Novello Leopardi, Croce prese a considerare, dopo l’infausto evento, la natura una sorta di matrigna disinteressata, meccanicamente determinata e lontana dalle frustrazioni dell’uomo. Sebbene questa concezione andò mutando nel tempo, l’immagine dell’immensità silenziosa della realtà continuò ad opporsi alla piccolezza rumorosa dell’uomo.

Sulla scorta dei provvedimenti attuati da Theodore Roosvelt, oppure da quelli messi in cantiere da Vienna durante il primo decennio del XX secolo, Croce si adoperò affinché “il dissidio fra i nuovi bisogni del senso estetico più raffinato e del godimento materiale eccitatore di una produzione più intensa” non producessero paesaggi industriali, o propriamente artificiali.

Non stupisce che sia stato un abruzzese uno dei primi ambientalisti del secolo. Questa terra circondata da monti e da sempre semi sconosciuta, conserva ancora qualcosa del rapporto ancestrale che un tempo intercorreva tra l’uomo e la realtà; una sorta di archetipo nella complessità dell’esistenza, un marchio che diventa più appariscente ogni volta che si osserva il profilo formoso della Majella o quello frastagliato del Gransasso.

Questo amore per la semplicità e per la naturale bellezza, questa impronta indelebile che lascia l’esseri nati in questa terra di pecore e pastori, questa visione della natura specchio degli umani eventi, prova lampante della finitudine dell’uomo, modellarono l’anima del filosofo di Pescasseroli, creando un uomo pieno di stupore e meraviglia per tutto ciò che lo circondava. Rifletteva che se ogni quadro, ogni brano musicale è arte, cosa fa in modo che la natura non lo sia? In essa si rispecchia la ciclicità della vita umana, il desiderio frustrato di onnipotenza dell’uomo, la stessa identità di un popolo.

Cosi come si coltiva il microcosmo dell’anima è necessario anche proteggere il macrocosmo specchio di essa, senza farsi fuorviare da falsi dei. Questa convinzione spinse Croce a lottare e a vogare contro una corrente politica che credeva alla proprietà privata in pericolo, affinché oggi anche noi possiamo ammirare, sospirando, la cima innevata del Monte Amaro.