A testa alta

  

Il 16 gennaio scorso ho avuto il grande onore e l’immenso piacere, come redattore del Cannocchiale , di conoscere Federica Angeli, nota giornalista di Repubblica, impegnata da anni nella denuncia e nella lotta contro la mafia, e autrice, tra gli altri, del libro “Il gioco di Lollo”, nel quale racconta la sua vicenda dal punto di vista del figlio maggiore Lorenzo.
Tra le tante domande, postele dagli studenti delle scuole lancianesi durante un serrato e coinvolgente dibattito, anche la mia:
“Come pensa si possa organizzare un lavoro di squadra tra scuola e famiglia per educare i giovani alla legalità?”
“Penso che siamo noi adulti – ha risposto – a dover spianare la strada, nulla toglie però che possa venire anche da voi un’idea, o un buon consiglio. Le persone dovrebbero cogliere questa domanda che tu rivolgi a me, come un invito palese ed evidente a fare qualcosa. Quindi io, che sono una persona pratica, comincerei dall’organizzare un’assemblea, parlarne con gli altri studenti, coinvolgere i genitori e gli insegnanti e farli convergere verso lo stesso obiettivo.

Quali aspettative potresti avere tu, ragazzo, da questo incontro? Potrebbe essere messo in un’agenda di legalità? Ti ha dato e ti ha lasciato dei messaggi positivi? Sì? Allora, per la prossima volta, metti all’ordine del giorno: invitare Federica Angeli. Poi leggi e informati molto; ovviamente gli strumenti che hanno gli adulti, quindi i genitori e gli insegnanti, sono quelli per farti capire quali letture affrontare, quali persone invitare, quale percorso fare, che può essere anche un percorso che parta dal cinema. È uscito ad esempio un film sulla mia storia; la prossima volta che torno a Lanciano e ci vediamo, genitori, insegnanti e ragazzi, potremmo vedere insieme il film invece di parlare del libro. Tutto però nasce e si sviluppa dal dialogo; là dove c’è chiusura non si arriva a niente, là dove c’è dialogo c’è creazione di una comunità e quindi ribaltamento delle regole, perché io spero che tu abbia capito che è possibile ribaltare le regole. Ne sei persuaso? E allora “dajje!!!.”

Riflettendo su quanto ascoltato dalla viva voce della giornalista, che dal 2013 vive sotto scorta per aver denunciato le attività malavitose della mafia ostiense, abbiamo compreso che viviamo in un mondo in cui ci viene chiesto di stare zitti e di far finta di nulla, di mettere le mani sugli occhi ed evitare di far casini, “che di casini ce ne son fin troppi”. Ci vogliono complici, ma chi tace e omette è colpevole tanto quanto chi agisce e spezza vite, senza un minimo di coscienza, senza un’anima. Sta a noi scegliere, se nasconderci dietro un dito facendo finta che non stia accadendo nulla, o avere la forza, come pochi, di denunciare e quindi combattere. Spesso crediamo che lotte di quartiere, lotte tra famiglie, attività malavitose, sparatorie continue che spesso puniscono innocenti, vittime per caso, uomini, donne, bambini nel posto sbagliato al momento sbagliato, siano cose che non ci riguardano semplicemente perché magari le sentiamo lontane, incapaci di toccarci da vicino. É qui l’errore: il pensare solo a noi stessi. Quando Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato… decisero di parlare, di denunciare, di far sentire la propria voce, il proprio disappunto, sapevano benissimo che nel momento esatto in cui i loro sguardi avrebbero incrociato quelli sbagliati la loro vita sarebbe cambiata. Erano fantasmi che vivevano in un limbo eterno, nelle mani dei loro nemici. Quando ci si batte per qualcosa di così importante come la lotta alla mafia, alla criminalità, con la volontà di permettere ai propri figli e ai figli degli altri di vivere in un mondo in cui per sporgersi da un balcone non occorre avere una scorta, non occorre vivere ogni giorno letteralmente come se fosse l’ultimo, con la paura e l’angoscia di chi sa di essere controllato, ci si dimentica un po’ di sé. Si pensa al bene comune, a ciò che è giusto e non a ciò che conviene.

Una lezione insomma di enorme coraggio e profondo amore della giustizia.

Cristian Torosantucci III G

La mafia uccide, il silenzio pure

Peppino Impastato

Ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, l’Associazione Libera fondata da don Luigi Ciotti celebra la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Anche “Il Cannocchiale” partecipa a quest’importante evento pubblicando due scritti: il primo dedicato ad Angelo Vassallo (di Luca D’Orfeo, Chiara Finizio e Nicole Lorefice, 5H) ed il secondo a Renata Fonte (di Diana Cupido, 4C).
La narrazione è in prima persona, senza fronzoli, senza inutili retoriche, così come piace a noi della redazione e così come, ne siamo certi, sarebbe piaciuta ad Angelo Vassallo e a Renata Fonte.

Angelo Vassallo, il sindaco “pescatore”
(22 settembre 1953 – 5 settembre 2010)

Il mio nome è Angelo Vassallo, sono stato il sindaco di Pollica per tre mandati durante i quali mi sono impegnato nella salvaguardia del mio amato mare, cosa che mi è valsa il soprannome di “sindaco pescatore”. Gli ultimi otto anni sono stati diversi da come li avrei immaginati, mi manca potermi occupare del mio territorio e parlare con mia moglie e i miei figli, ma non rinnego assolutamente nulla e non ho nessun rimpianto. Passeggio nei vicoli del paese e vedo intorno a me volti conosciuti: come ogni mattina saluto la signora Caterina, anche se lei non può sentirmi; è indaffarata come al solito, piena di energie, anche se i segni dell’età iniziano a farsi vedere sul suo volto. Le rivolgo un ultimo sorriso e scendo verso il mio bel porto, che mi rifiuto di abbandonare perché è stato il frutto di una lunga lotta ed è costato denaro e fatica a me e agli altri miei compaesani. Giunto sul molo vedo il mio caro amico Ciro che se ne sta seduto sul bordo del suo peschereccio ormeggiato e scruta il mare che è sempre stato una fonte di fascino, mistero e meraviglia per noi due; mi siedo accanto a lui e penso a quando partivamo da qui, a notte inoltrata, per andare a pescare e alle luci dell’alba che ci accoglievano al ritorno e illuminavano il paese che ancora dormiva. Di solito mi lamentavo con lui dell’inquinamento delle acque del porto, degli accumuli di rifiuti abbandonati sulle spiagge, degli abusi edilizi e della condizione di abbandono in cui versava la mia terra. Questo sentimento di profondo dispiacere e delusione tuttavia non ha mai contrastato con la mia voglia di agire per migliorare la situazione
Nel mio piccolo infatti ho sempre tentato di lottare per ciò in cui credevo, nonostante molti mi accusassero di parlare troppo. Anche coloro che mi erano più vicini
Io credo però che sia proprio l’omertà il problema più triste ed evidente di questi luoghi a me così cari.
Il silenzio è il più grande nemico della verità e il miglior alleato della mafia.
Non mi pentirò mai di essermi impegnato per cambiare le cose. Le numerose minacce ricevute invece di spaventarmi mi spingevano ad andare avanti, ad essere di esempio per i miei figli, per i miei concittadini e per chiunque sia bloccato dalla paura di ritorsioni. Ma ecco che Ciro si alza e mette in moto la barca: riprendo coscienza di ciò che mi circonda. Vado a sedermi a poppa e osservo il porto allontanarsi. Da qui vedo i pescatori indaffarati che si preparano per andare a riprendere le reti. Penso che nonostante tutto il mio sacrificio sia servito a qualcosa: hanno fermato la mia vita, è vero, non hanno di certo fermato le idee di giustizia e di legalità, di rispetto e di amore, alle quali ho dedicato tutto me stesso.

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

Luca D’Orfeo, Chiara Finizio, Nicole Lorefice (5H)

Il valore di una vita: Renata Fonte
(10 marzo 1951 – 31 marzo 1984)

Gioia, speranza, carità, coraggio, caparbietà, è tutto quello a cui mi sono sempre ispirata. Mi chiamo Renata Fonte, sono nata il 10 marzo del 1951 a Nardò, in provincia di Lecce. Sono cresciuta tra la Puglia e l’Abruzzo. Mio marito si chiama Attilio e lavora in aereonautica. Grazie a lui mi sono ritrovata per amore, a vivere in diverse città italiane per seguire i suoi incarichi. Ho due figlie: Sabrina e Viviana. Costituiscono la mia gioia più grande. Mi piace cucinare. Nonostante i tantissimi impegni riesco ad invitare amici a casa preparando loro cene che mi raccontano essere deliziose (non sono così orgogliosa, ma a forza di tutti questi complimenti mi sto un po’ montando la testa). Cerco di accoglierli sempre con il sorriso e con dei fiori freschi sulla tavola. La cucina non è la mia unica passione, adoro scrivere racconti, poesie e mi diletto anche nell’arte della pittura. Mi ritengo una donna con dei saldi valori ed ho sempre provato a trasmettere questi ultimi alle mie figlie. Il mio ideale più grande è la natura, in tutti gli aspetti (trasparenza, purezza, bellezza).

“Un uomo non è degno di vivere se non crede in qualcosa per cui è disposto a morire”.

Aforisma di Martin Luther King a cui ho sempre fatto riferimento e a cui mi sono sempre ispirata. Amo profondamente la mia terra, il Salento, e per questa mi sono battuta. Superato il concorso per l’insegnamento, mi sono dedicata alla scrittura e allo studio delle lingue straniere. Nel 1980 mi sono trasferita definitivamente con la mia famiglia a Nardò dove ho iniziato ad insegnare nella locale scuola elementare e contemporaneamente a frequentare la facoltà di lingue all’Università di Lecce. Sono anche gli anni della militanza politica a favore della comunità di Nardò tra le fila del Partito Repubblicano Italiano, influenzata da mio zio, Pantaleo Inguisci, grande avvocato, storico locale ed antifascista. Ho costituito il comitato per la tutela di Porto Selvaggio per salvarlo dalla speculazione edilizia, riuscendo nell’impresa di far approvare dalla Regione Puglia una legge che di fatto istituiva un parco protetto. Sono diventata responsabile per la Provincia del settore cultura, consigliera e assessore di Nardò. Era viva in me l’idea della Caritas, vivevo la politica al servizio degli altri. Avevo 33 anni quando ho iniziato a scoprire illeciti ambientali e oscure speculazioni edilizie a Porto Selvaggio, tanto da ricevere minacce di morte. Nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile del 1984, a pochi passi dalla mia abitazione, tre colpi di arma da fuoco hanno trafitto il mio corpo. La mafia aveva agito, era riuscita a porre fine alla mia esistenza terrena, ma non alle mie idee, ai miei ideali, a tutto ciò in nome del quale avevo fino ad allora vissuto. Dico a tutti voi di non voltare la testa dall’altra parte di fronte alle ingiustizie, di fronte alle difficoltà. Io non l’ho fatto, non mi sono mai girata dall’altra parte. Questa è l’eredità più grande che vi lascio.
In fondo, qual è stata la mia colpa? Che reato ho commesso da essere così malvagiamente punita? Forse quello di essere una donna onesta ed integra, che tutela la natura ed il territorio. Per questi motivi ricordatevi di me e fatemi vivere non solo nelle parole, ma nel mare cristallino, nelle sorgenti tonificanti, nel verde dei boschi, nell’orizzonte dove cielo e mare si confondono, perché è proprio lì che risiede la mia essenza.

Diana Cupido (4C)