JACQUELINE

Durante l’ultima assemblea d’istituto, quindici ragazzi hanno ricordato e narrato il massacro di Bullenhuser Damm (20 aprile 1945).
Venti bambini, 10 maschi e 10 femmine, assassinati dalla furia delle SS nella scuola di Bullenhuser Damm (Amburgo)dopo essere state cavie umane per gli esperimenti folli voluti da Kurt Heyssmerier, uno “medico” tedesco che sperava in questo modo di ottenere una cattedra universitaria.
Tra i bambini c’era Jacqueline. La sua storia è stata narrata da Roberta Casalanguida (5C) che l’ha poi personalmente rivisitata. Noi la pubblichiamo su “Il Cannocchiale”, perché crediamo nei valori della narrazione e della memoria.

1928.

Dalla Bessarabia rumena, Karl e Leopold Morgenstein arrivano a Parigi, giovani e già provati dalle violente ondate antiguidaiche.

Parigi, 1939.

Karl, o meglio Charles (aveva cambiato il nome per sentirsi francese, per sentirsi a casa), e suo fratello Leopold gestiscono un salone di parrucchieri, vivono tranquilli, sereni, ignari di ciò che stava per accadere.
Leopold è già innamorato di sua moglie Dorothea.
Charles, si innamorerà di una donna francese, Suzanne, con cui, il 26 maggio 1932 condivide la gioia per la nascita della loro primogenita, Jacqueline.
Così piccola e così preziosa, i suoi occhi chiari incantavano la vita. I suoi riccioli brillavano al sole, non si poteva non amarli.

1940, i tedeschi, vincitori, entrano a Parigi.

1943, luglio, i fratelli Morgenstein cedono “per loro spontanea volontà” la loro attività ad un uomo francese, un ariano.

1943, settembre, Charles, Suzanne e Jacqueline riescono a raggiungere Marsiglia.

Comincia l’incubo.
A Marsiglia vengono catturati, portati al campo di Drancy: in realtà, “un soggiorno” di appena pochi mesi, il 20 maggio 1944 saliranno sul convoglio 74, diretto ad Auschwitz.
564 uomini, 630 donne, 191 bambini. Tutte vite incrociate, intrecciate, unite, legate indissolubilmente dalla paura, dalla speranza, dalla morte.
All’arrivo al campo, la famiglia viene divisa, Charles da un lato, Suzanne e Jacqueline dall’altro. Un ultimo sguardo. Una lacrima.
Suzanne cerca di far sopravvivere Jacqueline come poteva, donandole la sua misera razione di cibo. Così facendo, l’avrebbe lasciata sola prima del dovuto.
Suzanne, viene selezionata per le camere a gas.
Un abbraccio, un ultimo sguardo, una lacrima.
Charles sopravviverà ad Auschwitz, giungerà a Dachau e ringrazierà Iddio per avergli concesso almeno per qualche ora ancora il sapore della libertà sulla secca bocca, si butterà sulle sue ginocchia scheletriche, deboli, e ringrazierà gli alleati, gli americani.
Morirà il 23 maggio del 1945: la furia nazista lo aveva comunque ucciso.
Quei dolci occhi chiari, Jacqueline, senza una mamma, senza un angelo custode, viene selezionata per il progresso, mandata al Block 11, la baracca dei bambini.

I suoi riccioli, di colpo, non brillarono più.

Storpelsteine: intervento di Giulia D’Amico.

Si è da pochi giorni concluso il progetto sugli Stolpersteine (pietre d’inciampo) coordinato dal prof. Luciano Biondi che ha visto la partecipazione di 25 studenti del liceo scientifico e di altrettanti alunni delle scuole medie di Castel Frentano. Abbiamo già pubblicato qualche tempo fa la locandina che annunciava la manifestazione finale.

Quello che segue è l’intervento di Giulia D’Amico (5C) il 7 gennaio scorso tenuto in occasione della posa in opera di cinque pietre d’inciampo a Castel Frentano.

Gli Stolpersteine, in italiano definiti come Pietre d’inciampo, nascono da un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig volta a  depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. Si tratta di un semplice sampietrino il quale reca incisi sulla superficie superiore, rivestita di ottone, nome e cognome, data di nascita, data e luogo di deportazione nonché data di morte del deportato. Queste sorgono nei pressi dell’abitazione dei deportati, dai luoghi da cui sono stati strappati ai loro affetti e alle loro occupazioni, per essere uccisi senza nemmeno esser degni di sepoltura.

Gunter Demnig prepara ogni singolo Stolperstein e lo interra personalmente, pienamente consapevole della responsabilità che porta. Così dice: “Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo. Si parla di bambini, di uomini, di donne che erano vicini di casa, compagni di scuola, amici e colleghi. E ogni nome evoca per me un’immagine. Vado nel luogo, nella strada, davanti alla casa dove la persona viveva. L’installazione di ogni Stolperstein è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno.”

Il verbo stolpern della parola Stolperstein presenta nella sua forma attiva il significato di attivare la memoria, mentre significa inciampare nella forma passiva. Tutte e due queste valenze si riflettono pienamente nel nome stesso del progetto. Le Pietre d’inciampo sono poste là dove ebbe inizio la deportazione per tante categorie di perseguitati e, proponendo un concreto intreccio fra memoria e storia, indicano delle vere e proprie “ferite della città” che rinviano a loro volta a una dimensione più ampia, di ambito europeo, riguardante l’articolato quadro della repressione e delle vittime del nazismo.

Pensati nel 1993, due anni dopo furono installati per la prima volta senza autorizzazione nella città di Colonia; oggi gli Stolpersteine sono diffusi in centinaia città europee e in diciassette Stati, tra cui l’Italia, e ciascuno di essi, in modo transnazionale, partecipa alla costruzione di questo monumento diffuso, mosaico di memorie europee.

Oggi anche Castel Frentano entra a far parte di questo “mosaico” di memorie, divenendo la città con più pietre d’inciampo d’Abruzzo, ridonando la vita a due famiglie, a cinque persone, le cui storie si sono intrecciate proprio qui in questo luogo. Parliamo della famiglia Nagler e della famiglia Fuerst, entrambe provenienti da Trieste e i loro destini assunsero lo stesso colore a partire da questo piccolo paese.

La famiglia Nagler era composta da Salo, Adele e Giacomo, il loro unico figlio. Salo Nagler, ebreo, nacque a Sloboda, nell’attuale Ucraina, il 23 marzo 1886.  Adele Fitzer, sua moglie, a Stanislawow in Polonia, il 19 ottobre 1888. Il 19 luglio 1913 venne al mondo il piccolo Giacomo, sempre a Stanislawow, in Polonia. Nel maggio 1920 Salo si trasferì insieme alla sua famiglia a Trieste ed intraprese la carriera di commerciante avviando un negozio di ferramenta. Salo, Adele e Giacomo sarebbero dovuti partire per l’America nel luglio del 1940. I documenti erano pronti, tutto era pronto per raggiungere il fratello di Salo, Emanuele, che viveva a New York. Le cose però non andarono come sarebbero dovute andare. L’Italia entrerà il guerra il 10 giugno di quell’anno e la sorte della famiglia Nagler ne sarà irrimediabilmente segnata. Un mese dopo lo scoppio della guerra Salo fu arrestato e poi internato nel campo di concentramento di Casoli. I primi giorni dell’aprile del 1941 venne trasferito a Lanciano. Il 7 giugno di quello stesso anno arrivò nel campo di internamento di Castel Frentano, insieme alla moglie Adele. Il figlio Giacomo fu arrestato e poi internato nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia il 29 luglio 1940. Il 14 settembre fu trasferito nel campo di Casoli. Il 6 dicembre giunse nel campo di internamento di Castel Frentano, dove erano già i suoi genitori.

Per quanto riguarda la famiglia Fuerst sappiamo che era composta unicamente da moglie e marito, i quali nomi erano Betty ed Arturo. Arturo Fuerst, ebreo, nacque a Danzica, in Polonia, il 6 gennaio 1886. Betty Abrahamson, ebrea, nacque a Karthaus, in Germania, il 16 aprile 1892. Nel novembre del 1939 si trasferirono insieme a Trieste, città in cui Arturo intraprese anch’egli, come Salo Nagler, la carriera di commerciante. Arturo venne arrestato e poi internato nel campo di concentramento di  Casoli,  il 10 luglio 1940. Il 23 novembre fu trasferito a San Vito Chietino, dove venne raggiunto dalla moglie il 16 maggio 1941. Il 25 maggio 1941 si stabilirono nel campo di internamento di Castel Frentano.

Di queste due famiglie abbiamo pochissime notizie, ma è la più importante a non essere stata persa, la notizia che ci permette di ricucire la trama intrecciata delle loro storie, la notizia che ci permette di essere qui oggi a fare memoria di loro, qui in questo preciso luogo.

Salo, Adele, Giacomo, Arturo e Betty, dopo essere stati arrestati i primi di novembre del 1943 da Castel Frentano vennero trasferiti nel carcere di San Vittore a Milano, e poi caricati sul convoglio n.6  (binario 21) che li portò, il 6 febbraio 1944 nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Si tratta dello stesso convoglio che ospitò la famiglia Grauer, composta da Samuel, Rosa e i loro figlioli Tito e Marco, i cui nomi sono incisi sulle pietre d’inciampo posizionate a Lanciano lo scorso 16 gennaio 2019.

Vite che camminano all’unisono e che si fanno portatrici del vissuto di tante altre famiglie, che come loro hanno patito la “pena” di esser nati ebrei in un mondo che concepisce l’altro come diverso e non come fratello, amico o simile.  Anche oggi risentiamo di questa tendenza, in un momento storico in cui l’accoglienza, il confronto e l’uguaglianza dovrebbero essere valori ben radicati, visti gli errori commessi nel passato.

“ E voi, imparate che occorre vedere
e non guardare in aria; occorre agire
e non parlare. Questo mostro stava,
una volta, per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora non
cantiamo vittoria troppo presto:
il grembo da cui nacque è ancor fecondo.”
(Bertold Brecht)

Desidero lasciarvi con questa frase, la quale dovrebbe costituire per molti uno spunto di riflessione nei confronti di ciò che è accaduto e di ciò che sta accadendo oggi. Mi piacerebbe porre l’accento sul valore della memoria, memoria come arma contro l’oblio. Fare memoria è importante per non commettere gli stessi errori, per attualizzare il passato e trarne insegnamento, per costruire un mondo migliore, un mondo diverso. Spetta a noi giovani specchiarci sulle lamine d’oro di queste pietre d’inciampo, coglierne il senso più profondo e farci portatori di questo messaggio affinché l’uomo non si macchi più di simili orrori.

Il mare arrossisce tra sangue e vergogna

Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.

Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca,
urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti,
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Puoi dormire tranquillo
E soprattutto sicuro.
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell’umanità perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Dormi tranquillo, certamente
non è il tuo.
(Sergio Guttila)

Razzismo, una parola che mette i brividi.
Questa poesia di Sergio Guttila, ci getta in faccia la realtà. Il nostro è un costante sentirci lontani, non toccati da quello che accade attorno a noi come se non facessimo parte di questo mondo. Siamo convinti che il diverso, “l’altro” non abbia i nostri stessi diritti. Anche nella semplice quotidianità, ci impegniamo a mettere in risalto le differenze che allontanano e dividono, anziché le somiglianze e le affinità e quei tanti aspetti che accomunano ed uniscono. Di razza ne esiste una sola, quella umana. Ma questa per molti è una verità scomoda da accettare. E così il mare arrossisce tra sangue e vergogna. Spesso dimentichiamo di essere tutti parte di una stessa vita. Questa convinzione di superiorità, quell’idea maniacale e spaventosa oltreché delirante e infondata di purezza e perfezione ha portato anni fa come ben sappiamo (o dovremmo necessariamente sapere) a quella che prende il nome di Shoah, macchia indelebile nella storia della Storia. Il momento in cui l’uomo, quasi più macchina che essere pensante, ha probabilmente raggiunto il grado più basso della sua esistenza. É impensabile ascoltare ancor oggi dai vari notiziari che una donna, Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, ai campi di sterminio nazisti, testimonianza vivente di ciò che è stato e non deve più essere, sia ora costretta a girare sotto scorta perché da molti minacciata, insultata e disprezzata. Per loro la senatrice ha compiuto un errore. È sopravvissuta. Questo suo impegno continuo nel fare memoria, dentro e fuori la Camera del Senato, è motivo di fastidio per quei molti che avrebbero preferito che le cose andassero diversamente. Questo è il segno che purtroppo é ancora presente nel mondo un forte odio, un odio che fa paura, spaventa, terrorizza. Un odio accresciuto da un sempre più forte indifferentismo, un disinteresse angosciante che oggi più che mai trova consensi e terreni fertili in cui radicarsi.

Cristian Torosantucci 3°G

Segre. Come il fiume

Il 28 gennaio alla Sala Mazzini oltre 200 studenti del Liceo hanno assistito alla rappresentazione teatrale “Segre. Come il fiume”, del Teatro del Krak per la regia di Antonio Tucci.

Di seguito pubblichiamo tre articoli, il primo di Desara Haliti della 4F, il secondo di Alessia Torosantucci della 5H e il terzo di Elena Tupone della 4C.

L’attrice scrive su una lavagna il cognome di Liliana: Segre. E da lì traccia una linea curva, a fianco alla quale scrive il nome del padre, a cui la protagonista era molto legata
Tutto inizia quando Liliana ha otto anni.  A tavola le viene detto dal papà che era stata espulsa da scuola a causa delle leggi razziali fasciste. Solo allora Liliana si rese conto di essere ebrea, si accorse di una parte di sé, che in un’intervista chiama “quell’altra parte”, che tutt’oggi continua ad esistere. Inizialmente non riesce a comprendere a pieno la causa della sua espulsione, perché per ricevere una punizione del genere, doveva aver compiuto qualcosa di molto grave.
Assieme al padre e due cugini, prova a fuggire in Svizzera. I quattro però non riescono a raggiungere la libertà poiché vengono arrestati dalle guardie svizzere. Liliana dice di ricordare il momento in cui, mettendosi in ginocchio e abbracciando le gambe di una delle guardie, l’aveva scongiurata inutilmente di lasciarla libera. E’ proprio per questo motivo che sulla lavagna vengono scritti i nomi di tutte le persone che hanno fatto parte della vita di Liliana, tranne il nome di quella guardia, perché Liliana tutti ha perdonato, tranne quella guardia.
Viene trasferita, insieme al papà,  nel carcere di Milano.
Nel 1944 inizia il suo viaggio dal Binario 21 verso il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, un viaggio che durò sette giorni. Quando scese dal treno fu l’ultima volta che vide suo padre.
Superata la selezione le viene tatuato il numero di matricola 75190 sull’avambraccio, che fece diventare Liliana solo un numero, una persona senza identità.
Liliana è liberata il primo maggio del 1945, ma si sentirà veramente libera solo nel momento in cui riuscirà a perdonare chi le ha fatto tutto questo.
Dopo la liberazione andò a vivere assieme ai suoi nonni materni e dovette affrontare il  “ritorno alla vita”. Tutto questo non fu facile per lei, perché nessuno voleva ricordare gli anni passati, nessuno voleva ascoltare e sapere. Nessuno voleva credere.
Liliana dovette seppellire tutte le emozioni che aveva provato dentro di sé.
Nel 1948 conosce Alfredo Belli Paci, anch’egli reduce dei campi di concentramento nazisti. I due si sposano ed hanno tre figli: Alberto, il quale porta il nome del nonno, Luciano e Federica. Alfredo è la prima persona con cui Liliana sia riuscita a parlare, perché  l’unico in grado di comprendere le emozioni che Liliana aveva provato e l’unico che invece di compatirla, invece di provare pietà per lei, la incoraggiava a parlare, a raccontare.Lo spettacolo teatrale si chiude con la liberazione di Liliana da parte dei soldati dell’Armata Rossa. Sulla lavagna il disegno del campo in cui Liliana era stata prigioniera. Quel campo nel quale ha lasciato per sempre una parte di sé. (Desara Haliti)

Da tempo ormai conosco la storia della signora Liliana Segre, ma in una maniera così originale, sinceramente, non mi era mai stata presentata. Nasce tutto da una lavagna vuota, pulita, sulla quale viene scritta una parola, “Segre”, il nome appunto della senatrice, e da lì poi, come un fiume, si dispiega l’intera narrazione. Pian piano, lettera dopo lettera, parola dopo parola, la lavagna si riempie di nomi, di immagini. Papà Alberto e mamma Lucia, nonna Bianca e nonno Giuseppe, nonna Olga e Nonno Alfredo. Tutti lì insieme come erano prima che tutto accadesse, prima che ogni cosa cambiasse. Una polverosa linea di gesso che attraversa la storia e ci fa percorrere in poco  tempo un’intera vita. Si parla di amore, di matrimonio, di figli, di fughe e di amicizie, ma anche di odio, di morte e di sconforto. Non mancano coraggio, forza e speranza. Il tutto si conclude con un grande disegno, strano, apparentemente vuoto. É il campo di Auschwitz. La sua sagoma si intreccia con i nomi, li segna, irrimediabilmente. Il suo disegno arriva ad occupare l’intera lavagna. Si spengono le luci, alcune note di musica classica, leggera, a tratti malinconica, accompagnano gli applausi. (Alessia Torosantucci)

Una lavagna, un gessetto, uno sgabello e una donna. Poche e semplici cose per narrare una storia di silenzi, di grida, di dolore, di morte ma anche di perdono e di rinascita. In un racconto fatto di frammenti di memoria, è andata in scena la vita e la storia di Liliana Segre.
Liliana ricevette il suo primo schiaffo dall’indifferenza nel 1943, quando tentò la fuga in Svizzera accompagnata dalla sua famiglia, per evitare la deportazione; ed è proprio qui che un funzionario locale negò ai fuggitivi il sapore della libertà. Liliana dice: “… e quando pensavamo di avercela fatta un funzionario svizzero-tedesco, di cui mai ho voluto conoscere il nome, con totale assenza di umanità e sguardo colmo di disprezzo ci respinse”. Liliana aveva  soltanto 13 anni.
Quando l’Armata Rossa, quel primo maggio del 1945, entrò nel campo di Malchow, Liliana riuscì finalmente a vedere uno spiraglio di luce, a riassaporare il gusto della libertà. Le SS  abbandonavano in gran fretta le loro divise e vestivano abiti civili. Fu così anche per il comandante del campo che buttò ai piedi di Liliana persino la sua pistola. Lei per un solo e brevissimo istante pensò di vendicare tutto il male subito, tutta la sofferenza vissuta, tutte quelle morti ingiustificate ed ingiustificabili. Ma cosa avrebbe significato uccidere un uomo?
Liliana aveva scelto la vita e quando si fa questa scelta non si può togliere la vita a nessuno. Lei aveva scelto di “essere umana”, aveva scelto di differenziarsi dai suoi aguzzini. Solo allora Liliana si sentì libera, aveva ri-conquistato la libertà, quella stessa che l’avrebbe portata ad essere testimone degli orrori dello sterminio e memoria vivente di ciò che è stato. (Elena Tupone)

La famiglia Grauer e le pietre d’inciampo

Intervento di Alessia Torosantucci (classe 5-H) durante la manifestazione svoltasi a Lanciano il 16 gennaio 2019

Gunter Demnig mentre installa le 4 pietre d’inciampo oggi presenti a Lanciano

Gli Stolpersteine sono le pietre d’inciampo trasformate in un progetto artistico dall’artista tedesco Gunter Demnig. Gunter prepara ogni singolo Stolperstein e lo interra personalmente, pienamente consapevole della responsabilità che porta. “Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo” dice Gunter. L’installazione di ogni Stolperstein è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno.” Pensate nel 1993 dall’artista tedesco, due anni dopo furono installati per la prima volta senza autorizzazione nella città di Colonia. Oggi gli Stolpersteine sono diffusi in centinaia di città europee e in diciassette Stati, tra cui l’Italia. Il suo progetto “Memorie d’inciampo” è di una semplicità ma genialità sorprendente: un semplice sampietrino reca incisi sulla superficie superiore, rivestita di ottone, nome e cognome, data di nascita, data e luogo di deportazione nonché data di morte del deportato. Queste sorgono nei pressi dell’abitazione dei deportati, dai luoghi da cui sono stati strappati ai loro affetti e alle loro occupazioni, per essere uccisi senza essere nemmeno degni di sepoltura. Grazie alle pietre d’inciampo tornano ora nelle loro case per essere ricordati dai parenti e dai tanti cittadini che ogni giorno vi transitano davanti. Questa è la volta della famiglia Grauer e in particolare del piccolo Tito nato qui a Lanciano. È questo il motivo per cui oggi siamo qui. Era il freddo novembre del 1939 quando Samuel Grauer era giunto da Danzica in Italia insieme a sua moglie Rosa Jordan, fermandosi a vivere a Trieste. È qui, che il 6 febbraio 1940 nasce Marco, il loro primo figlio. Le loro condizioni non erano delle migliori. Stando a quelle poche informazioni che le fonti riportano, tra cui quelle del libro di Gianni Orecchioni, ‘’I sassi e le ombre’’ , sappiamo che la famiglia Grauer proveniva da una Polonia appena invasa dalle truppe tedesche e che la loro, fu una fuga precipitosa e disperata. Come se non bastasse, Rosa, la moglie di Samuel, appena dopo il parto iniziò a soffrire di disturbi cardiaci che, costringendola ad un lungo periodo di riposo, fecero ricadere su Samuel, allora semplice falegname, tutta la responsabilità di far fronte alle necessità di casa nonché alla cura del figlio. Nel frattempo, anche l’Italia che fino ad allora era rimasta neutrale entrava in guerra e procedeva all’internamento degli ebrei che vivevano nel suo territorio. 11 luglio 1940, Samuel Grauer e molti altri triestini vengono arrestati e trasferiti nel campo di concentramento di Casoli. A settembre verranno poi assegnati al comune di Orsogna. Qui, raggiunto dai suoi cari nel mese di novembre, come riporta Gianni Orecchioni all’interno del suo libro, Samuel fa richiesta per ottenere un sussidio speciale per sua moglie viste le sue condizioni. A nulla servirono le sue lettere. Ma il tempo passa. Rosa aspetta un altro bambino. E così, il 4 febbraio 1942, nell’ Ospedale Civile di Lanciano, nasce Tito. La gioia di questa nascita però viene ben presto sopraffatta dall’aggravarsi delle condizioni della famiglia che di li a poco viene trasferita nel campo di internamento di Castel Frentano. Ma il loro viaggio non termina qui. Dopo l’8 settembre 1943, quando i tedeschi occupano i territori a nord della linea Gustav, molte famiglie ebree furono arrestate. Il 30 ottobre fu il turno della famiglia Grauer. Papà Samuel, mamma Rosa e i piccoli Tito e Marco furono trasferiti a Chieti e poi  all’Aquila. Insieme con gli altri internati abruzzesi furono condotti nel campo di Bagno a Ripoli a Firenze per poi arrivare nel carcere di Milano dal quale, il 30 gennaio 1944, partirono per Auschwitz dove sarebbero arrivati il 6 febbraio. Il loro era il Convoglio n°6 partito dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, lo stesso che condivisero con altri 605 ebrei di cui solo 22 fecero ritorno. Tra questi ricordiamo Liliana Segre, oggi senatrice a vita, che da anni si batte contro l’indifferenza di molti riponendo la sua fiducia in noi giovani. È questo il viaggio di donne e uomini, giovani e anziani, ma soprattutto bambini. Bambini come Tito e Marco ai quali è stata negata l’infanzia. Un’infanzia felice e spensierata stroncata sul nascere dal terribile ed ingiustificato odio razzista verso chi ha, come unica colpa, ponendo la parola tra infinite virgolette, quella di essere nato ebreo. Il viaggio dura pochi giorni, giorni che sembrano anni. Un viaggio che sconvolge, che porta a  crescere prima del tempo. Tito compie due anni sul “vagone della morte”. Marco ne compie quattro il giorno dell’arrivo ad Auschwitz. Tutto appare diverso, grande, smisurato agli occhi di Tito e Marco. I due fratellini vengono separati dai genitori dei quali non si saprà più nulla.
Ma questo non ferma il loro amore. Insieme mano nella mano solcano quella coltre grigiastra di nuvole basse e fumo che nasconde i cancelli di Auschwitz e che li separa dalla morte. Tutto è nascosto, ma è lì. “Tito e Marco non si dividono, si guardano, sorridono. Si stringono forte la mano. Sognano insieme. Per sempre. É il 6 febbraio del 1944.”

Gunter Demnig

Elisa Springer, una delle sopravvissute alla Shoah ci dice:

«Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità».

William Benjamin, un altro dei sopravvissuti ci dice:

«È più difficile onorare la memoria dei senza nome che non quella di chi è conosciuto. Alla memoria dei senza nome è consacrata la costruzione storica».

Spetta a noi far sì che la nostra sia una memoria fertile, capace di costruire, non di distruggere. Una memoria capace di ricordare, non di dimenticare. Ricordare è importante. Fare memoria è importante. Serve a non ripetere gli errori del passato. A far sì che ciò che purtroppo è stato non sia più. Mai più.