La mafia uccide, il silenzio pure

Peppino Impastato

Ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, l’Associazione Libera fondata da don Luigi Ciotti celebra la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Anche “Il Cannocchiale” partecipa a quest’importante evento pubblicando due scritti: il primo dedicato ad Angelo Vassallo (di Luca D’Orfeo, Chiara Finizio e Nicole Lorefice, 5H) ed il secondo a Renata Fonte (di Diana Cupido, 4C).
La narrazione è in prima persona, senza fronzoli, senza inutili retoriche, così come piace a noi della redazione e così come, ne siamo certi, sarebbe piaciuta ad Angelo Vassallo e a Renata Fonte.

Angelo Vassallo, il sindaco “pescatore”
(22 settembre 1953 – 5 settembre 2010)

Il mio nome è Angelo Vassallo, sono stato il sindaco di Pollica per tre mandati durante i quali mi sono impegnato nella salvaguardia del mio amato mare, cosa che mi è valsa il soprannome di “sindaco pescatore”. Gli ultimi otto anni sono stati diversi da come li avrei immaginati, mi manca potermi occupare del mio territorio e parlare con mia moglie e i miei figli, ma non rinnego assolutamente nulla e non ho nessun rimpianto. Passeggio nei vicoli del paese e vedo intorno a me volti conosciuti: come ogni mattina saluto la signora Caterina, anche se lei non può sentirmi; è indaffarata come al solito, piena di energie, anche se i segni dell’età iniziano a farsi vedere sul suo volto. Le rivolgo un ultimo sorriso e scendo verso il mio bel porto, che mi rifiuto di abbandonare perché è stato il frutto di una lunga lotta ed è costato denaro e fatica a me e agli altri miei compaesani. Giunto sul molo vedo il mio caro amico Ciro che se ne sta seduto sul bordo del suo peschereccio ormeggiato e scruta il mare che è sempre stato una fonte di fascino, mistero e meraviglia per noi due; mi siedo accanto a lui e penso a quando partivamo da qui, a notte inoltrata, per andare a pescare e alle luci dell’alba che ci accoglievano al ritorno e illuminavano il paese che ancora dormiva. Di solito mi lamentavo con lui dell’inquinamento delle acque del porto, degli accumuli di rifiuti abbandonati sulle spiagge, degli abusi edilizi e della condizione di abbandono in cui versava la mia terra. Questo sentimento di profondo dispiacere e delusione tuttavia non ha mai contrastato con la mia voglia di agire per migliorare la situazione
Nel mio piccolo infatti ho sempre tentato di lottare per ciò in cui credevo, nonostante molti mi accusassero di parlare troppo. Anche coloro che mi erano più vicini
Io credo però che sia proprio l’omertà il problema più triste ed evidente di questi luoghi a me così cari.
Il silenzio è il più grande nemico della verità e il miglior alleato della mafia.
Non mi pentirò mai di essermi impegnato per cambiare le cose. Le numerose minacce ricevute invece di spaventarmi mi spingevano ad andare avanti, ad essere di esempio per i miei figli, per i miei concittadini e per chiunque sia bloccato dalla paura di ritorsioni. Ma ecco che Ciro si alza e mette in moto la barca: riprendo coscienza di ciò che mi circonda. Vado a sedermi a poppa e osservo il porto allontanarsi. Da qui vedo i pescatori indaffarati che si preparano per andare a riprendere le reti. Penso che nonostante tutto il mio sacrificio sia servito a qualcosa: hanno fermato la mia vita, è vero, non hanno di certo fermato le idee di giustizia e di legalità, di rispetto e di amore, alle quali ho dedicato tutto me stesso.

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

Luca D’Orfeo, Chiara Finizio, Nicole Lorefice (5H)

Il valore di una vita: Renata Fonte
(10 marzo 1951 – 31 marzo 1984)

Gioia, speranza, carità, coraggio, caparbietà, è tutto quello a cui mi sono sempre ispirata. Mi chiamo Renata Fonte, sono nata il 10 marzo del 1951 a Nardò, in provincia di Lecce. Sono cresciuta tra la Puglia e l’Abruzzo. Mio marito si chiama Attilio e lavora in aereonautica. Grazie a lui mi sono ritrovata per amore, a vivere in diverse città italiane per seguire i suoi incarichi. Ho due figlie: Sabrina e Viviana. Costituiscono la mia gioia più grande. Mi piace cucinare. Nonostante i tantissimi impegni riesco ad invitare amici a casa preparando loro cene che mi raccontano essere deliziose (non sono così orgogliosa, ma a forza di tutti questi complimenti mi sto un po’ montando la testa). Cerco di accoglierli sempre con il sorriso e con dei fiori freschi sulla tavola. La cucina non è la mia unica passione, adoro scrivere racconti, poesie e mi diletto anche nell’arte della pittura. Mi ritengo una donna con dei saldi valori ed ho sempre provato a trasmettere questi ultimi alle mie figlie. Il mio ideale più grande è la natura, in tutti gli aspetti (trasparenza, purezza, bellezza).

“Un uomo non è degno di vivere se non crede in qualcosa per cui è disposto a morire”.

Aforisma di Martin Luther King a cui ho sempre fatto riferimento e a cui mi sono sempre ispirata. Amo profondamente la mia terra, il Salento, e per questa mi sono battuta. Superato il concorso per l’insegnamento, mi sono dedicata alla scrittura e allo studio delle lingue straniere. Nel 1980 mi sono trasferita definitivamente con la mia famiglia a Nardò dove ho iniziato ad insegnare nella locale scuola elementare e contemporaneamente a frequentare la facoltà di lingue all’Università di Lecce. Sono anche gli anni della militanza politica a favore della comunità di Nardò tra le fila del Partito Repubblicano Italiano, influenzata da mio zio, Pantaleo Inguisci, grande avvocato, storico locale ed antifascista. Ho costituito il comitato per la tutela di Porto Selvaggio per salvarlo dalla speculazione edilizia, riuscendo nell’impresa di far approvare dalla Regione Puglia una legge che di fatto istituiva un parco protetto. Sono diventata responsabile per la Provincia del settore cultura, consigliera e assessore di Nardò. Era viva in me l’idea della Caritas, vivevo la politica al servizio degli altri. Avevo 33 anni quando ho iniziato a scoprire illeciti ambientali e oscure speculazioni edilizie a Porto Selvaggio, tanto da ricevere minacce di morte. Nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile del 1984, a pochi passi dalla mia abitazione, tre colpi di arma da fuoco hanno trafitto il mio corpo. La mafia aveva agito, era riuscita a porre fine alla mia esistenza terrena, ma non alle mie idee, ai miei ideali, a tutto ciò in nome del quale avevo fino ad allora vissuto. Dico a tutti voi di non voltare la testa dall’altra parte di fronte alle ingiustizie, di fronte alle difficoltà. Io non l’ho fatto, non mi sono mai girata dall’altra parte. Questa è l’eredità più grande che vi lascio.
In fondo, qual è stata la mia colpa? Che reato ho commesso da essere così malvagiamente punita? Forse quello di essere una donna onesta ed integra, che tutela la natura ed il territorio. Per questi motivi ricordatevi di me e fatemi vivere non solo nelle parole, ma nel mare cristallino, nelle sorgenti tonificanti, nel verde dei boschi, nell’orizzonte dove cielo e mare si confondono, perché è proprio lì che risiede la mia essenza.

Diana Cupido (4C)

“Il cannocchiale” degli Anni ’60 e ’70

Pubblichiamo volentieri le fotografie delle prime pagine de “Il Cannocchiale”, periodico del Liceo Scientifico “Galileo Galilei”, stampato a cavallo della fine degli Anni ’60 e l’inizio degli Anni ’70.
Gli originali sono gelosamente conservati da Sandro Di Lallo, che ringraziamo per aver saputo custodire queste importanti tracce della storia del nostro liceo e per averle condivise con tutti noi.

La famiglia Grauer e le pietre d’inciampo

Intervento di Alessia Torosantucci (classe 5-H) durante la manifestazione svoltasi a Lanciano il 16 gennaio 2019

Gunter Demnig mentre installa le 4 pietre d’inciampo oggi presenti a Lanciano

Gli Stolpersteine sono le pietre d’inciampo trasformate in un progetto artistico dall’artista tedesco Gunter Demnig. Gunter prepara ogni singolo Stolperstein e lo interra personalmente, pienamente consapevole della responsabilità che porta. “Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo” dice Gunter. L’installazione di ogni Stolperstein è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno.” Pensate nel 1993 dall’artista tedesco, due anni dopo furono installati per la prima volta senza autorizzazione nella città di Colonia. Oggi gli Stolpersteine sono diffusi in centinaia di città europee e in diciassette Stati, tra cui l’Italia. Il suo progetto “Memorie d’inciampo” è di una semplicità ma genialità sorprendente: un semplice sampietrino reca incisi sulla superficie superiore, rivestita di ottone, nome e cognome, data di nascita, data e luogo di deportazione nonché data di morte del deportato. Queste sorgono nei pressi dell’abitazione dei deportati, dai luoghi da cui sono stati strappati ai loro affetti e alle loro occupazioni, per essere uccisi senza essere nemmeno degni di sepoltura. Grazie alle pietre d’inciampo tornano ora nelle loro case per essere ricordati dai parenti e dai tanti cittadini che ogni giorno vi transitano davanti. Questa è la volta della famiglia Grauer e in particolare del piccolo Tito nato qui a Lanciano. È questo il motivo per cui oggi siamo qui. Era il freddo novembre del 1939 quando Samuel Grauer era giunto da Danzica in Italia insieme a sua moglie Rosa Jordan, fermandosi a vivere a Trieste. È qui, che il 6 febbraio 1940 nasce Marco, il loro primo figlio. Le loro condizioni non erano delle migliori. Stando a quelle poche informazioni che le fonti riportano, tra cui quelle del libro di Gianni Orecchioni, ‘’I sassi e le ombre’’ , sappiamo che la famiglia Grauer proveniva da una Polonia appena invasa dalle truppe tedesche e che la loro, fu una fuga precipitosa e disperata. Come se non bastasse, Rosa, la moglie di Samuel, appena dopo il parto iniziò a soffrire di disturbi cardiaci che, costringendola ad un lungo periodo di riposo, fecero ricadere su Samuel, allora semplice falegname, tutta la responsabilità di far fronte alle necessità di casa nonché alla cura del figlio. Nel frattempo, anche l’Italia che fino ad allora era rimasta neutrale entrava in guerra e procedeva all’internamento degli ebrei che vivevano nel suo territorio. 11 luglio 1940, Samuel Grauer e molti altri triestini vengono arrestati e trasferiti nel campo di concentramento di Casoli. A settembre verranno poi assegnati al comune di Orsogna. Qui, raggiunto dai suoi cari nel mese di novembre, come riporta Gianni Orecchioni all’interno del suo libro, Samuel fa richiesta per ottenere un sussidio speciale per sua moglie viste le sue condizioni. A nulla servirono le sue lettere. Ma il tempo passa. Rosa aspetta un altro bambino. E così, il 4 febbraio 1942, nell’ Ospedale Civile di Lanciano, nasce Tito. La gioia di questa nascita però viene ben presto sopraffatta dall’aggravarsi delle condizioni della famiglia che di li a poco viene trasferita nel campo di internamento di Castel Frentano. Ma il loro viaggio non termina qui. Dopo l’8 settembre 1943, quando i tedeschi occupano i territori a nord della linea Gustav, molte famiglie ebree furono arrestate. Il 30 ottobre fu il turno della famiglia Grauer. Papà Samuel, mamma Rosa e i piccoli Tito e Marco furono trasferiti a Chieti e poi  all’Aquila. Insieme con gli altri internati abruzzesi furono condotti nel campo di Bagno a Ripoli a Firenze per poi arrivare nel carcere di Milano dal quale, il 30 gennaio 1944, partirono per Auschwitz dove sarebbero arrivati il 6 febbraio. Il loro era il Convoglio n°6 partito dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, lo stesso che condivisero con altri 605 ebrei di cui solo 22 fecero ritorno. Tra questi ricordiamo Liliana Segre, oggi senatrice a vita, che da anni si batte contro l’indifferenza di molti riponendo la sua fiducia in noi giovani. È questo il viaggio di donne e uomini, giovani e anziani, ma soprattutto bambini. Bambini come Tito e Marco ai quali è stata negata l’infanzia. Un’infanzia felice e spensierata stroncata sul nascere dal terribile ed ingiustificato odio razzista verso chi ha, come unica colpa, ponendo la parola tra infinite virgolette, quella di essere nato ebreo. Il viaggio dura pochi giorni, giorni che sembrano anni. Un viaggio che sconvolge, che porta a  crescere prima del tempo. Tito compie due anni sul “vagone della morte”. Marco ne compie quattro il giorno dell’arrivo ad Auschwitz. Tutto appare diverso, grande, smisurato agli occhi di Tito e Marco. I due fratellini vengono separati dai genitori dei quali non si saprà più nulla.
Ma questo non ferma il loro amore. Insieme mano nella mano solcano quella coltre grigiastra di nuvole basse e fumo che nasconde i cancelli di Auschwitz e che li separa dalla morte. Tutto è nascosto, ma è lì. “Tito e Marco non si dividono, si guardano, sorridono. Si stringono forte la mano. Sognano insieme. Per sempre. É il 6 febbraio del 1944.”

Gunter Demnig

Elisa Springer, una delle sopravvissute alla Shoah ci dice:

«Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità».

William Benjamin, un altro dei sopravvissuti ci dice:

«È più difficile onorare la memoria dei senza nome che non quella di chi è conosciuto. Alla memoria dei senza nome è consacrata la costruzione storica».

Spetta a noi far sì che la nostra sia una memoria fertile, capace di costruire, non di distruggere. Una memoria capace di ricordare, non di dimenticare. Ricordare è importante. Fare memoria è importante. Serve a non ripetere gli errori del passato. A far sì che ciò che purtroppo è stato non sia più. Mai più.