Il coraggio di inseguire i propri diritti: storia di Clizia.

Anti-government protesters attempt to break through the security barrier in the central downtown district of the Lebanese capital Beirut near the parliament headquarters during clashes with security forces on January 18, 2020. (Photo by ANWAR AMRO / AFP) (Photo by ANWAR AMRO/AFP via Getty Images)

Dal Medio Oriente ogni giorno provengono notizie di situazioni geopolitiche di assoluta fragilità, soprattutto in Stati come la Siria, l’Iran, l’Iraq o la Palestina. Ma pochi media raccontano della situazione interna al Libano, anch’essa difficile.
In Libano, la popolazione è divisa tra cristiani maroniti, sunniti e sciiti. Le tre religioni non vivono momenti di fratellanza, tant’è che dal 1947, a seguito di un accordo, si è stabilito che il Presidente della Repubblica sia sempre un cristiano, il Primo Ministro sia sempre un sunnita, mentre il Presidente dell’Assemblea Nazionale sia sempre uno sciita.
Anche a livello politico la situazione è frammentatissima: nessun partito ha raggiunto il 15% dei consensi nelle ultime elezioni e l’instabilità parlamentare permette solo governi precari, stabili e di grandi intese, ultimamente mal voluti dal popolo. A seguito della crisi mondiale del 2008, il Libano non ha dato segnali di ripresa, e dopo un decennio di recessione che ha fatto esplodere il debito pubblico al 151%, il Governo precedente, guidato dal conservatore Saad Hariri, ha attuato una politica di austerità, aumenti delle tasse e tagli alla spesa, soprattutto in settori chiave come istruzione, elettricità e sistemi idrici. Le proteste a Beirut sono iniziate a metà ottobre 2017, a seguito della decisione del Governo di far aumentare del 4% l’IVA e tassare le telefonate social network.
Le proteste hanno portato in piazza migliaia di persone e in molti casi i manifestanti si scontrano con l’esercito, e ciò ha portato alle dimissioni del governo, sostituito da un nuovo gabinetto guidato da Hassan Diab, tramite un accordo parlamentare. L’insediamento, di un paio di settimane fa, del nuovo Governo di stampo nazionalista antisionista, guidato dagli Hezbollah filo-iraniani, non fa che aumentare ancor di più le proteste che stanno mettendo in ginocchio la città di Beirut.
Nel caos generale, c’è chi nel frattempo è tornato nella propria terra di origine in cerca di speranze, lontani dal pericolo e dalla sofferenza.

Valentino Stampone II A

Durante l’ultima riunione di redazione, abbiamo avuto la fortuna di conoscere Clizia, una stupenda ragazza proveniente dal Libano.

Clizia frequenta il primo anno del nostro liceo dal Novembre del 2019, dopo essere arrivata da Beirut insieme alla sorella maggiore e alla madre, originaria di Lanciano. Suo padre è ancora lì, dove continua a lavorare per sostenere la sua famiglia.

Clizia è nata in Francia, poi però da bambina si è trasferita in Libano, dove è cresciuta. Abbiamo avuto modo di porle diverse domande e ci ha sorpreso come riuscisse a parlare molto bene l’Italiano nonostante stia nel nostro paese solo da qualche mese. Ci ha detto però che aveva già avuto modo di venire qui per le vacanze estive.  

Tra le prime curiosità c’è stata quella di scoprire come mai la sua famiglia abbia deciso di venire in Italia. E così ci ha raccontato la situazione drammatica del suo paese. Il Libano, pur essendo una Repubblica, è stato vittima di un governo corrotto che ha portato ad incrementare la più grave crisi economica e politica vissuta dopo la fine della guerra civile trent’anni fa. Clizia ci racconta che il motivo principale che ha spinto lei, la sorella e la madre a tornare in Italia sia stata la chiusura delle scuole, che avrebbe anche impedito lo svolgimento dell’esame di stato alla sorella maggiore. Lì purtroppo, a causa delle innumerevoli insurrezioni e manifestazioni contro il governo, le strade sono state chiuse e il traffico interrotto, la corrente elettrica sospesa per molte ore al giorno, il servizio idrico a tratti assente e le banche chiuse. Le condizioni di vita erano diventate ormai ingestibili e c’erano sempre più feriti e morti per le strade.  

Parlando proprio della scuola, che essendo stata chiusa in Libano, l’aveva condotta qui da noi, ci è sorta subito la curiosità sulle differenze con la scuola italiana: ha affermato che lì, rispetto alle scuole italiane, le materie scientifiche sono molto più valorizzate rispetto a quelle umanistiche e che i professori libanesi sono più severi, questa la prima differenza. L’altra differenza che è emersa sta proprio nel confronto tra noi ragazzi. Infatti, secondo quanto ci ha detto, noi italiani saremmo meno ‘’critici’’ e confusionari a differenza dei suoi ex compagni, che per la loro vivacità rendevano difficile lo svolgimento delle lezioni nonostante si trattasse di una scuola privata, per giunta cattolica.

Abbiamo dunque chiesto come si trovasse con i suoi nuovi compagni di classe e siamo stati contentissimi di sentire che si trova molto bene ed è stata accolta al meglio nonostante sia arrivata con qualche mese di ritardo rispetto all’inizio dell’anno scolastico. Le sue parole ci hanno riempito il cuore. Soprattutto ci ha fatto piacere sentire che, per una volta, si parlasse di vera accoglienza e non di discriminazione. Clizia è stata accolta per quello che è, ossia una ragazza molto intelligente e caparbia che nonostante le difficoltà sta andando avanti, a testa alta.  

La sua storia ci ha fatto ancora una volta capire come spesso noi italiani abbiamo tanto e nonostante questo passiamo troppo tempo a rimuginare su ciò che non abbiamo. Ci ha fatto riflettere sul fatto che nonostante il nostro governo non sia dei migliori, ci permetta comunque di condurre una vita dignitosa. Ci ha fatto capire quanto siamo fortunati ad avere la possibilità di andare a scuola e di tornare a casa senza correre pericoli per le strade. Io stessa, che frequento il quinto anno, ho capito di essere fortunatissima ad avere il diritto di svolgere l’esame di stato, nonostante le mie paure.

Il problema di fondo nella nostra società è proprio l’avere tanto, forse troppo. Ciò non ci spinge ad essere curiosi e desiderosi ma piuttosto ci porta a lamentarci e a soffermarci sempre sulle stesse problematiche. Lei, a differenza della maggior parte di noi, ha avuto il coraggio di inseguire i propri diritti. 

La storia di Clizia, il sacrificio dei suoi genitori, l’amore del padre che continua a lavorare in Libano per la sua famiglia, dovrebbero essere un esempio per tutti. Un esempio per noi che ci ostiniamo a giudicare senza sapere. Un esempio per chi continua ad accusare i migranti senza conoscere le realtà che ci sono in paesi ben più disastrati della nostra Italia. 

Ringraziamo infinitamente Clizia, a nome di tutta la redazione, per la sua splendida testimonianza. 

Mariacristina D’Orisio 1H 

Natalia Brighella 5D 

Il MARE HA SOMMERSO UN SOGNO

IL LIBRO SI INTITOLA “NON DIRMI CHE HAI PAURA”, L’ AUTORE È GIUSEPPE CATOZZELLA; LA CASA EDITRICE L’ “ UNIVERSALE ECONOMICA FELTRINELLI”. PUBBLICATO NEL 2014 , NELLO STESSO ANNO HA VINTO IL PREMIO “STREGA GIOVANI”.
IL ROMANZO NARRA LA STORIA DI UNA RAGAZZINA SOMALA, ABITANTE A MOGADISCIO, CHE HA LA CORSA NEL SANGUE. IL SUO NOME È SAMIA E CORRE INSIEME AL SUO AMICO ALÌ PER LE STRADE STERRATE E POLVEROSE, A PIEDI SCALZI. LA PASSIONE PER LA CORSA UNISCE I DUE RAGAZZI, NONOSTANTE APPARTENGANO A GRUPPI ETNICI DIVERSI, IN CONTINUA LOTTA TRA LORO. ESSI HANNO INFATTI ASSIMILATO L’ EDUCAZIONE DEI GENITORI, BASATA SUL VECCHIO PROVERBIO AFRICANO: “ SIAMO TUTTI FIGLI DELLA STESSA PATRIA”. LE VARIE DIFFICOLTÀ, DOVUTE ALLA GUERRA E AGLI INTEGRALISTI, CHE RECLUTANO I GIOVANI E LI TRASFORMANO, NON IMPEDISCONO A SAMIA DI ALLENARSI E DI COLTIVARE IL SUO SOGNO. PARTECIPA PER LA PRIMA VOLTA ALLE CORSE DI HARGEYSA E VINCE. DA QUEL MOMENTO ENTRA A FAR PARTE DEL COMITATO OLIMPICO SOMALO, CHE LE PERMETTE DI ARRIVARE ALLE OLIMPIADI DI PECHINO. ADESSO LE OLIMPIADI DI LONDRA L’ASPETTANO E NIENTE LE FA PAURA, NEMMENO L’ AVVENTURA DEL DESERTO E, POI, DEL MEDITERRANEO.
LA STORIA DI SAMIA È AVVINCENTE E SPINGE A PENSARE CHE UN SOGNO, ANCHE SE ASSURDO, PUÒ REALIZZARSI, TANTO CHE, DALLE PRIME PAGINE, È PARSO CHE SAMIA DICESSE A NOI RAGAZZI: “ABBIATE UN SOGNO E PERCORRETE TUTTE LE STRADE PER REALIZZARLO”. INFATTI LA GUERRA, LA POVERTÀ, LA VIOLENZA DEGLI INTEGRALISTI E LA MANCANZA DI LUOGHI PER ALLENARSI, NON LE HANNO IMPEDITO DI CORRERE PER SÉ, PER LA SUA FAMIGLIA E ANCHE PER LA SUA TERRA. MA LA TRAGEDIA DI UN POPOLO, DIVENTA TRAGEDIA INDIVIDUALE, QUANDO SI DEVONO PRENDERE DELLE DECISIONI DRASTICHE CHE SPINGONO AD AFFRONTARE DIFFICOLTÀ TROPPO GRANDI PER UN’ ADOLESCENTE. A QUESTO PUNTO, ALLA TRAGEDIA DELLA GUERRA, SI UNISCE IL DRAMMA DEI PROFUGHI, CHE FUGGONO PER LA SALVEZZA. LE IMMAGINI E LE STORIE DI CHI AFFRONTA LE DUNE DEL DESERTO, LA VIOLENZA DEI PREDONI E IL MARE APERTO, DOVREBBERO SPINGERE TUTTI AD ESSERE FRATELLI, PERCHÉ APPARTENENTI AD UNA STESSA UMANITÀ.
TANTI I PROBLEMI EMERSI DAL LIBRO: LA POVERTÀ DI UNA TERRA; L’INTEGRALISMO, CHE RECLUTA I RAGAZZI; LE FAMIGLIE CHE SI SGRETOLANO ALLA RICERCA DI UNA VITA MIGLIORE; LA MIGRAZIONE, CONSEGUENZA DELLA GUERRA; LA VIOLENZA DEI MERCANTI DI ESSERI UMANI; LE CONSEGUENZE DEL COLONIALISMO ITALIANO (GLI OCCHI AZZURRI DI AMHED); IL MANCATO SVILUPPO.

LORENZO ESPOSITO I H

                                                                                                 

Il mare arrossisce tra sangue e vergogna

Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.

Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca,
urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti,
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Puoi dormire tranquillo
E soprattutto sicuro.
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell’umanità perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Dormi tranquillo, certamente
non è il tuo.
(Sergio Guttila)

Razzismo, una parola che mette i brividi.
Questa poesia di Sergio Guttila, ci getta in faccia la realtà. Il nostro è un costante sentirci lontani, non toccati da quello che accade attorno a noi come se non facessimo parte di questo mondo. Siamo convinti che il diverso, “l’altro” non abbia i nostri stessi diritti. Anche nella semplice quotidianità, ci impegniamo a mettere in risalto le differenze che allontanano e dividono, anziché le somiglianze e le affinità e quei tanti aspetti che accomunano ed uniscono. Di razza ne esiste una sola, quella umana. Ma questa per molti è una verità scomoda da accettare. E così il mare arrossisce tra sangue e vergogna. Spesso dimentichiamo di essere tutti parte di una stessa vita. Questa convinzione di superiorità, quell’idea maniacale e spaventosa oltreché delirante e infondata di purezza e perfezione ha portato anni fa come ben sappiamo (o dovremmo necessariamente sapere) a quella che prende il nome di Shoah, macchia indelebile nella storia della Storia. Il momento in cui l’uomo, quasi più macchina che essere pensante, ha probabilmente raggiunto il grado più basso della sua esistenza. É impensabile ascoltare ancor oggi dai vari notiziari che una donna, Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, ai campi di sterminio nazisti, testimonianza vivente di ciò che è stato e non deve più essere, sia ora costretta a girare sotto scorta perché da molti minacciata, insultata e disprezzata. Per loro la senatrice ha compiuto un errore. È sopravvissuta. Questo suo impegno continuo nel fare memoria, dentro e fuori la Camera del Senato, è motivo di fastidio per quei molti che avrebbero preferito che le cose andassero diversamente. Questo è il segno che purtroppo é ancora presente nel mondo un forte odio, un odio che fa paura, spaventa, terrorizza. Un odio accresciuto da un sempre più forte indifferentismo, un disinteresse angosciante che oggi più che mai trova consensi e terreni fertili in cui radicarsi.

Cristian Torosantucci 3°G